Magazine Sabato 21 aprile 2007

L'intimità di Ornella Vorpsi

Magazine - Ornela Vorpsi, Il paese dove non si muore mai
Edizioni Einaudi
pag. 111, Euro 10,00

Ornela Vorpsi giunge in Italia, da Tirana, a ventidue anni. Lei, albanese, nata nel 1968 in pieno regime comunista, scrive il suo primo romanzo Il paese dove non si muore mai, (Einaudi), in un italiano diverso, impastato di espressioni modulate in lingua madre e tradotte con intensa originalità: Tirana può avere giorni di un sole magnanimo subito dopo una pioggia pentita.
Il suo stile, asciutto e diretto, è stato paragonato alla tendenza narrativa di Agota Kristof. Ma la Vorpsi non è d'accordo: «penso di essere più sensuale della Kristof e la trovo ancora più sintetica di me. Ciò non toglie che sia una brava scrittrice».

In effetti il paragone è infelice, l'autrice ungherese di Ieri e Trilogia della città di K. ha una tragicità che penetra ogni poro della sua scrittura che narra di vite senza speranza, di morte. Ornela no, sebbene racconti dei plagi e delle feroci ingiustizie di Madre Partito, la puttaneria, rimane l'elemento di fondo di questo suo lungo racconto. La puttaneria degli albanesi è sì umiliazione per le donne ma è anche parte di questo vivere senza la morte, è sensualità, volgare desiderio di vita. «È il paese dove non si muore mai. Fortificati da interminabili ore passate a tavola – racconta l'autrice - annaffiati dal rachi, disinfettati dal peperoncino delle immancabili olive untuose, qui i corpi raggiungono una robustezza che sfida tutte le prove».
Ornela, come Agota, abbandona il suo Paese, eppure afferma di essere un perfetto prodotto dell'Albania: ovvero l'essere del Realismo Socialista.
L'autrice che ha studiato Belle Arti in Albania e poi all'Accademia di Brera, vive attualmente a Parigi.

Rimpiangi il tuo Paese?
«No, perché dovrei? Ha flirtato con altri ideali, non ci è riuscito, almeno ci ha provato. Adesso cerca di rimettersi... umano tutto ciò, no?»
Perché allora hai scelto di vivere a Parigi?
«C'è una dimensione bella a Parigi, la si sente vivendo. È una città in cui puoi girovagare come in nessun altra».

Questo bel racconto è il tuo primo romanzo ma anche il tuo unico libro?
«È il mio secondo libro dopo una monografia fotografica Nothing obvious, quindi il primo in campo letterario, certo».
Parlaci un po' di questa storia...
«Racconto la crescita di una ragazza in Albania, la scoperta del mondo, l'osservazione del tutto, per quel che ho potuto dare, cominciando dal biologico e finendo nel sociale».
Pensi di scrivere altri libri, oppure stai già scrivendo?
«Ho già scritto altri libri, quattro in tutto; intendo narrativa. Le storie le so meglio scrivere che raccontare. Sono sempre attorno all'umano, perché è la mia più grande passione».

Il romanzo appare autobiografico. C'è più rabbia o più dolore in quella storia? O tutte e due?
«Appare ma non lo è, perché scrivendo le cose cambiano e si alterano per l'amore della scrittura o della composizione dei contrasti. Insomma di quello che mi sembra io voglia fare. Non c'è, almeno per me, né rabbia né dolore. Osservo solo, non mi posiziono. Lascio fare al lettore».
Quanto ti sei sentita umiliata dal regime comunista e cos'era per te l'amore a quei tempi?
«Il regime ha cercato di fare altro che umiliare. Non ci è riuscito, magari perché l'umano è troppo distante dai sogni utopici di Marx e Engels. L'amore per me è l'essenza della vita. Vivo solo quando sono innamorata, purtroppo, senza l'amore deperisco. Gli uomini li amo, tocco l'amore, quello uomo-donna, con loro, come faccio a non amarli?»

E tuo padre? Nel romanzo Ornela non lo ama...
«Mio padre? Lo amo con un po' di dolore e con compassione».
Invece eri molto legata a tua madre. Cosa c'era di diverso in lei rispetto alle altre donne albanesi di quel tempo?
«Sono cresciuta più vicino a mia madre. Era tutto per me, era Dio. Lei era diversa dalle altre donne come persona. Era molto bella, troppo bella e questo turbava le anime, come poteva accadere tanto tempo fa in un paesino del Sud dell'Italia. La bellezza ha una potenza cieca, ti sveglia l'anima... ti fa sognare».

Qual è lo scrittore che ami di più?
«Cambio molto in questo amore, ma ho un debole da più di vent'anni ormai per Majakovskij. Ma ho amato molto anche le poesie di Ervin Hatibi, poeta albanese».
Come la definisci la letteratura albanese oggi?
«Come qualsiasi altra narrativa, solo che non detta leggi come gli anglofoni. Questione di potere».

Chi è Ornela e cosa pensa della morte?
«Una persona come un'altra. Cerco di essere bienveillante, che vuol dire benevola. La morte... penso molto alla morte e penso anche di dover fare tanta strada nel cammino della saggezza, per accettare la fine per quello che è: un processo della vita».
Cos'è Dio per te?
«Domanda difficile... Dio per me – almeno voglio che sia così – è una forma di bontà e di bellezza di cui dobbiamo “vestirci”. È un mistero supremo che ci trapassa, è quello che vedo e non posso spiegare. È la non evidenza dell'esistenza. Non è poi così normale esistere, no? Ho voglia di credere in qualcosa, altrimenti tutto sarebbe comunque bello ma molto feroce, spesso, come lo è d'altronde, anche accompagnati da Dio. Questa domanda che mi fai è la più intima per me, più intima di come farei l'amore. Ho un pudore a proposito di questo e non voglio svelare di più».

di Tina Cosmai

Potrebbe interessarti anche: , Il Natale del commissario Maugeri, l'ultimo libro di Fulvio Capezzuoli. La recensione , Bonelli: Dylan Dog e Martin Mystere nell'Abisso del male , A mali estremi: nuovo caso per la colf e l'ispettore di Valeria Corciolani , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin

Oggi al cinema

Il gabinetto del Dottor Caligari Di Robert Wiene Horror Germania, 1920 Pietra miliare del cinema tedesco, leggendario classico del muto, precoce esempio di thriller psicologico, primo successo internazionale della cinematografia tedesca dopo la Prima guerra mondiale, prototipo del cinema espressionista. Guarda la scheda del film