Magazine Giovedì 19 aprile 2007

Segnali di Fumetto

È difficile trovare uno che sia davvero soddisfatto del suo lavoro. Molto spesso anche l’attività più divertente, più invidiata e più emozionate si trasforma in routine e così – quasi senza che te ne accorga, come fosse l’inizio di una nuova puntata in cui si è protagonisti senza volerlo – ti ritrovi riverso su un divano, in una casa arredata di nulla, in una piena crisi di identità affogata in ettolitri di birraperoni.
Inizia così il libro con cui Claudio Morici racconta la vita di Actarus, la vera storia di un pilota di robot (Edizioni Meridiano Zero, costo 13 Eu).

Dopo anni di combattimenti – vai distruggi il male vai! – non è più tutto così eccitante come sembrava un tempo. Actarus, sempre tutto casa e base e sempre con indosso la sua tuta attillata con le ali sul petto che fanno volare all’indietro, è stufo dei tecnici che inventano le sue armi immersi in assoluta catalessi da chat, stufo del dottore - sempre in camice, ma che cosa porta sotto quel camice? - e della sua grande dignità, stufo della fattoria, stufo di Alcor – un tempo noto come Alcol – che ogni volta che lo vede gli spara dei pippozzi enormi proprio sul perché un tempo si chiamasse Alcol, stufo anche di combattere un nemico che nemmeno odia più tanto. Insomma stufo, e soprattutto con una grande nostalgia – anch’essa affogata in ettolitri di birra - di Fleed, casa sua, il posto più bello dell’universo prima che scoppiasse la guerra. Quello che gli rimane, in un mondo in cui si sente sempre fuori luogo, è solo la sua moto, la sua birra e una gran voglia di avere una vacanza che lo faccia tornare a casa.

Morici – romanziere-psicologo e – utilizza una delle icone della nostra infanzia, il pilota di Goldrake, per parlare di una generazione, cresciuta a pane, nutella e robot, che oggi si ritrova prigioniera di un lavoro che non vuole, di una vita troppo stretta e che – almeno sulla carta - prova a cambiare senza riuscirci. Ovvio che non ci riescano, sono prigionieri.
Il libro, nostalgico, disperato eppure grottesco e ironico allo stesso tempo, si muove abilmente tra quello che sappiamo di uno dei nostri bignamini di infanzia e quello che neppure immaginavamo.
diventa così un normale impiegato – che lo stesso autore immagina simile al Mimi Metallurgico di Lina WertmŸller - un pilota di robot come ce ne sono tanti, vittima dei suoi motti, delle sue frasi di decantazione della armi e di una vita che si muove a scatti come gli episodi di un cartone animato.

Una storia di alienazione da una guerra contro gli alieni, un’analisi dei ragazzi di ieri che oggi sono stufi di guidare sempre lo stesso robot senza neppure sapere il perché, stufi di ascoltare motti che a furia di essere ripetuti diventano suoni senza significato. Stufi insomma.
La vera storia di Actarus è un romanzo che riporta alle avventure dei pomeriggi degli anni Ottanta ma non solo. Assieme alla voglia di ritrovare le immagini del cartone animato c’è lo spazio anche per sentire un certo magone che dimora nello stomaco, affogato da ettolitri di Peroni.
Vai, distruggi il male vai!
... e buona lettura!
di Francesco Cascione

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