Magazine Mercoledì 11 aprile 2007

Un’indagine nei carruggi dei travestiti

«Due estati fa, durante una serata con amici al , venne fuori l’idea di un progetto multimediale sul ghetto. C’era chi si occupava della parte fotografica, chi di quella video. Io ho iniziato invece a scrivere una novella, che è poi diventata un romanzo». Il primo per Paola Pettinotti, che spiega così la genesi di Ghetto. Un’indagine nei carruggi dei travestiti (Fratelli Frilli Editori – pag. 333 – 12 Eu).
Valdostano piemontese, trapiantata a Genova negli anni ’80, dove si laurea in Storia, Paola è guida turistica e, ultimamente, curatrice della parte biografica e storica della collana di Laterza "Maestri del pensiero", in uscita con Il Sole 24 ore.
«Ho il computer pieno di abbozzi, romanzi iniziati e mai finiti. Scrivere mi ha sempre divertita, ma non ero mai riuscita a pubblicare nulla», racconta l’autrice. Poi salta fuori il progetto su questa zona dei carruggi genovesi, ghetto ebraico dalla fine del 1400 per circa un secolo, e la casa editrice genovese Frilli decide di pubblicarlo.

Un’estate afosa nei vicoli sudici e dimenticati, vico della Croce Bianca e dintorni, "regno di travestiti, domicilio transitorio di extracomunitari". L’omicidio di un trans nel suo appartamento di vico Untoria. Poi un altro. E ancora risse fra bande e affari immobiliari sospetti.
A far luce su queste vicende interviene – un po’ per caso, un po’ per noia - Fabio Bozzo, investigatore privato per tradizione familiare, abitante dei labirintici carruggi e voce narrante del romanzo. Una storia realistica, in molti suoi aspetti assolutamente aderente alla realtà. Solo un elemento ci allontana dalla quotidianità del reale: Clelia, la permalosa fantasmina, segretaria del protagonista. «La realtà non è mai come ci appare», spiega la scrittrice esordiente. «Questo vuole essere un libro di intrattenimento, non un saggio sul ghetto o sui problemi razziali che lo abitano. Ho voluto divertirmi e questo personaggio mi ha aiutato a farlo».

Libri scritti da uomini, in cui la voce narrante è femminile, ce ne sono quanti ne vogliamo. Più difficile è invece trovare romanzi di autrici donne che scrivono nei panni di uomini: «È stato divertente anche se, in fondo, non ne è venuto fuori un protagonista molto virile», scherza l’autrice. «Parlare dal punto di vista maschile mi è anche servito per allontanarmi dall’autobiografismo, che non amo. Una sorta di filtro, insomma, fra la realtà e la storia che racconto, per non far trapelare troppo le mie sensazioni di donna».
Un giallo insomma, ma non solo. O meglio, non fine a se stesso. Un messaggio – a tratti esplicito e a tratti nascosto dietro le voci dei personaggi – accompagna il lettore lungo tutto il romanzo: superare, attraverso la conoscenza reciproca, le differenze etniche. Quelle differenze che, da anni, sono ormai protagoniste del nostro centro storico.
Divertente e schietto. Un romanzo "senza peli sulla lingua".
di Federica Verdina

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