Magazine Lunedì 2 aprile 2007

Baci e abbracci, Claudia

Ieri mi hanno raccontato una vecchia leggenda genovese, che forse, molti anni fa, avevo già sentito. È una storia che ha a che fare con il bombardamento che la simpatica regia marina inglese ci riservò l’8 febbraio del 1941. Pare che, in totale, circa 200 tonnellate di acciaio ed esplosivo si abbatterono sulla nostra città. Più nel dettaglio, subirono danni di varia natura la Cattedrale di S. Lorenzo, l'Ospedale Galliera e la Biblioteca Berio, piazza Manin e via Galata. Circa 250 case furono distrutte, e tra la popolazione civile si dovettero registrare 144 morti, 272 feriti e circa 2.500 senzatetto.

Molte delle persone che tornarono a casa trovando solo pochi resti, furono sistemate in luoghi di fortuna, da parenti o amici. Alcuni, quelli che potevano, hanno lasciato Genova per andare sfollati nelle campagne. Insomma dove capitava. Avevano perso tutto. Non solo la casa, ma tutti i propri effetti personali.
La leggenda racconta che ci fosse una vecchietta, che viveva sola e sola lo era veramente, la quale girovagasse tra le macerie e cercasse il vicolo dove abitava, senza trovarlo. Disperata. Qualcuno dice che ancora adesso, una notte all’anno, nei pressi dei giardini di plastica si aggiri una donna molto vecchia e stanca e chieda a chi la vede dove abbiano spostato il civico dove viveva.
È una storia triste. Lo so.

E anche ora, in tempo di pace (si fa per dire) e di grande precarietà vissuta ovunque e un po’ da tutti, gli anziani, e in particolare le persone che la guerra l’hanno sperimentata, sono estremamente attaccate alla loro casa. Ricordo mia nonna che diceva sempre che la casa è la cosa più importante. Che è importante avere un luogo dove tornare. Me lo ripeteva continuamente. E forse, in parte, aveva ragione.
Anche Rossella O’Hara ne era convinta.

Traslochi. Una parola che temo un po’. Che mi fa vacillare, sentire la terra che trema sotto i piedi. Forse perché nella mia vita ne ho fatti tanti. È come una specie di karma che mi porto dietro. Ogni qualvolta mi affeziono ad una casa, la sento mia, sento che mi appartiene e che mi ci riconosco, in tutto, nelle luci, nell’arredamento, nei colori, ecco che la devo lasciare. Andare via.

Home sweet home.

John Ruskin diceva "Questa è la vera natura della casa: il luogo della pace; il rifugio, non soltanto da ogni torto, ma anche da ogni dubbio e discordia". Non so se sia del tutto vero. A volte si lasciano case proprio per ragioni di discordia. Quando una coppia si separa è solo uno dei due che normalmente lascia la casa. E l’altro ci rimane a lottare con i fantasmi, con il dolore, con l’immagine dell’altro che rimane tuttavia indelebile per un pezzo, con tutte quelle cose che no, non si possono portare via.

C’è anche chi una casa la lascia perché è costretto. Perché non è sua e un bel giorno arriva lo sfratto, perché si sposa il figlio della padrona e «allora, sa com’è, dobbiamo anche fare i lavori, mettere l’impianto a norma ora che la do al bambino, non vorrei mai succedesse qualcosa, e soprattutto voi riuscite ad andarvene entro due mesi?»

Oppure perché all’improvviso non ha più i soldi per mantenerla e deve cercarne una più piccola o più lontana. E magari rinunciare a tante cose che ha cercato e raccolto negli anni. Anche se in fondo sono solo cose.
Dicono che, per noi occidentali ovviamente, lasciare la propria casa sia la seconda delle cause di depressione. Dicono che sia un lutto vero e proprio, che si elabora in non meno di un anno. Io non lo so. In meno di un anno e mezzo ho fatto due traslochi e ora mi appresto a fare il terzo. In effetti mi sento un po’ scardinata, sgangherata, scossa, buttata all’aria proprio come un appartamento nel bel mezzo di uno sgombero, con scatole e scatoloni e disordine e cose che non sai dove hai messo, ricordi buttati tutto intorno e sigillati in cartoni con scotch potente e poi le pentole e i bicchieri, i piatti, le posate, dove diavolo saranno, e i miei ciddì, attenti a quelli che si rompono e i libri, sì soprattutto i libri, soprattutto quelli delle mie scrittrici più amate, mi domando se ci staranno tutti.

Però è importante anche ridimensionare i fatti. È vero. Per me la casa è un guscio, forse perché non ho troppe strutture e allora un posto, una cuccia dove rintanarmi, diventa necessario. Un luogo dove poter sempre tornare, come ripeteva mia nonna. Ma rifletto sul fatto che qualcuno la casa non ce l’ha proprio, perché vive per strada, perché ha perso tutto. Mi direte. Forse è una scelta. E io dico. Forse. Per alcuni. Ma non per tutti.

E poi penso a chi viene da paesi lontani, e lascia tutti gli affetti e i posti dove è nato e cresciuto per venire a lavorare in un mondo che non è il suo, con abitudini diverse, a volte strane e perfino odiose, con la gente che ti guarda un po’ male o magari ti sorride ma in quel modo come dire, comportati bene che qui sei ospite. Non te lo dimenticare.
Insomma, le nostre vite sono fatte anche e soprattutto di questo. Lasciare, a volte tornare, ma anche trovare nuovi posti dove rimanere almeno per un po’, ci si augura, e costruire qualcosa di buono.
Che tanto ci sono i ricordi.
Quelli restano. E vengono con noi.

Se volete contattare Claudia ecco il suo indirizzo:
di Claudia Priano

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