Magazine Lunedì 2 aprile 2007

Manituana: dal giardino di Dio agli USA

Magazine - A cinque anni da 54, a otto dall’esplosivo successo di Q, il collettivo Wu Ming torna con un nuovo romanzo. Sudato, come tutti i lavori dei cinque scrittori anonimi, documentato, denso e veloce allo stesso tempo. Manituana racconta la formazione di un mondo nuovo, gli Stati Uniti d'America, sulle ceneri di un'altra civiltà possibile, rappresentata dalla comunità meticcia delle Sei Nazioni Irochesi.
Vale la pena di iniziare dicendo che non si tratta solo di un libro. L’uscita nelle librerie (il 20 marzo) è stata anticipata da una serie di racconti pubblicati sul sito omonimo. Esiste un trailer. Non solo, la storia continua online con altri racconti che arricchiscono continuamente l’immaginario, le storie e i personaggi del romanzo. E come sempre, l'opera sarà presto scaricabile dal sito in versione digitale.

La storia è ambientata nel ‘700. Dopo la guerra franco-indiana, è il conflitto tra lealisti inglesi e coloni ribelli a coinvolgere le tribù della confederazione.
Quella degli Irochesi è una cultura inclusiva, dove ha trovato casa Sir Williams Johnson, colono irlandese che diventerà commissario degli Affari Indiani del Nord America. Johnson ha sposato un’indiana, Molly Brant. Il fratello di quest’ultima è il vero protagonista del romanzo. Joseph Brant, Thayendanegea, guerriero e saggio moicano, allievo diligente della scuola anglosassone, traduttore della Bibbia in irochese, interprete e cognato di Johnson. È lui il leader della confederazione nei terribili anni dello scontro con i coloni. Poi c’è Philip Lacroix, Le Grand Diable, misterioso e quasi sovrumano guerriero di origine europea, ispirato dai racconti di Fennimore Cooper (l’autore de L’ultimo dei mohicani). Accanto a loro tanti altri protagonisti più o meno espliciti. Se è vero che Marquez scrisse Cent’anni di solitudine prendendo spunto da una pagina di un suo precedente racconto, qui di porte aperte su nuove storie ce n’è a bizzeffe.

Non cambia il loro metodo di lavoro del gruppo: decidere un argomento, sapere tutto quello che si può sul tema, dividere i compiti, creare storie e personaggi, limare, aggiustare, migliorare il tutto finché si deve, con precisione maniacale: «perché anche un “mi” o un “ti” spostato cambia la forza di una frase», dicono.
Manituana è apparentemente più lineare, e quindi più facile, dei precedenti romanzi di Wu Ming. In realtà è un libro pieno di segnali e trabocchetti, che non semplifica la realtà ma cerca di rendere tutte le sfumature possibili. Si legge con trasporto, a tratti è elettrizzante come un libro d'avventura, un film western, ma non deve essere mangiato in un sol boccone. I Wu Ming sono scrittori esigenti, con se stessi e un po’ anche con i lettori. Una razza rara, di cui è sempre un piacere attendere i nuovi lavori.

di Daniele Miggino

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