Attualità Magazine Sabato 31 marzo 2007

Gli scritti con rabbia di Nicola Sacco

Magazine - Nicola Sacco è uno scrittore esordiente. Nel 2005 ha pubblicato un breve romanzo di formazione Ghiandole, un libro quasi sconosciuto. Ma poi, circa un mese fa, la pubblica i suoi Racconti a vita bassa, storie di esistenze sbagliate, ai margini della vita, legate ad un territorio forte e spietato, dal clima torrido e le terre bruciate dalla siccità, la Puglia.
Nicola è nato nel 1974 a Modugno, un grande paese a pochi chilometri da Bari, sorto negli anni Sessanta, durante lo sviluppo industriale della zona. Confessa di scrivere in maniera professionale da almeno quattro anni, nel senso che «prima non avevo la convinzione di fare lo scrittore, me ne sono reso conto quando ho capito che potevo arrivare alla pubblicazione».

È ovvio che Nicola non ama essere un autore solipsista, anzi, avanza delle critiche in proposito: «Scrivere per se stessi è una forma di narcisismo, è scrivere allo specchio guardandosi l'ombelico. Non è questo il modo migliore di interpretare la scrittura, che invece va vissuta in una prospettiva di pubblicazione, perché credo che un libro appartenga al lettore e perché si ha bisogno di un bravo editore che sappia valutare e seguire il proprio autore durante la stesura del testo».
A Nicola è accaduto così, i racconti sono nati nella solitudine della sua fantasia, dei suoi segreti esistenziali, poi sono cresciuti insieme ai consigli di , guida editoriale, e importante punto di riferimento. La scrittura allora diviene una palestra, un “luogo” dove crescere, imparare. E Racconti a vita bassa è proprio un crescendo, di stile, di linguaggio, di rabbia. «Racconti di esistenze vissute dalla cintola in giù, nel senso più deteriore di questa espressione, perché ci sono personaggi impregnati di ossessioni, manie sessuali che sfociano nella perversione. E poi “vita bassa” perché sono geografie affrante, svilite da bassezze, da azioni dettate spesso da cattiverie gratuite. Ci sono madri sciagurate e bambini crudeli. Esistenze depresse dal caldo, da un clima metereologico ed umano opprimente». In queste storie Nicola si confronta con il male, con la disperazione di personaggi che si son persi, che avvertono il peso della solitudine e non sanno se un giorno si ritroveranno. Da tutto ciò nasce la drammaticità di una rabbia che irrora il linguaggio e lo pone in un crescendo di ritmo e di intensità deliranti. Una lingua che lievita nell'avanzare della lettura. «All'inizio riuscivo a controllare il linguaggio con uno stile sorvegliato. Poi c'è stata una colata lavica di parole. L'espressione di una rabbia certo, ma anche l'assorbimento di letture a me congeniali, come Gadda o chiunque riesca a fare fuochi d'artificio con le parole». Questa lingua dunque subisce un accumulo, tanto da diventare un deposito di vita e di morte; cresce fino alla farneticazione del dialetto dell'epilogo, Una perfetta dentizione.

È un linguaggio che urla la disperazione di una vita segnata dalla siccità del territorio, la “terra bruciata” come la definisce Nicola nel suo libro. Un'aridità anche e fortemente simbolica del male che l'autore ha conosciuto sin da piccolo, quando narra di Michelino nel primo racconto, Passaggi. Confessa di essere lui Michelino e di essere stato davvero dalle suore mantellate. «Avevo otto anni quando l'Italia vinse i mondiali nel 1982 e frequentavo questo istituto di suore. Tutti gli episodi cruenti descritti nel racconto sono veri, bambini reclusi nel cortile assolato senza alcun refrigerio, le suore violente. Invece Dàniel è un personaggio inventato, che incarna le mie riflessioni durante la scrittura. Non esiste la pura fantasia e gli elementi autobiografici vanno elaborati».
Una elaborazione ed una riflessione che attraversano gli universi della morte, dei colori, degli odori, tutte parti di una terra che Nicola ha nelle viscere, lo si capisce dai frammenti, in cui usa un linguaggio farneticante che dissacra i personaggi religiosi: la Madonna dell'Incoronata, la Madonna dal dente guasto, la Madonna di Marcianelle, Padre Pio e la Regina degli afflitti. Un delirio etico per riconoscere la disperazione dei suoi personaggi.
Uno schema narrativo da cui Nicola non intende distaccarsi: «Sto scrivendo qualcosa a cui devo ancora dare una forma – parla del suo inedito – sono molto legato alla realtà meridionale e immagino una storia tipica del Sud, quella di una donna reclusa in casa perché fortemente plagiata da sua madre, dai suoi fratelli, dalle sue zie. Le hanno fatto credere di essere incomprensibilmente brutta, bruttissima, così da non farla più uscire di casa da ben dieci anni. Ogni tanto appare alla finestra, sembra uno spettro, senza capelli, perché non vede più la luce del sole. È una storia disperata e vera a cui mi ribello. Ho chiesto spiegazioni sulla reclusione di questa donna ma mi è stato risposto di farmi gli affari miei. Ma quando morirà, i suoi familiari come ne giustificheranno la fine? Qualcuno dirà la verità? Per ora, tutti l'hanno dimenticata».
Ha tanta rabbia in corpo Nicola Sacco, una rabbia che connoterà ancora per molto la sua scrittura, che non sa dove lo porterà.

Nicola Sacco
Racconti a vita bassa
quarup Edizioni
pag. 154 - Euro13,00

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