Magazine Martedì 27 marzo 2007

Pro Iuvenia: squadretta parrocchiale?

Magazine - La chiamavano la squadra dei Giacomelli. In realtà la Pro Iuvenia era una squadretta parrocchiale di pallone di un paesino dell’entroterra ligure sperso in mezzo alle montagna appenniniche. Il soprannome era dovuto al fatto che ben cinque dei giocatori erano fratelli, i Giacomelli, per l’appunto, che ricoprivano praticamente tutti i ruoli. Poi, a capo del locale club fans c’erano le altre tre sorelle Giacomelli, nelle rispettive cariche di presidente, tesoriere e segretario.

Famiglia numerosa, quella dei Giacomelli, non c’è che dire. Perché, oltre alla mamma e al papà, vivevano ancora tutti insieme anche tre nonni in una sorta di nuova edizione di una famiglia patriarcale e contadina di altri tempi.
Ricchi, non si poteva dire che lo fossero, anzi. Che il fratello più piccolo metteva la roba smessa dal maggiore, ma in quella casa regnava l’allegria e già da lontano sentivi le risate ed il casino che facevano un po’ tutti, nonni compresi.
Un’altra cosa contraddistingueva i Giacomelli: la passione sfegatata per il calcio. Tutti sapevano tutto di squadre e classifiche ed erano stati proprio loro i trascinatori nel creare la Pro Iuvenia, squadra scalcinata che perdeva sempre per tanto a poco, ma che giocava sempre in allegria, fregandosene del risultato.
Il regista ed il capitano della Pro Iuvenia era Mino. Terzo dei cinque Giacomelli, era quello che forse capiva un po’ di più di tecnica pallonara anche se i suoi tiri, come del resto quelli di tutti i suoi compagni, erano sbisciati, o troppo corti o troppo lunghi e comunque mai corretti.

Quella domenica avevano perso sette a zero, come al solito del resto, e Mino si era attardato sotto la doccia nello spogliatoio rimanendo da solo mentre gli altri erano già scappati a mangiare essendo quasi l’una di un bel giorno primaverile.
Mentre anche lui stava avviandosi verso casa una voce femminile lo fermò:
- Perdete sempre in questo modo?
Mino si voltò e riconobbe nella bella signora che aveva parlato e che gli stava davanti una assidua quanto misteriosa spettatrice dei loro ultimi incontri e delle loro inanerrabili sconfitte.
- Cosa vuoi, rispose, sai bene che è così. Non abbiamo il tempo per allenarci e per provare gli schemi. E forse valiamo di più con la zappa e il rastrello che col pallone, ma l’importante è divertirsi.

Rise la donna, e poi replicò
- La vostra allegria è contagiante. Mi sono divertita moltissimo a vedervi giocare e meritate un premio. Vedi questo anello? Appartiene alla mia famiglia di fate da secoli e secoli ed è appunto fatato. Ecco, te lo regalo perché anche noi fate ad un certo punto della nostra vita dobbiamo andare in un nostro aldilà ed abbandonare questo mondo finito. Mettilo al dito e vedrai che vincerete sempre.
Detto ciò, la fata scomparve.
Mino restò lì, basito, incredulo e stordito con l’anello in mano. Fate? Anello magico? Possibile che potessero esistere ancora queste cose nel 2007?
Scettico, il ragazzo si infilò l’anello: non credeva a fate e streghe, ma, chissà, non si poteva mai dire.

Già durante la settimana successe una cosa strana: nell’ambito di una iniziativa promozionale, la squadra giovanile di un gran club di serie A avrebbe disputato alcune partite anche con le piccole squadrette parrocchiali e la domenica dopo sarebbe toccato di incontrarla proprio alla Pro Iuvenia e non vi dico l‘eccitazione che regnava fra i Giacomelli, giocatori e no. Solo Mino era come stranito. Aveva rivelato quello strano colloquio ad Ilaria, la sorella con la quale c’era maggior feeling.

- Caro fratello mio, aveva chiosato lei, è una cosa incredibile quella che mi racconti. Ma, perché no, tentar non nuoce e se son rose fioriranno. Per farla breve, arrivò domenica, giocarono la partita e vinsero tre a zero. Mino trascinò la squadra verso la vitttoria con i suoi lanci perfetti e le sue intuizioni che neppure Rivera o Del Piero le avrebbero pensate. Ma anche gli altri sembravano rinati, come baciati da Eupalla, la mitica dea del pallone inventata da Gianni Brera.
Fu un trionfo e tutti, Mino in testa, furono festeggiati come antichi eroi omerici.

Anche l’allenatore del grande club si complimentò con loro ed ebbe parole di particolare elogio per Mino. Anzi, a dire il vero gli propose di trasferirsi in città e di far parte del vivaio di giovani che il grande club allevava. E fu così che due giorni dopo Mino lasciò la sua casa e la sua famiglia, sicuramente con un po’ di tristezza nel cuore, ma con la consapevolezza di affrontare una grande avventura e di essere ormai diventato grande.

di Enrico Carrea

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