Magazine Martedì 27 marzo 2007

Baci e abbracci, Claudia

Talvolta la solitudine è la miglior compagnia,
e un breve ritiro sollecita a un dolce ritorno

John Milton - Il Paradiso perduto

Questa mattina mi è successo un fatto strano. Mi sono svegliata. L’ho osservato a lungo che dormiva di spalle e ho pensato. Ecco cosa è successo. L’amore se ne è andato. E dopo questo pensiero un’angoscia incontenibile mi ha invaso lo stomaco. Ho sentito salire la nausea. Ma non mi sono mossa. Ho trattenuto il fiato. Ho modulato il respiro tenendo una mano sul diaframma. Facendo lunghe respirazioni con la bocca aperta. Poi lui si è voltato. All’improvviso. Forse non dormiva affatto. Forse, in qualche modo, aveva potuto avvertire i miei pensieri. E anche lui sembrava dire, con i suoi occhi tristi. Sì, hai ragione. L’amore è andato via. Ma forse non era l’amore. Quello non finisce mai. Non credo che si smettano di amare le persone. Credo solo si prendano strade diverse, che a volte tornano a incontrarsi, a volte no. Forse questo era successo a noi due.
Poi ci siamo alzati e abbiamo fatto le valigie. In silenzio.

Arriviamo alla Gare de Lion con mezz’ora di anticipo. Trascino il mio trolley con fatica e continuo ad inciampare nella borsa che tengo con la mano sinistra. Un tale mi scontra con una spallata. Mi cade la borsa. Non l’avevo chiusa e alcune cose escono fuori e si sparpagliano sul marciapiede. Le chiavi, un libro, sigarette, accendino, il mio rossetto. L’uomo si scusa e abbozza un sorriso. Si china e mi aiuta a raccogliere tutto. Mi chiede se va tutto bene. Mi fa segno di controllare. Faccio sì con la testa e rispondo con un sorriso.
L’uomo mi sfiora il braccio con la mano poi mi saluta e lo vedo scomparire, inghiottito dalla folla. Riprendo a camminare ma rallento un poco, prendo fiato. Lui si volta e mi dice, sbrigati, dove ti eri cacciata?, resti sempre indietro. Cammina a passo lesto, con le sue spalle larghe e la sua andatura decisa, spedito come al solito, senza scontrare nessuno.
Senza fermarsi un momento.
Anche a Parigi non si era fermato mai. Tutto in quattro giorni. Prima il convegno, poi le cene con i colleghi, poi l’intervista a quel famoso scrittore.

- Non sei un po’ emozionato? – gli avevo domandato prima che lo incontrasse.
Lui stava davanti allo specchio sistemandosi la cravatta.
- È lavoro – mi aveva risposto.
- Sì, ma è anche uno degli scrittori che hai amato di più.
- Ce ne sono tanti.
- Ma lui ha significato molto per te. E non era un secolo fa.
- In che senso?
- Quando scrivevi.
- Anche ora scrivo. Però adesso mi pagano. E bene.
Si era chiuso la porta alle spalle ed era uscito.

Al ritorno non aveva accennato ad una parola. Avevamo raggiunto gli altri al ristorante. C’erano molti suoi colleghi del giornale e anche la moglie dell’editore, che si era seduta accanto a me. Era una donna sulla sessantina, con una folta chioma bionda raccolta in uno chignon, vestita di rosso con le maniche piene di pailletes che riflettevano una luce quasi accecante. Parlava a voce alta, rideva molto e sguaiatamente ad ogni battuta, battendosi il petto.
- Avete molti bambini? – mi aveva domandato lavorandosi un’ostrica.
- No. Non ne abbiamo – ho risposto.
- O che peccato – aveva risposto con aria delusa succhiandosi il pollice.
- Non ne abbiamo – ho ripetuto un po’ secca.
- Ma lei è così giovane. Siete ancora in tempo a prendere il treno.
- Cioè, non siamo riusciti ad averne.
Il mio disagio stava crescendo a dismisura. In qualche modo mi stavo giustificando.

- Se lo lasci dire, ragazza mia. I figli sono importanti. Noi ne abbiamo fatti quattro.
- Bello.
- Ora sono grandi. Ma da piccoli mi hanno fatto disperare.
Mi ha guardato sfoderando un sorriso, con la sua dentatura guarnita dal verde del prezzemolo. Poi ha bevuto un sorso di vino e le è scappato un rutto. Io ho ripreso a mangiare.

- Ma dopo. Che soddisfazione – ha continuato.
- Certo.
- Quando crescono. Sono una meraviglia.
- Lo credo.
- Ma insomma, ci state provando?
- Veramente, non so.
- Non sia dia per vinta, ragazza mia.
- Va bene.
- I figli sono una gran cosa. Un matrimonio senza figli non è un vero matrimonio.
- Mi scusi. Devo andare alla toilette.

Avrei voluto urlarle, ma che cavolo vuoi, brutta stronza impicciona cotonata del cazzo, ma fatti gli affari tuoi, e smettila di chiamarmi ragazza mia, ma che ne sai tu, ma come ti permetti? Mi ero alzata di scatto, scontrando il piatto e rovesciando il bicchiere pieno di vino sulla tavola. Mi ero allontanata velocemente. Ho sentito la moglie dell’editore chiedere, ho detto qualcosa di male?, e lui rispondere, ma no, ma no, non ci faccia caso, è solo un po’ stanca.

L’incidente era stato superato. Al mio ritorno dal bagno la tovaglia era stata cambiata, ora era di un biancore quasi abbagliante. La moglie dell’editore aveva spostato l’argomento sulla difficoltà di trovare una colf decente, con tutte queste extra-comunitarie, che sai com’è, io non sono razzista, ma sai com’è, aveva detto e ripetuto più volte. Avevamo cenato. Lui aveva riso e scherzato tutta la sera, brillante come sempre, flirtando vagamente con la sua solita caporedattrice, quella con i capelli rossi e la bocca grande, facendo complimenti alla moglie dell’editore, che continuava a ridere e a battersi il petto, bevendo vino e fumando una sigaretta dietro l’altra.

Aveva l’aria stanca, le borse sotto gli occhi, ma mentre qualcuno azzardava l’idea di lasciare il ristorante e tornare all’albergo, lui continuava a insistere di assaggiare questo o quello e ad ordinare altre bottiglie. Una dietro l’altra. Verso le tre ci siamo alzati e siamo usciti per strada. Aveva piovuto. Le strade erano bagnate. Qua è là pozzanghere. Non faceva freddo, ma l’aria umida mi penetrava nelle ossa. Sentivo i brividi, mi stringevo nel cappotto, ma doveva essere la stanchezza, mi sono detta. Abbiamo fatto due passi, pigramente, lungo il Boulevard de Sébastopol, quasi deserto a parte qualche macchina che sfrecciava nella notte.

Una donna ci ha incrociati. Barcollava, si è aperta un varco fra di noi, ha mormorato qualcosa e si è allontanata. L’ho seguita con lo sguardo, fino a che non ha girato l’angolo. Abbiamo continuato a passeggiare nella notte, in gruppo, dirigendoci verso l’albergo. Un tizio con la barba lunga mi raccontava del suo viaggio a Londra di pochi giorni prima. Io fingevo di ascoltarlo, facevo sì con la testa, ogni tanto lo guardavo e sorridevo, sempre annuendo. Non riuscivo a concentrarmi su una sola parola di quanto dicesse. In realtà pensavo ai fatti miei. Non a qualcosa di preciso. Piuttosto a tante piccole cose. Che non avevo comprato un regalo per mia nipote, che non avevo chiamato mia madre, che non ero tornata a vedere gli Impressionisti, che non ero andata neanche a rivedere il museo Rodin, che non avevo fatto niente di tutte le cose che mi ero ripromessa di fare. Continuavo a pensare che era diverso tempo che avevo perso i miei entusiasmi. La mia curiosità. La mia voglia di conoscere. Improvvisamente ho pensato che avevo anche una gran voglia di stare un po’ sola. Sentivo dolore, amarezza, stanchezza, ma la solitudine mi sembrava un buon rimedio. Andare in qualche posto dove non incontrare nessuno, per ore. Dove non essere costretta a fingere di ascoltare l’uomo con la barba al mio fianco. Ma poi mi sono detta. Forse davvero sono solo stanca. E di cattivo umore. Forse ha ragione lui. Dipende tutto dal mio atteggiamento. Forse è che aspetto le mestruazioni. Forse è questo tempo grigio. Domani sarà diverso.

A un tratto ho sentito una presenza alle mie spalle. Mi sono voltata. Era la donna di poco prima. Scusa un momento, ho detto all’uomo che parlava con me. Mi sono fermata. La donna era vestita di un cappotto verde, piuttosto vecchio e rattoppato, con dei bottoni grossi di colori diversi. Teneva i capelli chiari e rovinati raccolti sulla nuca, ma l’effetto era pessimo comunque. Mi ricordavano una scopa di saggina. In una mano aveva una bottiglia di birra. Ai piedi due stivaletti consumati e strappati. Mi guardava negli occhi, con un sorriso sghembo. La faccia piena di rughe, gli occhi verdissimi che risaltavano sul viso arrossato. Mi ha detto qualcosa. Mi scusi, non parlo bene il francese, ho risposto lentamente. Lei ha continuato a fissarmi, bisbigliando qualcosa fra i denti, con la voce roca e impastata. Poi mi ha teso il palmo della mano aperta. Io ho infilato la mia nella borsa per cercare degli spiccioli. Le ho sorriso e le ho fatto segno di aspettare. Intanto il gruppo si era fermato, avvertito dall’uomo con la barba che parlava con me un attimo prima.
Lui mi ha raggiunta.
- Che stai facendo, scusa? Ti stiamo aspettando – mi ha chiesto in modo sgarbato.
- Mi sono fermata solo un momento.
- Che fai, ti decidi o no?
- Cerco qualcosa da dare a questa donna – ho risposto ravattando nella borsa e non trovando il portafoglio.
- Per quale motivo? Perché se li vada a bere? – ha detto stizzito con un filo di voce.
- Non mi riguarda quello che ci fa.
- È una cosa stupida.
- Non mi interessa.
Ha alzato la voce. Ha urlato forte.
- Fai solo cose stupide. Te ne rendi conto almeno?
La donna è fuggita via spaventata. Io sono rimasta con una banconota da cinque euro in mano. Mi sono voltata.
Tutto il gruppo era rimasto immobile ad osservare la scena.

Arrivati nella stanza d’albergo, lui si era infilato nella doccia. Io mi ero svestita ed ero rimasta seduta sul letto. Lui era tornato e si era infilato sotto le coperte.
- Non dormi? – mi aveva chiesto.
- Non pensi che dovremmo parlare?
- Ho parlato tutta la sera.
- Sono giorni che non parliamo.
- Sto lavorando. Lo capisci?
- In realtà sono mesi.
- Non ricominciare con la solita storia.
- Non minimizzare.
- È tardi. Sei inopportuna, come sempre.
- Credo che entrambi abbiamo bisogno di pensare.
- Io ho bisogno di dormire.
- Dobbiamo fermarci un momento e riflettere.
- Sei tu che sei voluta venire. Lo sapevi che sarebbe stato così.
- Non abbiamo avuto mai neanche un’ora per noi.
- Ieri sei stata in giro. Al Louvre. Che altro vuoi?
- Parlare con te.
- Lo possiamo fare domani?
- Va bene.
- Spegni la luce. Adesso sono stanco.

Saliamo sul treno e prendiamo posto. Sistemiamo le valigie sopra le nostre teste. Io tiro fuori il mio libro, lui tira fuori i giornali, il computer, un blocco e una matita. Sistema tutto sul tavolino che ha di fronte, si toglie la giacca e la appende a lato. Poi siede accanto a me. Di fianco c’è un tizio che ascolta della musica con le cuffiette, legge un fumetto e si scaccola. Mancano ancora trenta minuti, dico io. Avremmo potuto fare un giro, prendere un caffè o che so io. Lui non mi risponde. Ha in mano il cellulare e controlla i messaggi in segreteria. Scusa, devo telefonare. Si alza e si allontana nel corridoio.

Il treno procede ad alta velocità. Guardo le case e gli alberi correre veloci davanti a miei occhi, così come veloci sono passati questi ultimi quattro giorni a Parigi. Infilo la mano nella borsa e sento una busta di carta. Guarda, gli dico, ho dimenticato di spedire le cartoline. Te l’avevo detto, mi fa lui, spediscile appena arriviamo in stazione, ma tu come al solito hai sempre la testa nelle nuvole. Io ho detto. Hai ragione, dico, le spediremo dall’Italia, e le infilo di nuovo nella borsa. Lui alza la voce, dimmi tu che diavolo di senso ha spedire delle cartoline dall’Italia, dimmi tu, no, ma dimmelo, spiegamelo per favore, che cavolo di senso ha andare a Parigi, sbattersi a comprare delle stupide cartoline, sceglierle minuziosamente, scriverle una per una, pensare quali parole spendere per questo e per quello, trascrivere gli indirizzi e spedirle dall’Italia, no ti prego spiegamelo bene per favore perché io proprio non lo capisco, così come non capirò mai te, che stai sempre con quella testa chissadove, sempre a indugiare, sempre a rimandare le cose da fare, ma poi me lo spiegherai un giorno dove diavolo hai la testa per favore?

Non è male indugiare, temporeggiare, ho detto io.
Lo trovo inutile e pericoloso, ha detto lui.
Va bene. Non facciamola tanto grossa. Mi sono un po’ distratta. Guardavo Parigi per l’ultima volta.
E brava, lei guardava Parigi per l’ultima volta, brava, complimenti, anche tutto questo senso del drammatico poi, perché per l’ultima volta, spiegami? No, tu ora me lo spieghi, per favore, perché pensi che morirai, che spirerai all’alba, che te ne andrai con la torre Eiffel negli occhi, no ti prego dimmelo, perché guarda che sei veramente patetica.
Io.

Io cosa?, guardati che faccia che hai che sembri un cane bastonato e comunque adesso finiamola lì perché io ho da leggere il giornale e stasera quando arriviamo ho da lavorare io, devo ancora scrivere quel pezzo del tizio di Rue Le Pic che uccideva le sue donne con il trinciapolli, e non fare quella faccia per favore, lo sai che devo lavorare, che mica posso fare come te che vivi nel tuo mondo, io devo combattere tutti i santi giorni perché lavorare in un giornale non è mica come andare a fare volontariato da vecchietti rincoglioniti.
Il mio non è volontariato, ho detto, è un lavoro come un altro, mi piace il mio lavoro. Sì, vabbè, con quei due soldi che ti danno, lascia perdere che è meglio che stai a casa e che il volontariato lo fai in famiglia, che almeno qualche volta si possa mangiare qualcosa di decente e invitare due amici, i colleghi.

Non alzare la voce, ci guardano, ho sussurrato, e lui ha continuato, e che ci guardino, ci guardino pure, tanto sono quasi tutti francesi e non capiscono niente, non li vedi che facce che hanno. Comunque pazienza ormai la frittata è fatta, le cartoline sono qui, con tanto di francobollo e tutto, ma dimmi tu, e vabbè tanto, ormai le abbiamo qui, che ci vuoi fare, proprio niente, pazienza, faremo come al solito, ci passeremo sopra.
Abbasso la testa e guardo la prima cartolina che ho scritto. È per mia madre. Parigi è bellissima. A presto.

A un tratto il treno sembra rallentare. Forse fa una fermata ancora in Francia, dico. E allora? E allora scendo un momento e le spedisco, dico. Ma non dire stronzate. Ci manca solo quello. Vedrai che faccio in un attimo, aggiungo. Magari le do a qualcuno e gli chiedo che gentilmente le spedisca per me. Si, vabbè, le darai ad uno sconosciuto che le butterà nel primo cassonetto dell’immondizia.
Perché dovrebbe farlo, scusa? Stai tranquillo.
Mi alzo, prendo la borsa e il cappotto. Dove vai? Scendo un momento. Solo un momento. Non preoccuparti.

Mi avvio lungo il corridoio. Sento lui che mi chiama. In un attimo sono sul marciapiede, appena il treno si ferma. Una voce dall’autoparlante annuncia, stazione di qualchecosa. Mi avvio verso l’uscita. Prendo la scala. In un attimo sono nell’atrio. Cerco una buca delle lettere. Chiedo ad un uomo che sta fumando una sigaretta. Scusi, excuse moi, messieurs, dove posso? E gli faccio il gesto di imbucare le cartoline. Come mi piacerebbe sapere parlare francese. Quattro giorni a Parigi e non ho mai parlato con nessuno. Solo in inglese con il receptionist dell’albergo. Il tipo mi indica la direzione fuori dalla stazione. Mi dice che c’è un ufficio postale. Mi sbrigo.

Devo fare veloce altrimenti perderò il treno. Trovo la maledetta cassetta della posta. Allora, ci sono tutte. Le cartoline per i miei, per i suoi, per gli amici, per Susanna. Per tutti. Le imbuco. È fatta. Torno indietro. Sento annunciare la partenza del treno. Madame et messieurs, le train eccetera. Mi affretto. Non ricordo il binario. Forse il terzo. Mi prende l’angoscia. Sento il cuore in gola. Non so bene che mi stia succedendo. Ad un certo punto le mie gambe diventano pesanti. Di marmo. Non riesco quasi a muovermi. Come in uno di quegli incubi in cui tu vorresti correre e non ci riesci. E infatti faccio le scale lentamente, con il fiatone. Sento il fischio del capotreno. Potrei affrettarmi. Invece mi fermo. Mi siedo sulla prima panchina che trovo sul marciapiede. Guardo le carrozze che si stanno muovendo. Sento il cigolio sul binario. Prendono velocità. I finestrini che sfrecciano davanti a me. Prima un vagone e poi l’altro. È andato tutto. Osservo la coda del treno ormai lontana. E resto ferma. Immobile. Non so perché.
Le cose si fanno così.
Senza pensarci troppo.
di Claudia Priano

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