Concerti Magazine Venerdì 23 marzo 2007

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Immaginatevi di essere una rock band. Di essere giovani, pieni di voglia di fare e di aver sempre suonato, fino ad ora, entro i confini dell'Italia o, ancora peggio, della vostra piccola città. Come sarebbe esibirsi per una settimana intera su palchi calcati da gruppi storici come Joy Division, Police e U2, in una Londra più viva che mai?
Ce lo raccontano i Banshee, formazione genovese reduce da un mini tour britannico, per promuovere il loro debut album Public Talks, edito da Suiteside. Un viaggio breve ma intenso, nell'Inghilterra di Harry Potter e del rock'n'roll
Chiara Ragnini - Genovatune.net

The Banshee. Tour diary: UK, 26 feb/4 mar

Lunedì 26 febbraio 2007
Si parte. «Ci vediamo in aeroporto alle 11, ok? Puntuali che sennò poi col check-in e robe varie non ci capiamo più niente…».
«Raga e se non ci fanno portare le chitarre come bagaglio a mano? No, io me ne sbatto non la faccio mettere in stiva, eh?».
Primo disgustoso pasto di una lunga serie, ok che siamo in aeroporto, ma è pur sempre ancora Italia, no?
Decollo, sonno, atterraggio. «Cazzo che freddo!».
Saliamo sul coach che porta in centro città, siamo a Londra.

Eccoli lì, 'sti quattro genovesi in mezzo al vortice di gente che è Liverpool Street Station. Sembrano quattro deficienti profughi del rock in cerca di ispirazione, o forse della più vicina stazione della Metro? «Io compro subito l’ , voglio vedere i nostri concerti in programma». «Io vado da Burger King, ho un pò fame». «Sì ok, però dai che ci dobbiamo muovere!».

Stasera suoniamo al Nambucca, Islington – Londra nord. È uno di quei posti dove hanno suonato tutti i fattoni tipo Babyshambles, Cazals, etc. e si capisce subito dall’odore.
Per fortuna l’impatto con la realtà britannica è graduale: con chi suoniamo stasera? Con i Disco Drive! Pensa te. Poi serata spaghetti, anche perché il batterista del terzo gruppo è italiano, anche lui. Niente soundcheck, si parte (inizio concerto h. 21) con poca gente ma buona. Ottimo inizio comunque. Finita la serata andiamo a mangiare un kebab con i DD e poi tutti a nanna, che domani abbiamo da fare kilometri tutti quanti.

Martedì 27 febbraio
Risveglio a Camden town: «è abbastanza presto, ci facciamo un giro?».
Piove, noi quattro con valigie, chitarre, borse. Un vecchio a cui chiedo indicazioni mi dice: «state attenti che qua vi rubano tutto». Mi giro e guardo gli altri: mi rendo conto che il vecchio non ci vede granchè bene: siamo talmente loschi e malconci che nessuno oserebbe avvicinarsi.
Saturi dall’acqua e dallo shopping sfrenato nei mercatini, decidiamo che è il momento di ripartire. Coach e via verso Cambridge.
L’ospitalità in questo paese è contagiosa: da Savino’s, un caffè italiano gestito da italiani, entriamo e chiediamo un caffè. Io dico espresso e Nico dice «sì, anche per me un caffè, normale». Savino, che evidentemente si è ambientato fin troppo bene, s’incazza: «allora, lo volete espresso o normale?!?».
Alla fine riusciamo ad ottenere qualcosa che assomiglia molto vagamente ad un caffè.

Stasera siamo al Loft, bella venue, palco grande, luci, smoke machine, figo. Cena alle 5 con eggs, bacon, salsicce, fagioli: l’unica roba che puoi mangiare in quest’isola di barbari. Le band con cui dividiamo la serata sono di buona qualità: i Monroes sono ragazzini ma spaccano, ci facciamo complimenti a vicenda e tante belle cose.
La casa dove ci ospitano a dormire è abitata da gatti che aprono e chiudono le porte (geniali) perciò dobbiamo chiuderci a chiave. «‘Notte».

Mercoledì 28 febbraio
Andiamo nel centro di Cambridge, tra le architetture gotiche troviamo un posto dove fare colazione. Per avere il breakfast a 3.50 pounds ci tocca bere una birra media alle undici e mezza del mattino. Deleterio: arriviamo a Oxford alle 18 in condizioni pietose, dopo il solito viaggio in pullman troviamo il Jericho e soundcheck. Il Jericho è tappezzato di foto dei Radiohead e dei Supergrass: entrambi hanno fatto qui i loro primi concerti e iniziato la loro carriera. Cool.
Serata divertente, il promoter ci presenta al microfono come se fossimo i più fighi della terra. Superato l’imbarazzo e digerita la “colazione” facciamo un live che ci ripaga delle fatiche della giornata, gonfi solo di adrenalina, andiamo in albergo tutti contenti, Oxford di notte mi fa sentire un po’ Harry Potter.

Giovedì 1 marzo
Sveglia presto e prendiamo il pullman per Bristol. Arrivati là ci mettiamo un'ora a cercare un posto dove mangiare qualcosa e alla fine entriamo in un grande magazzino. Poco più tardi ci chiama Theo, il promoter della serata, e ci dice di andare a casa sua. Affrontiamo la collinetta che ci separa da casa di Theo, ma a causa di valigie, chitarre, armi e bagagli ci sembra di scalare il k2.
Stremati, finalmente dopo giorni di movimento senza sosta, crolliamo con gioia su un divano, ci connettiamo a internet, beviamo un tè e facciamo due chiacchiere con Theo, che è un gran bravo ragazzo.
Freschi e riposati, dopo aver cenato ci dirigiamo al locale, il Junction. Qui prima di noi suona la migliore band che abbiamo incontrato in tutto il tour: i Bucky. Sono in due, cantante chitarrista e un batterista con una mano sola. Spaccano! Veramente ottimi, vederli suonare ci dà ancora più carica per fare il nostro show. Ciliegina sulla torta: in sala c’è il cantante dei Kula Shaker, Crispian Mills, che compra anche il nostro disco!

Venerdì 2 marzo
Ci tocca il viaggio più lungo: Bristol-Margate. Ogni volta che a Bristol ci chiedevano dove suonavamo la sera, strabuzzavano gli occhi ripetendo Mooaaargateee!?!?
«Bè dai, non era mica poi così distante alla fine, no?». «Ma nooo, pensa se dovevamo andare a Manchester, Liverpool o Newcastle…». In effetti gli inglesi sono un po’ strani anche in questo. Il viaggio durerà complessivamente quattro ore con un cambio in mezzo... bah.
Arriviamo a Margate, il mare e i gabbiani ci fanno sentire a casa. Il Lido è un locale molto grande proprio sul mare, è strapieno, ci dicono sia l’unico locale nella zona. Fatto sta che ci godiamo il calorosissimo benvenuto e le ragazzine che ballano invasate sotto al palco ci mettono subito a nostro agio, chi se lo aspettava?

Sabato 3 marzo
Di nuovo a Londra, questa volta con più calma ci facciamo un giretto per Islington, dopo aver lasciato le nostre cose al locale. Negozi di dischi, scarpe, cibo. La venue di stasera è l’Hope & Anchor, storico pub londinese che ha ospitato i live di Joy division, Police, U2, Spandau Ballet, ai loro inizi. Siamo headliner, perciò iniziamo a suonare un po’ tardi: alle 10.45… (risate).

Il locale è colmo di gente. Suoniamo con una carica addosso che ci fa veramente sballare, a fine concerto ci vengono fatte strane richieste, del tipo autografi su varie parti del corpo, foto, etc. Sono pazzi questi londinesi! A parte tutto la gente è veramente invasata, ed è questo il bello dell’Inghilterra: non importa se hai il nome, la copertina o che altro, se gli piaci ti fanno le feste come se fossi un divo, non si vergognano di ballare e scatenarsi e chiederti autografi. Per noi evidentemente è stato uno shock: «Probabilmente ci hanno scambiato per qualcun altro». «Ragazzi, è stato il concerto della vita».
È stato anche girato un dvd del live, ma tanto quella sera non ce la dimenticheremo in ogni caso. Anche perché in attesa di prendere il bus per l’aeroporto (abbiamo il volo di rientro prestissimo il mattino dopo) ci ospitano in un college, nella sala tv, per dormire almeno un po’ sui divani. Peccato che qui troviamo un afterparty di ragazze indiane che intonano canti del loro folklore fino a tarda notte. Incredibile.

Al rientro trovo in tasca un volantino degli Holloways con su scritto: So this is Great Britain?

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