Magazine Martedì 20 marzo 2007

Baci e abbracci, Claudia

Ecco, ero qui a scrivere di tutta un’altra cosa e ora mi sono interrotta perché ho ricevuto la notizia. E allora ho aperto un altro file perché mi è venuta voglia di riflettere un po’ su questo. Daniele Mastrogiacomo è stato liberato. L’ho saputo da mia madre che mi ha spedito un sms. Ora spesso si comunica così. Poche parole scritte in un messaggio per darsi una notizia così importante. "È stato liberato". Così mi ha scritto mia madre. Ed io ho capito subito, perché erano giorni che tra noi non si parlava d’altro. Ho acceso la radio, sintonizzata su , mentre Marino Sinibaldi confermava la notizia. Perché questo annuncio lo aspettavamo tutti. Ci speravamo. E soprattutto lo aspettavano con ansia le persone vicine a quest’uomo, che deve aver passato le pene dell’inferno.

Ma chissà quello che hanno vissuto loro, i suoi famigliari e gli amici, i colleghi più vicini, in questi giorni, in questi giorni di angoscia e incertezza. Le notizie erano contrastanti. Dopo l’uccisione dell’autista si temeva il peggio. E d’altra parte bisogna considerare che in quel paese è in corso una guerra alla quale l’Italia partecipa. Che piaccia o no ai nostri politici, questo è un dato di fatto e bisogna dirlo. E occorre non dimenticare che noi là siamo i nemici, gli invasori, percepiti come tali. E che ci siamo dentro fino al collo. Ma di questo si parla molto poco. Solo lo stretto necessario. Ovviamente non è buona propaganda politica, né per gli uni né per gli altri. E poi, diciamolo, pure, nessuno ha voglia di parlare di guerra.

Giusto ieri sull’autobus, a commento della grande giornata mondiale dei movimenti per la pace da Washington a Roma, un tizio diceva che essere pacifisti è una moda che lo fa ridere. Beato lui che se la ride. Riderebbe un po’ meno se la guerra ce l’avesse in casa sua. Se un giorno tornasse dal lavoro e puff!, si accorgesse che il suo bell’appartamento, coi mobili lucidi tutti ornati dai centrini, il letto in ottone, la tavola apparecchiata con la sua bella tovaglia a fiori, la tivù, la parabola con Sky e la sua poltrona preferita sono stati ridotti in cenere da una bomba. E non è rimasto più nulla. Allora me le vedo le risate. Ma questo è difficile da capire.

Le cose lontane si percepiscono in altro modo. Soprattutto se sono filtrate dalla tivù. Noi italiani, attaccati alle nostre piccole beghe intestine di politici da pollaio, con le notizie in prima pagina sui maggiori quotidiani, date con grande enfasi, di , calciopoli, stronzopoli varie, non amiamo sentire parlare di guerra. Se ne parla quasi con pudore. Perché è uno di quegli argomenti scomodi, di quelli che oramai non fanno neanche più tanta audience. Il dolore, per favore, teniamolo lontano. La sofferenza è una roba che pesa. La nostra cultura va esattamente nel senso opposto. Negare e sempre negare. Sfogarsi in palestra, gonfiare i muscoli e scolpire suadenti pettorali, stordirsi in discoteca, trasformarsi in un’immagine globale di velina o di modello depilato di uomo simil-Costantino. Lottare contro la vecchiaia riempiendosi di botulino o silicone (magari si è passato ad altro, non so, non sono aggiornata). Negare l’importanza di un passaggio come quello della morte.

E poi ci si abitua a tutto. Molta gente segue il telegiornale a tavola la sera, gustandosi le pietanze, - sì per favore passami il sale e anche il pepe, buono questo sugo, domani mi fai l’amatriciana? - mentre sul video scorrono le immagini di gente torturata, o lacerata da attentati, di bambini con occhi privi di speranza e di sogni, derubati della loro innocenza e della loro infanzia. Ci si abitua e non ci si indigna più. Diventa come vedere un film. Io la tivù in cucina l’ho tolta, perché sono una che ancora si indigna. E che soffre. Ma proprio perché amo la vita. E così mi capita di pensarci. Alla guerra, per esempio. Leggo la definizione sul dizionario Devoto-Oli: “Lotta armata fra stati e coalizioni per la risoluzione di una controversia internazionale più o meno direttamente motivata da veri o presunti (ma in ogni caso parziali) conflitti di interessi ideologici ed economici, non ammessa dalla coscienza giuridica moderna”. Ecco, lo dice. Non ammessa dalla coscienza giuridica moderna. Eppure in questo buio periodo storico la guerra sembra l’unica soluzione possibile.

Un caro amico, Giorgio Giordano, saggio medico in pensione che la guerra l’ha vista e vissuta sulla propria pelle di bambino, mi regalò un giorno un libro che ho amato molto. Mi piacerebbe riportarne qui di seguito un breve brano.
Sono venuto in questa città di frontiera per essere più vicino alla guerra, per cercare di vederla coi miei occhi, di farmene una ragione; ma, come fossi saltato nella minestra per sapere se è salata o meno, ora ho l’impressione di affogarci dentro. Mi sento andare a fondo nel mare di follia umana che, con questa guerra, sembra non avere più limiti. Passano i giorni, ma non mi scrollo di dosso l’angoscia di essere un rappresentante della più moderna, più ricca, più sofisticata civiltà del mondo ora impegnata a bombardare il paese più primitivo e più povero della terra; l’angoscia di appartenere alla razza più grassa e più sazia, ora impegnata ad aggiungere nuovo dolore e miseria al già stracarico fardello di disperazione della gente più magra e affamata del pianeta. C’è qualcosa di immorale, di sacrilego, ma anche di stupido – mi pare – in tutto questo.

È un brano tratto da una lettera scritta da Peshawar, del 27 ottobre 2001.
E l’autore è il grande Tiziano Terzani. Questo frammento tanto intenso di vita è tratto da uno dei suoi grandi libri: di Tiziano Terzani, edito da Longanesi.
Che ognuno di noi dovrebbe leggere.

Se volete contattare Claudia ecco il suo indirizzo:
di Claudia Priano

Potrebbe interessarti anche: , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin , MiniVip&SuperVip. Il Mistero del Viavai di Bozzetto: il cinema si fa fumetto , Il segreto del faraone nero, una nuova stoccata letteraria di Marco Buticchi , Auguri Andrea Camilleri! Lo scrittore compie 93 anni, la recensione del Metodo Catalanotti

Oggi al cinema

The children act Il verdetto Di Richard Eyre Drammatico 2017 Giudice dell'Alta Corte britannica, Fiona Maye è specializzata in diritto di famiglia. Diligente e persuasa di fare sempre la cosa giusta, in tribunale come nella vita, deve decidere del destino di Adam Henry, un diciassettenne testimone di Geova... Guarda la scheda del film