Magazine Venerdì 16 marzo 2007

Il freddo, la paura e le urla nemiche

Magazine - Questo mio maledetto respiro fa troppo rumore: mi sentiranno!
Il freddo mi penetra le ossa, non dovrei averne avvolto, come sono, in questa coperta militare, eppure non riesco a smettere di tremare, più batto i denti e meno riesco a non batterli: mi sentiranno!
Ecco che inizia anche a piovere.
Forse è un bene, forse così i cani non fiuteranno l’odore della mia paura.
Forse supererò anche questa terribile notte,forse...
Sento sempre più vicine le loro urla. Ho sempre odiato la loro lingua, così dura e fredda. Non penso che abbiano una parola come "pietà" nel loro vocabolario e se l’hanno deve avere un significato negativo, come "debolezza".
Vorrei essere rimasto a Roma, quella si era una bella vita: assegnato all’ambasciata americana. Ho già nostalgia dell’espresso che bevevo ogni mattina in piazza prima di salire agli uffici in attesa delle commissioni che mi sarebbero state assegnate. Tutti lì mi volevano bene. In realtà per me è sempre stato così: tutti mi hanno sempre voluto bene, forse per il mio modo di fare, per il mio modo di affrontare la vita, come un gioco.

Sono soldato in guerra da tre anni e non ho mai sparato a un uomo.
Me lo disse l’ambasciatore di restare, che a guerra finita per un po’ avrebbero comandato loro, che mi avrebbero trovato una buona sistemazione.
Niente da fare, ho sempre voluto fare di testa mia, in fondo ho sempre diffidato di tutti, carattere ereditario della gente di mare che tante volte m’ha salvato e che tante occasioni m’ha fatto perdere. A Genova c’erano i miei, da troppo tempo non davo mie notizie e non ne avevo da loro.
No, non era coraggio. Il fatto è che, non avendo mai preso niente sul serio, niente m’ha mai fatto paura, fin a che non me la sono trovata di fronte. Adesso ho paura!
Questa è la volta che sparo.
Perché mentire a me stesso? Lo so che non sparerò. Non servirebbe a niente, e poi chi ha il coraggio di uccidere un uomo? Perché lo so che sono uomini, anche se quelle che odo non sembrano parole ma latrati di cani, lo so che sono uomini.

Se mi scoprono mi lascerò catturare, poi si vedrà. Già una volta sono fuggito: mi caricarono sul cassone del camion e partimmo. Durante il viaggio non badavano troppo a me, ridevano tra di loro (quella è gente che fa paura anche quando ride), così quando passammo vicino a un vecchio muro di pietra che separava la strada dagli orti mi gettai dall’altra parte.
Mi svegliai che era buio gemendo per il dolore al ginocchio e per il bruciore delle abrasioni, sentendomi chiamare sottovoce. Era un soldato italiano che, nascosto nel vigneto, aveva assistito al mio exploit. "Pensavo fossi morto", mi disse. Era toscano. Mi sono sempre piaciuti i toscani, gente allegra anche quando parla seriamente, mi colpì il contrasto con le risate dei tedeschi. Mi chiesi se fosse il carattere di un popolo a determinarne la lingua o se avvenisse l’inverso.
Restammo sdraiati tutta la notte tra l’uva schiacciata per paura che i tedeschi tornassero e ci inebriammo del suo effluvio dolciastro. L’indomani, all’alba, fummo svegliati da un vecchio: il viso scavato dal vento e cotto dal sole, testimone di una vita trascorsa all’aperto esposto ai capricci del clima, testimone di una saggezza antica che sfida il progresso e le guerre, sempre uguale a se stessa. Era il contadino, primo motore immobile. Mi sentii subito sereno, come fossi a casa.

Nella casa di pietra vivevano due vecchi soli. I loro tre figli erano soldati e i due anziani non sapevano se erano vivi: li aspettavano con la rassegnazione e la speranza di chi è abituato ad avere a che fare con la natura.
Ci nascosero e ci sfamarono senza chiedere nulla in cambio fino a quando non potei nuovamente camminare. Era il caotico autunno del 1943.
"Nonno, è mezz’ora che ti cerchiamo! Non sentivi chiamare? Cosa fai in giardino? Sta piovendo! Ti ci manca solo l’influenza. Vieni dentro, ti rimetto a letto".
Bastardi! Capissi almeno cosa dicono, riuscissi a farmi capire da loro.

di Massimiliano Murgia

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