Concerti Magazine Lunedì 12 marzo 2007

Sanremo: le pagelle dei campioni

Marika Amoretti è membro del Club Tenco. Si dice appassionata della cosiddetta musica di qualità, ma paradossalmente "Festival di Sanremo Addicted": non se lo perde mai.
Quando non c'è Sanremo insegna e gira l'Italia al seguito dei gruppi che le piacciono di più. È attentissima al panorama delle novità musicali e, come vedrete, anche allo stile

Simone Cristicchi - Ti regalerò una rosa
La canzone di Simone Cristicchi ha vinto di tutto: il Festival (primo per la giuria demoscopica, primo per quella di qualità, secondo ad un metaforico sputo da Al Bano per il televoto), il premio della critica Mia Martini e il premio della stampa radio e tv. La sua esibizione ha suscitato la standing ovation sia all’Ariston che in sala stampa.
Il brano è un manifesto, una sintesi del : un viaggio negli ex manicomi italiani, da cui ha tratto un libro e un documentario. È una lettera che un “matto” scrive ad una donna che ha amato, proprio durante la clausura in manicomio. Struggente, tenera e dura allo stesso tempo.
Interpretata con disarmante sincerità, ma senza patetismo. L’unica teatralità che si concede è, alla fine del testo, di salire in piedi sulla seggiolina gialla che ha portato in tour, dando le spalle al pubblico, mimando un volo. Musicalmente la strofa è quasi recitata, mentre il ritornello è semplice ma non banale, con un magnifico assolo di violino.
Ricordo che il sig. Cristicchi l’anno scorso tra i Giovani è arrivato secondo, battuto da tale Riccardo Maffoni. Giustizia è fatta.
Il giovedì ogni artista doveva presentare un nuovo arrangiamento, con un ospite. In questo caso è stato chiamato Sergio Cammariere, che se l’è cavata molto bene.
È inutile, non riesco a trovare qualcosa di cui sparlare. Ecco, proprio per fare la pignola, posso criticare l’abbigliamento. Sabato pomeriggio aveva una bella giacchetta nera con camicia nera: Simo’, perché sul palco invece hai cantato, e quindi preso il premio, con una giacca orrenda?

2. Al Bano – Nel perdono
Con Al Bano invece la critica mi viene spontanea. Come ho scritto sopra, questo individuo ha vinto (per pochissimo) il televoto. Ma potete facilmente immaginare che il sistema dell’sms da casa somiglia pericolosamente quello del Totip degli anni ’80: ricordate gli scandali a proposito di migliaia di cartoline spedite o “pilotate” dalle case discografiche? Ecco, non aggiungo altro.
Al Bano ha un vocione. E questo nessuno lo nega. Ma la canzone, come un’altissima percentuale delle sue, è una schifezza. Si sono messi ben in quattro autori, tra cui Renato Zero (il cui talento è evidente che si sia atrofizzato quando ha svoltato gli “anta”), e il Carrisi figlio, per scrivere una sorta di marcia, noiosissima, e dal testo che definire retorico è un complimento.
È riuscito anche a buttare via la possibilità di un bel duetto: con lui giovedì c’erano i Cosmos, sorta di Neri per Caso russi, bravi. Ma nell’esibizione sono stati praticamente annullati dal muro dell’orchestra. Negli ultimi anni hanno bocciato la sua proposta di partecipazione al Festival almeno un paio di volte. E si è lamentato. Stavolta dovremmo lamentarci noi, perché lo hanno ammesso.

3. Piero Mazzocchetti – Schiavo d’amore
Quando è uscito l’elenco dei partecipanti tutti ci chiedevamo: “E questo chi è?”. Beh, smetteremo di chiedercelo per qualche mese, grazie al suo posto sul podio. Ma confido che ce lo dimenticheremo presto. Tanto per capire da dove viene (versione ufficiale, ma la verità magari non è esattamente così): ragazzotto pescarese, ovviamente di famiglia povera, emigra in Germania a fare piano bar. Lì lo scoprono i calciatori di non so quale squadra, lo aiutano a fare il disco e di colpo diventa famosissimo. Poi Aragozzini (che aveva organizzato qualche festival negli anni ’80, ed era stato indagato, credo anche in galera, una personcina per bene, insomma) lo ha riportato in Italia. Il “Bocelli sfigato” ha portato una romanza di una noia mortale. L’unica dei Campioni la cui melodia non riesco a ricordare. Leggi: non è neppure orecchiabile. Del testo non vi parlo: il titolo, che definirei “anacronistico”, dice tutto. Duetto con Amii Stewart, che molti pensavano si fosse persa ne Il segreto del Sahara, 20 anni fa.

4. Daniele Silvestri – La paranza
Beh, per me Daniele è Daniele. 12 anni di stima, affetto ed amicizia mi influenzano per forza. Molti lo davano per vincitore , in compenso è il 1° nella classifica dei download.
Finalmente il disco nuovo è pronto, e “il latitante” ha deciso di lanciarlo con un pezzo ironico, seguendo la modalità che con Salirò ha ottenuto un enorme successo. Con L’uomo col megafono ed Aria ha dato i brividi, e i fedeli, o quantomeno gli intelligenti, hanno apprezzato. Ma le sue canzoni più ironiche e danzerecce hanno conquistato anche i meno arguti; quindi, tanto vale. La musica de La paranza è travolgente, orecchiabile e ripetitiva ma adorabile. Il testo, come si evince dal titolo, divertito quanto divertente, giochi di parole da filastrocca ma, come sempre, con una lettura più profonda tra le righe. Scelta del duetto in linea: Capone e BungtBangt, una formazione (simpaticissima!) che suona come percussioni secchi, coperchi etc.
Mi concentro per fare almeno una piccola critica. Trovato: il video.
Quest’anno Baudo & co hanno avuto la pessima idea di proiettare sul maxischermo dietro ai cantanti delle immagini. Inquadrare chi canta e l’orchestra pareva brutto? Il risultato è stato spesso deleterio. Nel caso del latitante sono passati in sovraimpressione dei granchi danzanti: sembrava di guardare La prova del cuoco.

5. Mango – Chissà se nevica
Per Mango potrei fare copia-incolla delle recensioni dei festival passati. Con tutto il rispetto per il signor Pino, ma questo poteva essere un suo brano anche di 10, 20 anni fa. Baudo lo ha chiamato perché voleva un pezzo nel suo stile, e questo ha ottenuto. Quello che mi stupisce è questo piazzamento. Il televoto sarà stato una sorta di premio-fedeltà? Scusate, ma a scendere nei dettagli mi annoierei da sola. Mi limito a dire: testo piuttosto sconclusionato ma eufonico, musica sulla solita linea, un po’ schitarrata. La Gialappa’s gli ha parlato di “svolta rock” e lui si è offeso. Devo ancora capire perché. Niente di nuovo sotto il sole, comunque. Pardon, sotto la neve. Anche i vestiti credo siano gli stessi da anni; insomma, non stupisce sotto alcun punto di vista. Notevole invece il duetto, con la moglie Laura Valente (ex Matia Bazar, attualmente mamma a tempo pieno): arrangiamento minimale, magnifico cocktail di voci. Ma non basta questo episodio per entusiasmarmi.

6. Paolo Meneguzzi – Musica Quando ha iniziato a cantare il mio pensiero è stato: perché quest’anno non si possono eliminare i Campioni?. Il repertorio di colui che, dalla prima apparizione, ho inevitabilmente ribattezzato Menecazzi, si divide in due categorie: le canzoni veloci (che vorrebbero essere dance) e quelle lente. Questa è lenta. E sulla musica non c’è altro da dire. Il testo è insulso e banale, riassumibile in: “tu per me sei musica nell’anima”. E finisce anche con ben 2 “oh yea”. Imperdonabile. Il Menecazzi non ha un gran talento, non ha una gran voce, è fisicamente passabile, ma neanche troppo (in quanto ad occhiaie se la gioca solo con Chiambretti e la figlia antipatica di Celentano). Quindi, io mi chiedo, che cos’ha questo ormai 30enne? Buoni produttori e un certo culo, nel senso di fortuna.
Dimenticavo: duetto con Nate James, cantante che non mi entusiasma, ma, in confronto a lui, sembrava un genio.

7. Tosca - Il terzo fuochista
Tosca è in giro da anni, considerata (con alterne fortune) dalla critica, ma non ha mai sfondato davvero con il pubblico. Ha trovato una sua dimensione nel teatro, con musical e recital, e stavolta lo ha portato a Sanremo, addirittura accompagnata da una piccola banda. La musica è ripetitiva, ma nel ritornello coinvolge. Il testo è un accumulo di immagini, ma cantate con un ritmo e una cadenza (stornellata, come sempre. Questo non significa che abbia una voce sgradevole, naturalmente) che non si capisce una parola. E, sinceramente, la parte più riuscita del brano è quando canta “zumpappà” etc. L’esibizione di Giovedì, con il compagno (sì, le famiglie quest’anno hanno spopolato) attore e regista Massimo Venturiello, ha reso benissimo, creando l’atmosfera alla Garinei e Giovannini. Inoltre è uno dei pochi casi in cui i filmati non hanno rovinato la canzone: i fuochi d’artificio erano ad hoc.

8. Francesco con Roby Facchinetti – Vivere normale
Cercherò di non accanirmi troppo, ché qui è come sparare sulla croce rossa. E fin dalla prima esibizione li hanno massacrati. Musica banale, testo talmente brutto che vi riporto il ritornello, almeno ne capite la portata: ma l’impresa più speciale/è di vivere normale/come padri e figli/coi propri sbagli/la storia siamo noi/proprio noi. Il padre sa cantare. Il figlio no. Ed è riuscito a far andare fuori tempo e fuori tono anche Roby (che in realtà si chiama Camillo). E anche Anguun, come ospite. Lei cantava anche il testo in inglese. Sembrava che ognuno dei 3 avesse una canzone diversa.

Il vecchio era vestito un po’ alla mago Silvan, abbottonatissimo. E anche la messa in piega lo ricorda. Il giovane invece, dopo averci disgustato con un completo all white, che sembrava uscito da un video dei Take That di metà anni ’90, si è assestato su un normale abbigliamento nero e bianco.

9. Zero Assoluto – Appena prima di partire
Dal Turuturututtu del 2006, per il 2007 sono passati ad un Tuuu. È una sillaba che viene bene loro sussurrare, evidentemente. Perché, con la massima benevolenza, non si può dire che ‘sti ragazzi cantino: parlano sottovoce. Nel pezzo di Nelly Furtado (che ha ricambiato la cortesia intervenendo come loro ospite) meglio che niente fischiettano. La canzone è carina. Musica senza infamia e senza lode, diciamo gradevole. Il testo non cambierà la storia della musica italiana, ma non ha neppure un lessico o una sintassi brutti come altri sentiti al Festival. Look adeguato, senza strafare. E mi suscitano simpatia, perché dietro di loro (anche sul palco dell’Ariston) c’è Enrico Sognato, che, persa la speranza di proseguire la carriera solista, si è validamente riciclato.

10. Antonella Ruggiero – Canzone fra le guerre
La Ruggiero canta da dio, ha stile ed è una delle poche “signore” della musica italiana. Superfluo tessere le sue lodi. Spesso però il genere che propone non mi soddisfa. Ovvero, la sento al festival, e la apprezzo, ma non mi vado a comprare il disco. Questa volta è lo stesso. La melodia è oggettivamente valida, il testo affronta senza eccessivo patetismo un tema difficile, in cui è facile cadere nella retorica. Ciò che ha rovinato l’esibizione sono state le immagini dietro: bambini moribondi, con fucili in mano e altre crudeltà. Avevamo capito il tema, non occorreva fare il fotoromanzo. Lode all’arrangiamento: asciutto, senza virtuosismi superflui. Per duettare invece ha scelto due cori, tipo alpini: suggestivo ma un po’ barboso.

Dall’11° posto non hanno dato la graduatoria. Quindi da qui in poi seguo un rigoroso ordine alfabetico.
Leda Battisti – Senza me ti pentirai
Partiamo dal presupposto che se non esistesse non ne sentiremmo il bisogno, anzi. Miagola quando parla, agonizza tipo travaglio quando canta, se la tira. A 35 anni ha provato in tutti i modi a fare successo (vorrei ricordare che ha fatto anche Music Farm: sbattuta fuori dopo una manciata di puntate), ma le è riuscita solo una canzone, scritta con un altro. La canzone è un flamenco, ma lento lento e soporifero. Cantata con la solita agonia, qualche kg di presunzione, lenti a contatto blu, trucco pirotecnico e abitini che non sai bene se sono di carnevale o della Barbie. Per il giovedì sera ha invitato una coppia di ballerini di “Amici”. A voi le conclusioni.

Marcella e Gianni Bella – Forever
Qui torna il discorso dell’"è come sparare su...". Lui non scrive canzoni decenti da anni, lei in 35 anni di carriera ha infilato schifezze come perline, con rare eccezioni (vedi Nell’aria). Se si uniscono in un duetto, con questo titolo, cosa possiamo aspettarci? E non deludono le nostre aspettative. Musica con quattro note banali messe insieme, mentre il fulcro (nonché l’80% dei versi) è: Forever/per sempre/per sempre noi/sì. Credo possa bastare.

Fabio Concato – Oltre il giardino
A me Concato è simpatico, ammetto che sia raffinato, che abbia composto cose valide, ma spesso mi annoia. In questo caso ha portato un brano con un testo importante, e scritto bene. La tematica del licenziamento a 50 anni è piuttosto nuova, e meritava di essere presa in considerazione. Ottima interpretazione, intensa ed equilibrata. La musica però non mi entusiasma, è piuttosto piatta. Una nota negativa è che il giovedì ha invitato Michele Zarrillo (e già qui.. la tristezza aumenta) e Tullio De Piscopo, che praticamente non ha fatto nulla: ha “spazzolato” un po’, ma non si sentiva neanche.

Johnny Dorelli – Meglio così
Johnny Dorelli ha fatto sé stesso, come è giusto che sia. Smoking, canzone alla Sinatra, musica che funziona e testo antiquato, ma in fondo andava bene quello. Ha interpretato con convinzione e professionalità da vero crooner. Stupenda la scelta del grande Bollani (che lo ha anche imitato) il giovedì.

Amalia Grè – Amami per sempre
Se ci fosse un premio per l’aria di superiorità se lo giocherebbe con Milva. È vero che la Grè ha avuto successo, soprattutto all’estero, che viene dal jazz che è considerato più nobile del pop etc. Ma se la tira davvero troppo. Insomma, se via a Sanremo da sconosciuta (per il popolo televisivo) devi toglierti la puzza da sotto il naso. La canzone non è bella: testo che sa di muffa, musica jazzata, piuttosto gradevole, ma noiosetta. E il trucco, il trucco mio dio. E questo è il make-up anche di giorno, in tutte le apparizioni pubbliche. Contenta lei. Il duetto con “Barry White” di casa nostra Mario Biondi: funziona bene.

Milva – The show must go on
Milva sa cantare, ha un suo stile, e lo fa da quasi cinquant’anni. A questo festival voleva venire come ospite nella serata “all stars” di venerdì (c’erano Battiato, D’Alessio, Elisa, Nannini, Ferro, Zero). Ma, non avendo venduto abbastanza dischi nell’ultimo anno per essere ammessa, ha deciso di partecipare alla gara. Ma noi ne avremmo fatto anche a meno. Ha presentato un valido brano di Faletti (tema: Viale del tramonto, per intenderci), che però lei ha enfatizzato all’esasperazione. Sinceramente avrei preferito un’interpretazione dello stesso autore. O, come abbiamo potuto verificare nella serata dei duetti, quella, magnifica, di Enrico Ruggeri.

Nada – Luna in piena
Mi fa ridere che, ogni rara occasione in cui Nada ricalca il palco dell’Ariston, tirino fuori il suo esordio 15enne con Ma che freddo fa, e parlano di ritorno. Come se lei fosse in letargo, o in pensione, quando invece produce quasi un disco all’anno. Guardami negli occhi, la canzone che aveva portato nel 1999, mi era piaciuta molto. Quindi ero ottimista. L’ottimismo mi è improvvisamente calato alle prime note: sembrava una versione un po’ rallentata di Maniac (colonna sonora di “Flashdance”). Buono il testo, molto femminile, nell’accezione più profonda del termine, ché non stiamo parlando di accessori moda. Un’occasione persa è il duetto con Cristina Donà: persa perché il microfono dell’ospite non funzionava. Spero potremo ascoltare la versione che avevano preparato in un’altra occasione. Dal punto di vista del look Nada si è buttata come suo solito sul nero, con qualche capo bello, altri meno. Ma trucco e parrucco danno sempre un’impressione di trasandato, che in fondo fa parte del personaggio.

Paolo Rossi – In Italia si sta bene
Questo è un brano scritto da Rino Gaetano. Ed è stata proprio la sua famiglia ad affidarlo a Paolo Rossi, perché ne facesse un’interpretazione recitata ed ironica come era nelle sue corde, e così è stato. Sinceramente non è dei migliori brani che ci ha lasciato il cantautore, malgrado l’ottimo arrangiamento di , presente all’Ariston anche come direttore dell’orchestra. Il punto di forza è un testo sarcastico e disincantato (può ricordare un po’ La terra dei cachi di Elio, come registro), valido oggi come venticinque anni fa: e non è una notizia confortante. Ottima la scelta di duettare con i Têtes de Bois, perfettamente all’altezza. Trovo superfluo il “travestimento” da Garibaldini piuttosto.

Stadio - Guardami
Io ho l’idea che gli Stadio abbiano smesso di fare canzoni interessanti dopo la sigla de I ragazzi del muretto. Ricordo la loro ultima apparizione sanremese con la soporifera Lo zaino. Stavolta sono un po’ migliorati. Curreri interpreta bene, convinto, un testo non brutto su un amore che si può recuperare. Ma la musica è davvero quella di un qualsiasi loro brano degli ultimi anni, niente di che. Anche l’interpretazione della cantante dei Madredeus il Giovedì non ha aggiunto un granché. Però ammetto che siano una band onesta, che “fa la sua cosa” da molti anni, senza essere invasivi.

Velvet - Tutto da rifare
I Velvet sono bravi; poveracci, con Boy band si sono rovinati la vita per anni. La gente non ha capito l’ironia, come con Fuori dal tunnel (Caparezza) o Vorrei cantare come Biagio (Cristicchi). Mah. Volevo dirti molte cose è stato, con Mentre tutto scorre dei Negramaro, il miglior brano di Sanremo 2005. E li avevano eliminati la terza sera. Questa volta invece non sono arrivati tra i primi 10, e non hanno avuto alcun premio (anche perché si è portato a casa tutto Cristicchi). Ma hanno portato un buon brano, hanno retto bene in palco e azzeccato il duetto, con Francesco de Le Vibrazioni. Hanno finalmente affrontato il Festivalone con una buona dose di leggerezza e menefreghismo, e Pier si è preso anche la libertà di fare uscite – giustamente – polemiche. Impedibile quella con Alba Parietti (membro della Giuria di qualità.. ah ah), che durante l’esibizione a “Domenica In” parlava al cellulare. Tutto da rifare è un valido pop, con musica orecchiabile senza essere banalotta, e un testo non è geniale, ma dignitoso. Il titolo però è fuorviante: il concetto di “rifare” suona negativo, mentre in questo caso indica una giornata talmente bella da volerla conservare intatta, da ripetere. Look discreto: ringraziamo che abbiano abbandonato i terrificanti pantaloni mimetici del 2001.

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Oggi al cinema

La vita è facile ad occhi chiusi Di David Trueba Commedia Spagna, 2014 Spagna, 1966, in pieno regime franchista. Un professore che usa le canzoni dei Beatles per insegnare l’inglese ai suoi alunni viene a sapere che John Lennon si trova in Almeria (Andalusia) per girare da attore il film “Come ho vinto la guerra”.... Guarda la scheda del film