Magazine Venerdì 9 marzo 2007

Il cielo sopra Torino

1940 e dintorni

Corrado Farina pubblica per la casa editrice torinese Fògola un bel romanzo giallo come Il cielo sopra Torino (pag. 250 - 19,50 Eu), lavoro che fin dal titolo tradisce la vecchia passione cinematografica. La narrazione è ambientata con efficacia nel periodo dell’Italia fascista e - come recita il sottotitolo - nel 1940 e dintorni. Conoscevo già il plot essenziale del romanzo perché deriva da un racconto lungo pubblicato sull’antologia Torinoir (Edizioni Il Foglio, 2006), ma nel passaggio alla forma romanzo l’autore ha arricchito la struttura lavorando molto su ambientazione e descrizione dei personaggi. L’azione si svolge a Torino dopo il 10 giugno 1940, quando dal balcone di Palazzo Venezia Benito Mussolini comunica agli italiani la decisione di entrare in guerra. Si preparano giorni oscuri per tutti gli italiani, mentre tre ragazzi di vent’anni vivono un’avventura che cambierà il loro futuro. Il pregio del romanzo è proprio quello di saper raccontare un periodo storico oscuro e travagliato attraverso una vicenda di fantasia. La suspense è assicurata perché il mistero che avvolge la morte di uno dei protagonisti viene chiarito solo nelle ultime pagine del romanzo, addirittura sessant’anni dopo i fatti. Corrado Farina non è nuovo alle atmosfere del giallo. In Giallo antico aveva inventato una storia con protagonisti reali come Emilio Salgari e il regista di Cabiria, Giovanni Pastrone. Ne Il cielo sopra Torino, invece, la sola cosa reale è l’ambientazione, curata nei minimi particolari, dalla entrata in guerra ai bombardamenti su Torino e alla risiera di San Sabba a Trieste. La narrazione si snoda lungo i primi anni Quaranta e gli avvenimenti reali che si susseguono sono frutto di una precisa ricerca storica. Il lettore attento troverà anche alcuni riferimenti a personaggi reali come Leone Ginzburg, Primo Levi, Augusto Monti, Cesare Pavese e Maria Adriana Prolo.

Come hai preso la malattia del cinema e quando hai cominciato a scrivere per il cinema?
«La malattia l’ho contratta fin dalla prima infanzia e nel modo più banale: andando al cinema e tesaurizzando il fascino e la meraviglia che me ne venivano. A quindici anni ho incominciato a mettere per scritto le mie impressioni su certi quaderni con la copertina nera, su cui schedavo e commentavo tutti i film che vedevo nel corso dell’anno, illustrandoli con fotografie ritagliate dai giornali o dalle brochures pubblicitarie che razziavo negli uffici dei distributori».

Molti ex ragazzi degli anni Settanta forse non sanno che sei il regista di tanti Caroselli che hanno accompagnato la loro infanzia. Ce ne vuoi parlare?
«Non più che tanto, perchè non amo la pubblicità, che pure mi ha dato da vivere per molti anni. Ma devo dire che (al di là dei soldi) ho avuto due valide ragioni per dedicarmici: che la facevo, almeno nei primi anni, per e con Armando Testa che era una persona geniale e un interlocutore affascinante, anche se cocciuto ed egocentrico; e che Carosello aveva una struttura molto particolare, più vicina al cinema (anche se si trattava di micro-film di due minuti) che agli spot pubblicitari in senso moderno. Questa struttura consentiva un largo margine di invenzione, e di alcune serie come Olio Sasso ("La pancia non c’è più"), Urrà Saiwa ("Da oggi a merenda si cambia") o Digestivo Antonetto ("Io non discuto, scommetto!") conservo dei ricordi piacevoli».

Nella tua attività di scrittore ci sono anche i fumetti. È vero che hai scritto anche alcune avventure per Diabolik e che hai inventato una serie fantascientifica?
«Non proprio. Di Diabolik ho scritto una sola storia, perché poi mi sono dedicato a Selene, che peraltro non avevo inventato io. Ne scrissi quattro numeri, prima che la casa editrice fallisse. Maggiori notizie sono presenti comunque nella sezione "fumetti" del mio sito Internet (www.corradofarina.tk ), dove fra non molto (questa è una notizia che ti do in anteprima) saranno inserite anche le mie comic-strip de Il Grande Persuasore, un personaggio che chiarisce il mio rapporto di odio-amore con la pubblicità. Le ho realizzate negli anni Sessanta e non sono mai state pubblicate».

Dal fumetto al tuo film più noto. Baba Yaga con Carroll Baker: un omaggio alla Valentina di Crepax. Ci vuoi parlare del film e del tuo rapporto con la grande attrice?
«Alla rivoluzione grafica e linguistica apportata da Crepax al fumetto avevo già dedicato un saggio monografico, un certo numero di articoli e un cortometraggio, e mi sembrava doveroso tentare di portarla anche al lungometraggio. Per varie ragioni il risultato non è stato quello che volevo, anche se nel film ci sono alcune sequenze che mi sembrano ancora belle. Il film, del resto, è forse più noto e apprezzato oggi (non solo in Italia, dove si trova solo un DVD privo di extra, ma a livello mondiale, grazie a un DVD americano della Blue Underground con una quantità di extra) di quanto non lo sia stato all’epoca, e Caroll la ricordo come una donna simpatica e una seria professionista».

Il tuo primo film è un gioiello horror. Hanno cambiato faccia parla di vampiri ma realizza anche un discorso sociale non frequente nelle pellicole di genere. Ce ne vuoi parlare?
«Mah, sul fatto che si tratti di un horror si potrebbe discutere. Io direi piuttosto che si tratta di una storia fantastica che utilizza gli stilemi dei film di vampiri per fare un discorso "politico" sulla società in cui viviamo. La cosa agghiacciante che questa società non è affatto migliorata, ma piuttosto si è sempre più incarognita. Certe frasi pronunciate dall’ing. Nosferatu, il vampiro interpretato da Adolfo Celi che simboleggia il Potere, si adattano benissimo a un fin troppo noto protagonista della nostra recente scena politica, e forse è per questo che il film, come Baba Yaga, sta conoscendo una seconda giovinezza. Nell’arco del 2007 ne dovrebbero uscire una edizione DVD in Germania e una in Italia, con alcuni miei cortometraggi come extra».

Lavori ancora nel mondo del cinema?
«Ho fatto un film di montaggio molto divertente che è stato proiettato al Museo del Cinema di Torino durante tutte le Olimpiadi, ma se parliamo di film veri e propri, ahimé no, e non per mia scelta. Tuttavia, come ha detto Badoglio nel settembre del ’43, la guerra continua: sono tuttora alla ricerca di un produttore che mi metta in grado di realizzare un terzo lungometraggio».

Passiamo alla tua recente attività di romanziere. Ci puoi parlare brevemente dei tuoi ultimi lavori?
«La mia attività di romanziere è strettamente connessa con la risposta precedente, poiché tutti i miei romanzi nascono pensando al cinema. Il primo, Un posto al buio, doveva completare la "trilogia espressionista" di Hanno cambiato faccia e Baba Yaga. Doveva essere prodotto da Franco Cristaldi ed è arrivato addirittura alla vigilia delle riprese, ma è andato a monte all’ultimo momento per cause che non dipendevano né da me né da lui (anche di questa vicenda, se a qualcuno interessa, si parla sul mio sito, in un saggio sui rapporti tra cinema e televisione intitolato Lo stupro). Anche tutti gli altri romanzi, compreso il recentissimo Il cielo sopra Torino, nascono "per immagini" e pensando al cinema, anche se poi naturalmente prendono forma in un linguaggio diverso. Il problema è che è difficile trovarli: sono tutti pubblicati da piccoli editori che non riescono a ottenere uno spazio sul mercato: se non si dispone di un libraio volonteroso che sia disposto a ordinarli, le sole strade per averli sono Internet Bookshop o i link diretti degli editori indicati sul mio sito».

Nei tuoi romanzi trovo alcune analogie con la narrativa di Fruttero e Lucentini. Pensi di essere debitore di qualcosa ai grandi maestri del giallo all’italiana?
«Assolutamente sì: senza La donna della domenica, forse, la maggior parte dei “giallisti” italiani di oggi non esisterebbero. Di certo non esisterei io: Un posto al buio nasce esattamente all’incrocio tra quel romanzo e Il fantasma dell’Opera».

Ti ritieni un regista prestato alla letteratura o uno scrittore che per qualche anno ha fatto cinema?
«Penso che la risposta a questa domanda sia già implicita in quelle precedenti: mi ritengo un regista prestato (spero non "sine die") alla letteratura, anche se la scrittura ti dà una grandissima soddisfazione e una libertà che il cinema non ti potrà mai dare».
di Gordiano Lupi

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