Concerti Magazine Giovedì 1 marzo 2007

La cantantessa va a teatro

In piena , timbra presenza a Genova la cantantessa nazionale, quella che, giusto dieci anni fa, si affacciava sulla scena musicale italiana proprio dal palco del rivierasco Ariston.
La sua Amore di plastica colpì per tema e interpretazione: da subito, la voce stranamente modulata della bruna catanese destò l’attenzione generale. Ricordo ancora i commenti fatti con le mie compagne, tra i banchi del liceo: «Ho capito una parola su tre…». L’anno successivo, la magia di Confusa e felice permise di lasciare da parte ogni dubbio circa la sua bravura.
Da allora, Carmen ha fatto davvero tanta strada, divenendo una delle voci più autorevoli del cantautorato di casa nostra.

Dopo , eccola nuovamente di passaggio in città, in un’inedita versione acustica, nell’ambito di un tour teatrale che le ha aperto le porte dell’austero Carlo Felice.
Palcoscenico spoglio, ingombro dei soli strumenti musicali. Dal fondale nero fa capolino una figura di bianco vestita: una sposa esagitata, la brava “voce recitante” Simona Malato, dal chiaro accento siculo, introduce i versi di Sulle rive di Morfeo.
La Consoli conquista senza sforzo alcuno l’attenzione del folto pubblico, costretto suo malgrado sulle morbide poltrone rosse del Teatro, impugnando la fidata chitarra acustica: sobrio vestitino, lunghi capelli sulle spalle, scarpe da signora ai piedi.
Fiori d'arancio svela la chiave balcanica di gran parte dei nuovi arrangiamenti: compaiono mandolino, banjo, flauto traverso, contrabbasso e violino, e - come se non bastasse - i musicisti indossano tanto di panciotto alla Bregovic e zingareschi pantaloni rigati.

I brani di Carmen hanno una fortissima componente femminina: è difficile declinarli in chiave maschile. Per quanto i temi affrontati siano di universale dominio, non aderiscono con uguale intensità all’altra metà del cielo. La prima parte del concerto pare dedicato proprio a quei personaggi femminili che, dal terzo album in poi, accostati alle consuete atmosfere intimiste/post-adolescenziali, costellano le sue tracce: disilluse, arrabbiate, sole, agguerrite, offese, innamorate.
Ecco, allora, Matilde odiava i gatti, Eva contro Eva, Maria Catena, Contessa Miseria: ritratti dolenti, acri e spigolosi, il cui carattere sanguigno acquista materialità grazie alle belle e cupi luci che impregnano le sagome sul palco di bagliori viola, carminii e porpora.

Le commistioni di genere la fanno da padrone: oltre alle sonorità slave, tra gli accenti arabeggianti di Il pendio dell'abbandono e Geisha, in La dolce attesa compaiono perfino note celtiche, fino all’apparizione della cornamusa del Maestro Giancarlo Parisi sulla bellissima Masino, in cui la Consoli si trasfigura per divenire una Circe dei giorni nostri. Benché non particolarmente attraente, ha un fascino difficilmente discutibile: trasforma la chitarra in un oggetto da manipolare, con violenza hendrixiana, rendendolo soggetto alla sua volontà, e controlla con sguardo adombrato la platea ormai conquistata.

Al di là del nuovo spirito da elegante chansonnier, Carmen ha da sempre offerto nei suoi album un lato profondamente intimo, personale, vulnerabile ma potente: la seconda parte dello spettacolo poggia proprio su tale solido aspetto della sua produzione. La vibrante Sentivo l’odore, con il fidato Santi Pulvirenti scatenato sulle corde del buzuki, la vecchissima Questa notte una lucciola…, Fino all’ultimo, Per niente stanca, Venere, Bonsai 1#.
Fino all’apoteosi de L’ultimo bacio, In bianco e nero e la lancinante Blunotte.
Chiusura in roboante chiave siciliana, con un brano tradizionale che, significativamente, invita a pigghiari lu vastuni e tirari fora li denti.
La fine dell’esibizione, nonostante i lunghi applausi tributati a Carmen e ai suoi sei musicisti, è così repentina da lasciare in sospeso le emozioni maturate nell’arco delle due ore di concerto.
Ci pensa uno dei maestri della Consoli, il buon Tenco, filodiffuso con la sua Ciao, amore, ciao, ad incrementare il pathos positivo e riaccompagnare tutti a casa.

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