Concerti Magazine Venerdì 23 febbraio 2007

Silenzio, suona Gerhard Oppitz

Non c’è che dire, gli ultimi concerti della sono stati davvero interessanti: finalmente un po’ di musica diversa dal solito, interpreti giovani e anche diverse facce nuove in platea. Piano piano la sta diventando un appuntamento fisso del lunedì anche per tanti giovani genovesi, che cominciano la settimana all’insegna della buona musica, senza troppe formalità.
Lunedì prossimo, 26 febbraio 2007, è la volta di , pianista tedesco di fama mondiale.
Ma stavolta non c’è nulla di originale, anzi si torna al più classico dei programmi: le ultime tre sonate per pianoforte di Ludwig Van Beethoven (1770–1827).

Questo non vuol dire che non ci siano sorprese, anzi. Ogni volta si tratta di un viaggio emozionante, che non è mai lo stesso. Ogni interprete cerca il segreto di quei suoni, gli ultimi della vita di Beethoven, che si stava spegnendo lentamente in solitudine, in una Vienna che l’aveva osannato ma ora non aveva orecchie che per Rossini e la sua musica “facile”, immediata, spumeggiante, non certo per quelli che apparivano ormai come i deliri di un povero vecchio misantropo, sul quale per giunta da anni si era abbattuta la malattia peggiore che possa capitare a un musicista: la sordità.
Eppure, da quell’esilio, Beethoven non si stanca di parlarci, anche a distanza di secoli, e lo fa sedendosi al pianoforte – il suo strumento prediletto – nel silenzio e nella penombra del suo salotto, abbandonandosi totalmente al mondo dei suoni, che ormai viveva soltanto nella sua immaginazione.

Insieme agli ultimi quartetti, le ultime sonate per pianoforte di Beethoven costituiscono davvero un monumentale testamento spirituale che vale più di qualunque parola: una musica che si autoalimenta miracolosamente, che vive di frasi lunghe, estenuanti, di melodie trasfigurate. Vengono spontanei gli accostamenti con i nomi più grandi della storia dell’arte e della filosofia: Dante, Michelangelo, Shakespeare, Kant. Ascoltate l’ultimo movimento della sonata op. 109, quel tema così semplice e disarmante. Oppure il minaccioso inizio dell’op. 111, e poi quell’incredibile momento di jazz ante litteram in una della variazioni che compongono il secondo movimento. Finché la musica non si spegne, piacevolmente e naturalmente, lasciando anche l’ascoltatore più “indurito” attonito, ripensando al cammino che si è appena concluso. Un cammino che, detto in parole semplici, non è certamente di questo mondo, anche se paradossalmente è stato creato e tracciato dal primo compositore che aveva messo nella sua musica l’uomo, con i suoi problemi, le sue emozioni, le sua aspirazioni.
Ma l’uomo di Beethoven guarda in alto, verso il cielo stellato di Kant, le cui opere il grande compositore conosceva e amava. E guardando in alto, a quelle stelle, si eleva fin quasi a toccarle. Se n’era reso conto e l’aveva annotato nel suo Diario intimo il pianista Wilhelm Kempff (uno dei massimi interpreti beethoveniani) quando, sentendosi circondato dai progressi tecnologici dell’età moderna, scriveva che “il silenzio dello Spirito è più potente dell’urlo dei motori”.


Stagione Concertistica 2006 – 2007
Lunedì 26 febbraio 2007, ore 21.00 – Teatro Carlo Felice
Gerhard Oppitz, pianoforte
Ludwig van Beethoven (1770–1827)
Sonata in mi maggiore op. 109
Sonata in la bemolle maggiore op. 110
Sonata in do minore op. 111
Biglietti da € 15 a € 25, giovani € 10

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