Magazine Mercoledì 21 febbraio 2007

Ricordi di un tempo lontano

Magazine - Se ne sono andate. Le mani di mio nonno sono andate via. Sono partite mentre lui dormiva; sono rimaste aperte sulla coperta, vuote come conchiglie.
Le mani di mio nonno, gli anni le hanno sconvolte; le dita già balde e rapide sono alla fine divenute nodi, duri e lenti; croccanti, le nocche, quando provava a forzarne l’angolo, per vincere magari l’arroganza di un’asola, finché abbottonarsi tutta una camicia, dallo sterno alla cintura, non è diventato un viaggio troppo lungo, per lui, e non c’era più nessun trucco disponibile per trovare il nodo dentro una cravatta.

Elegante, mio nonno, si vestiva ogni domenica mattina, dopo il lavoro, quando si ubriacava il collo di acqua di colonia, si preparava con cura, aggiungeva il cappello, e andava in città con la vespa; tornava per mezzogiorno e non dimenticava le caramelle di menta, sfuse, nel sacchetto di carta bianco. Ha smesso che il casco non era ancora obbligatorio, ma la menta sa di domenica ancora oggi, per me.
Le mani di mio nonno, io le ho sempre immaginate salate. Salate dentro, voglio dire; mani fatte di sale, proprio. A me sembravano mani formidabili, così complicate e mai uguali, con i rilievi sul dorso che cambiavano via via, cifre e segni scritti, cancellati e sovrapposti, su quella carta d’uomo, dalla matita inclita e spessa della vita, stagione dopo stagione.
Le mani di mio nonno erano contadine, mani di stalla e di campo; erano grandi, per un uomo che non lo era, ma senza spreco, erano mani economiche, essenziali, mani che sembravano molate di fresco. Le mani di mio nonno avevano le unghie dure, silicee, e le vene sul dorso rilevanti come radici; le sue mani erano sempre ostinatamente pulite, ma rimanevano gialle comunque, quasi che il sole, lavorando con lui, gli fosse in qualche modo scivolato sottopelle: le mani di mio nonno erano una risata di legno.

Le mani di mio nonno, la fatica le ha rese prima impermeabili e poi anche sorde, e quasi immote, verso la fine, cave e dopo tutto arrese, come quei gelsi in esilio lungo certi fossi; le mani di mio nonno forse non sono mai state brave, a raccogliere lacrime dal viso di una donna, che quasi graffiavano, quei calli; però le mani di mio nonno non si sono mai sollevate dal piano di un tavolo o dal fustagno di una tasca per farne semina, di lacrime. Le mani di mio nonno non erano romantiche, però sapevano ballare e lo facevano volentieri, leggere come foglie intonate al vento dei piedi. Le mani di mio nonno, erano forca, e latte.

Bambino, qualche volta provavo anch’io, invidioso, a foraggiare le bestie, ma sistemando il fieno una volta ho graffiato la narice di una mucca con uno dei rebbi del forcone, e lei mi ha rivolto una enorme occhiata delusa, che non ho sostenuto; è uscito un filo appena di sangue, talmente lucido da sembrare elettrico, che mi ha fatto sentire cattivo. Le mani di mio nonno non hanno detto niente.
Le mani di mio nonno uscivano dalla stalla con il latte due volte al giorno. Sono cresciuto e l’ora del latte è diventata l’ora dell’aperitivo, e non ho più bevuto il latte appena munto, porto da lui, eppure lì, nella strettoia della gola, dove si fermano le immagini delle persone, mio nonno è questo: latte, e autunno di mani. Le mani di mio nonno hanno perso l’orientamento, alla fine; sono naufragate, e una malattia le ha spiaggiate su un’isola di silenzio. Un’isola fuori mappa per chiunque.
Ti è sempre piaciuto, il mare, nonno.

di Matteo Labati

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