Attualità Magazine Martedì 20 febbraio 2007

Ciao professore

© www.ansaldi.it - Gianni Ansaldi

Magazine - 21 febbraio 2007
di
Quando frequentavo Lettere lui era già professore ordinario di Storia della Filosofia Morale. Non so se fosse una leggenda, ma si diceva che fosse il più giovane in Italia. Con altri studenti impegnati come lui nel PCI seguimmo un seminario condotto da Flavio, Giulio Severino e Anna Grazia Papone su un tema tanto vasto quanto vacuo - Natura e cultura - e nonostante il titolo quella fu la prima volta che imparai cosa significa pensare.

Ci siamo persi e ritrovati più volte nel corso degli anni. Ed è stato sempre lui a cercarmi, quando leggeva qualcosa di mio che lo intrigava. Anch’io leggevo le sue cose e le ho sempre trovate importanti e divertenti, ma non mi incallavo a chiamarlo perché per me Flavio è sempre rimasto il professore di allora.
Ho letto il suo ultimo libro sugli Stati Uniti come si legge un romanzo, perché davvero avvince come un romanzo, e coniuga come solo lui sapeva fare profondità e originalità di pensiero a scrittura scorrevole e talvolta esilarante.

Perché Baroncelli era un maestro dello scrivere ed era uno che pensava con la sua testa. Su ogni questione riusciva a darti un taglio, un punto di vista originale, rifuggendo con naturalezza sia il luogo comune sia il paradosso fine a se stesso. In un tempo di facili trasmigrazioni ideologiche e politiche, ha mantenuto fino all’ultimo una intima, profonda coerenza con le sue convinzioni illuministiche. Era un filosofo che coglieva sempre il risvolto concreto, sociale, pratico delle teorie. In questo era un vero marxista. Faceva le cose con impegno solo se ci credeva. Non ho mai conosciuto nessuno così totalmente indifferente a occupare la scena per compiacere il suo ego. Era uno di quegli intellettuali che, provenendo dalla provincia, aveva conquistato una tale padronanza dei suoi strumenti conoscitivi ed espressivi da non nutrire alcun sentimento di inferiorità verso chicchessia.

Ed era una persona generosa, capace di prodigarsi per gli altri senza alcun fine personale. Lo era con tutti: gli studenti, gli amici, anche i semplici conoscenti. Non so da dove gli venisse questa straordinaria qualità, difficile da amministrare per una persona impegnata come lui. Eppure era così.
Gli devo molto e gliene sarò grato finche camperò.
Ho fatto fatica a vederlo e sentirlo negli ultimi anni. La malattia fisica è diventata un problema per me. Qualcosa che si mette di mezzo con le persone a cui voglio bene. Seguivo la sua lotta da lontano, informandomi con gli amici che gli stavano accanto. Credo che lui l’avesse capito e spero non me ne voglia la sua compagna di una vita e suo figlio, ai quali va tutto il mio affetto.
Ci mancherà la sua acuta intelligenza, la battuta tagliente, l’incoraggiamento amichevole. Ci mancheranno le sue riflessioni sul quotidiano e ci fa arrabbiare il pensiero che la vita non gli ha dato il tempo di darci tutto quello che avrebbe voluto e potuto.

Ci consola poterlo ritrovare nei suoi articoli e nei suoi libri, destinati a restare nel tempo, al di là delle mode del momento, perché scavano nel vivo della nostra storia con quella prosa colloquiale, familiare che era lo stile (di vita oltre che di scrittura) del nostro amico professore.


20 febbraio 2007
di
Flavio Baroncelli, filosofo e docente all'Università di Genova, se n'è andato stamattina, martedì 20 febbraio 2007, all'Ospedale San Martino di Genova. Soffriva da tempo di un male infido, che lo ha allontanato piano piano dalle cose che amava di più, e al quale alla fine ha dovuto cedere.
La notizia non è un fulmine a ciel sereno, ma non per questo è più accettabile. Mancheranno tanto, a chi lo conosce bene, la sua gentilezza, la sua affabilità, la disponibilità, l'amore verso gli altri.

Baroncelli è stato mio professore e relatore di tesi quando frequentavo l'Università. Con lui si è creato subito un legame, intellettuale e umano, che oltrepassava l'aula d'Ateneo. Anche se era difficile staccarsi dalle sue lezioni. In uno dei tanti ricordi che scorrono veloci in questi momenti, ci sono due o tre ex studenti (tra cui io) - già laureati da tempo - che vanno alle sue lezioni e si mettono nelle ultime file, un po' complici e un po' desiderosi di sentirlo parlare ancora una volta di Aristotele, di Platone o del suo amatissimo Hume. Alla fine veniva verso di noi sorridendo e diceva: «ma non c'avete proprio un belino da fare voi!», e ci invitava a prendere un caffè.

Molti anni dopo - al Museo di Sant'Agostino di Genova - è venuto a leggere ad una platea di amici, e a quegli ex irriducibili, le bozze del suo ultimo libro - Viaggio al termine degli Stati Uniti. Perché gli americani votano Bush e se ne vantano. In America c'era andato per curarsi, ma non ha perso l'occasione per raccogliere sensazioni e riflessioni su un paese che non ha mai smesso di incuriosirlo. A metà tra diario e saggio filosofico - così come il precedente Il razzismo è una gaffe - rende bene il suo stile e la sua personalità. E soprattutto la sua ironia.

Allegro e malinconico, a volte umorale, ma sempre pronto a spendere una parola di conforto, a fare una battuta. Si prendeva a cuore le persone, Flavio. E il suo mestiere - la filosofia, l'insegnamento - lo appassionava. Una passione che trasmetteva agli altri. Gli devo molto, gli devo tanto che non saprei nemmeno da dove cominciare. Come me credo alcune generazioni di studenti, e chi ha avuto il piacere di conoscerlo.
Ciao Professore.

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