Magazine Giovedì 15 febbraio 2007

Carla Benedetti: una teorica irregolare

A tutta pagina sulla copertina campeggia il suo volto lievemente sorridente, in alto a sinistra il suo nome che funge anche da titolo: Carla Benedetti ( ). È il libro-intervista di Mario Maccherini - dottorando in Letterature straniere moderne all’Università di Pisa - che con l’intellettuale si intrattiene in un’ampia conversazione, toccando «argomenti - come spiega Benedetti - che vanno dalla nozione di letteratura alla clonazione, dal ruolo della critica alla stilizzazione dell'identità, dal disciplinamento dei saperi al revival della modernità, dall'eresia alla rete, da Proust a Saviano», in un volume che resta agile e fruibile (110 pagine).

Docente di Letteratura italiana contemporanea all'Università di Pisa, da tempo collabora anche con giornali e riviste. Dal 2004 cura una rubrica di libri sul settimanale l'Espresso e sul web è stata tra i fondatori della rivista in rete , poi di - dove sono disponibili due estratti dal volume e .

Anni fa ho conosciuto Benedetti sulla carta appassionandomi al suo libro L’ombra lunga dell’autore (Feltrinellli, 1998). In un periodo in cui occuparsi di chi scrive invece che di chi legge era fuori moda, la trattazione proposta dalla teorica era - come recita il sottotitolo - un’Indagine su una figura cancellata. Necessario e intenso, quel volume apriva la questione facendone esplodere limiti e contraddizioni, utilizzando un linguaggio diretto ed estremamente comunicativo, in un approfondimento ricco di riferimenti letterari e filosofici. Un’illuminazione.
L’immediatezza comunicativa e la capacità di esaminare un argomento con grande perizia ma anche uscendo dalle gabbie formali imposte da pensieri e posizioni critiche correnti sono diventate nel tempo le caratteristiche forti della scrittura di Benedetti, non a tutti gradite. Come si legge nell’introduzione di Maccherini la teorica ha fatto «imbestialire... il milieu critico letterario italiano» cercando di «svelare e disinnescare codici ormai logori: ad esempio, quelli utilizzati per alcuni autori ritenuti intoccabili - e interpretabili appunto seguendo la norma consueta; ... fino ad una presa di posizione contro un establishment, la carta stampata, l’editoria, fin troppo dormiente e compiacente verso una situazione sempre più degradata».
Gli attacchi usciti su quotidiani e riviste sono documentati in un capitolo dedicato: Hanno detto di lei. Ma è anche possibile leggere alcuni articoli a firma di Benedetti nella parte Materiali critici e estratti, posta a conclusione dell’intervista.

In sovrapposizione a quella del libro, intreccio una conversazione via email con Benedetti per saperne di più del libro e di lei.
Ma la prima domanda fallisce e le risposte sono altre domande.
Che effetto fa essere soggetto di un'apologia, genere d'altri tempi?
Questo libro-intervista le pare un'apologia? Mi piacerebbe sapere cosa glielo fa sembrare così. Il fatto che ci sia la mia foto in copertina? O il fatto che qualcuno sia stato curioso di sapere cosa penso su alcuni argomenti?

Il canale in questi casi non aiuta. Una lettura derivata dall’introduzione di Maccherini, dall’impostazione di certe sue domande e dal capitolo finale Hanno detto di lei mi ha messo in testa questa possibilità.

Come nasce il progetto di questo libro e come è avvenuto l'incontro con l'autore Mario Maccherini? L'impostazione del libro è un'idea condivisa? O è venuta in corso d'opera?
Il libro fa parte di una collana che ha già diversi titoli (Antonio Moresco di Massimiliano Parente e Riccardo Reim di Daniele Bortoletti), e a cui se ne aggiungeranno presto altri. La collana si intitola Contemporanei all'imbecillità. Gli intervistati sono disparati: scrittori, critici, giornalisti, musicisti, registi di teatro... Ogni libro è fatto allo stesso modo: introduzione dell'intervistatore, lunga intervista e in appendice una breve antologia di scritti dell'intervistato. E tutti i volumi hanno la foto in copertina. La collana è fatta così. Perciò l'impostazione del libro non l'ho decisa io e nemmeno è venuta in corso d'opera. Era già così, per tutti i volumi. Mario Maccherini, che non conoscevo, un giorno mi ha scritto, proprio come ha fatto lei, per chiedermi se volevo rispondere a una lunga intervista che sarebbe uscita come libro per l'editore Coniglio, e io ho risposto di sì.

Se dovesse scrivere lei un volume-intervista a difesa di qualcuno a proposito di chi scriverebbe e perché?
Buffo che lei ritenga che un libro-intervista si faccia "in difesa" di qualcuno. Io credo che lo si faccia quando si pensa che quel qualcuno abbia delle cose interessanti da dire. In passato ho fatto delle interviste a critici e a scrittori. Alcune brevi, su giornali, una lunga che è diventata un libro. Due anni fa ho anche fatto un'intervista filmata a Silvana Mauri, un'eccezionale testimone di mezzo secolo di editoria e di cultura, e anche "scrittrice involontaria", come lei stessa si definisce nell'unico libro (Ritratto di una scrittrice involontaria, a cura di Rodolfo Montuoro, Nottetempo) che ha pubblicato poco prima della sua morte, avvenuta nel 2006.

In che modo coniuga o fa dialogare il lavoro didattico all'università, quello di studio e ricerca e la parte giornalistica (su internet e sulle riviste)? Cosa entra nell'una e nell'altra e come modificano individualmente il suo trasmettere?
In un modo molto naturale. All'università, agli studenti e ai lettori dei giornali e riviste su cui scrivo, parlo delle cose che mi stanno a cuore, e di cui mi occupo anche nei miei studi e ricerche. Non c'è separazione. Se non nella maggiore o minore lunghezza. È ovvio che quando si scrive un libro si può entrare più in profondità di quando si scrive un articolo su un quotidiano. È ovvio che quando si tiene una lezione si regola il ritmo del discorso in maniera diversa di quando si parla a un convegno o alla radio. Tutto qui. Molto più difficile è far dialogare la professione di sindaco con quella di romanziere, o di presentatore televisivo con quella di scrittore. A loro sì che varrebbe la pena di chiedere come fanno a coniugare le due cose.

Quali nuove potenzialità vede nel web e nel suo proliferare di idee e contenuti, nel suo proporre la condivisione di materiali, ma anche di progetti (penso a Wikipedia, ma anche a traduzioni di siti di ONG aperte a tutti) in alcuni casi anche economici (penso per esempio a una barca a vela costruita con un confronto continuo tra velisti su www.sailinganarchy.com , o anche alle prospettive di www.youtube.com )?
La rete è un mezzo su cui possono circolare dati e riflessioni che sugli altri canali, giornali e televisioni, vengono più facilmente bloccati. Quindi è un mezzo potentissimo per la libertà di informazione e di parola. Ma c’è differenza tra informazione e verità. Le informazioni in rete circolano, ma accanto a quelle contrarie, nel turbine delle opinioni contrapposte, nella melma della disinformazione. Uno dei mezzi di offuscamento più diffuso, e più consustanziale alla società mediatica odierna, è in effetti lo svincolamento della parola dà ciò che le dà forza di verità. Per esempio dal peso dall’individuo, dalla responsabilità della parola. E questo è purtroppo ciò che finora si è maggiormente affermato anche nella rete, per esempio con l’uso dei nickname. Scambiato per qualcosa di alternativo, per la possibilità di adottare identità multiple, in realtà a me pare un indebolimento della parola e delle possibilità che il mezzo offrirebbe.
Una volta scrissi su Nazione indiana un pezzo dal titolo Perché i bloggers usano nomignoli di copertura. Fu criticato da molti sulla rete. Eppure a me pare evidente che non si possa avere alcun peso politico nella società, nella vita pubblica, quando ti firmi “La bella addormentata nel bosco”. Una parola senza nome passa e va, scriveva Foucault. Se non ci metti la tua faccia, la tua responsabilità, non puoi avere alcun effetto sul mondo.
Il nickname del resto è un momento della stilizzazione delle identità, dell’alleggerimento degli individui, della costruzione di Io docili, interscambiabili, disancorati. Internet ha potuto così perfezionare una forma di potere sull’individuo. È paradossale che nell’epoca delle telecamere per strada, in metropolitana, nei supermercati, ci sia questo luogo in cui puoi metterti la maschera. Dalla carta di credito sanno dove sei, cosa compri, che prodotti prediligi. Dagli acquisti in libreria con la carta di sconto Feltrinelli sanno che libri leggi. Possono registrare le tue telefonate, leggere le tue mail. Dappertutto l’individuo è stato reso visibile, controllabile. Per cui questa invisibilità permessa da internet sembra una valvola di sfogo. Un carnevale per sorvegliati speciali... E guarda caso l’unico luogo in cui si ammette e quasi ti si invoglia a non essere visibile, riconoscibile, è il luogo in cui hai la possibilità di usare la parola più libera che esista.
In Internet non hai capiredattori che ti censurano, non hai editori che ti rifiutano di pubblicare perché non vendi, non hai bisogno di avere la pubblicità per poter continuare a pubblicare, non hai (in teoria) alcun tipo di condizionamento. E proprio in questo spazio viene favorito il tuo anonimato. Sarà un caso? Nazione Indiana e ora Il primo amore (che sta per diventare una rivista cartacea, trimestrale) dimostrano che si può fare un altro uso della rete.

Potrebbe chiarire con esempi il suo uso del termine clonazione, che lei sgancia dall’ambito scientifico di cellule e organismi, per estenderlo in senso filosofico a tutto ciò che non nasce dall’incontro con l’altro?
La clonazione è la riproduzione senza fecondazione, cioè senza l’incontro con l’altro, senza l’azzardo e il rischio di un nuovo inizio. Senza l’invenzione che è insita in ogni nascita. E non riguarda solo le cellule e gli organismi, ma anche le idee e le forme. Anche sul piano del pensiero e della creazione artistica esistono oggi forze che ostacolano la possibilità di fecondazioni e di nuovi inizi. Certamente è sempre successo che ciò che esiste faccia resistenza a ciò che ancora non esiste. Che ciò che si è attestato tenda a riprodursi. E che il vecchio abbia paura del giovane. Ma oggi, in questo nostro contesto storico è successo qualcosa di più. Negli ultimi decenni del secolo scorso si è formato tutto un corredo di ideologie, credenze e diagnosi epocali che giustificano questa repressione della nascita. La fine del nuovo è stato quasi il motto del postmoderno. E poi è stato generalizzato fino a pretendere di diventare carattere impietrito di un'intera epoca storica… un modo per decretare che nessuno d’ora in avanti avrebbe più potuto nascere, che niente sarebbe più iniziato. Sul piano della vita la nostra epoca sta esercitando una violenza inaudita sulle generazioni future, privandole della possibilità di iniziare di nuovo, per i disastri ambientali che renderanno il pianeta inabitabile tra 50 o cento anni. Lo stesso rischia di avvenire sul piano dell'espressione e della creazione: d'ora in avanti non potrà più esserci più niente di diverso da ciò che già si dà, e che già conosciamo. A questo hanno contribuito anche altre idee formatesi negli ultimi decenni: la fine della storia, la morte del futuro, la morte dell’autore, la fine dell’esperienza. Come se non fosse ormai più possibile aspettarsi che una nuova generazione di menti possa venire a smentire o contrastare le idee e le posizioni che si sono attestate. Questa è la clonazione. Molti “critici” hanno fatto e stanno ancora facendo questo. Sono diventati i guardiani dell’esistente. Hanno cercato di annientare le generazioni successive, dicendo che tutto ormai era morto. Che non c’era più nessuno. Che nessun grande scrittore sarebbe più nato.

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