Magazine Mercoledì 14 febbraio 2007

La Filosofia delle donne in libreria

Con una dedica eloquente alle nostre madri le studiose del pensiero filosofico Pieranna Garavaso (ordinario di Filosofia presso l’Università del Minnesota, Morris) e (ordinario di Filosofia della conoscenza presso l’Università di Genova) escono in libreria in questi giorni con il volume Filosofia delle donne (Laterza). Pubblichiamo in anteprima un estratto dalla parte introduttiva e ricordiamo che lo scorso novembre il lavoro di ricerca confluito in questo volume è stato presentato in una di Vassallo all'interno della rassegna Teatro e Filosofia, a cura de I Buonavoglia.


Fare filosofia delle donne è un modo per immettere nel dibattito contemporaneo nuovi punti di vista che non sono stati ancora espressi e affinati a pieno. Una filosofia delle donne non rappresenta tutte le voci finora escluse. È solo un esempio, e speriamo un modello, di come si debba allargare il dialogo filosofico. Una filosofia delle donne è una filosofia in cui le donne parlano da protagoniste, è un discorso fatto da loro e che a loro appartiene; in essa le donne sono i soggetti del dialogo. È anche una filosofia sulle donne, che parla delle donne e degli argomenti che a loro interessano, in cui il mondo femminile diviene oggetto del discorso.

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C’è bisogno di una filosofia delle donne?
Lo studio della filosofia raffina l’intelletto. Lo dimostrano le statistiche dell’Educational Testing Service sui risultati ottenuti da studenti universitari nel Graduate Record Examination (GRE), un test che misura «le capacità di pensare criticamente, di scrivere in modo analitico, di ragionare verbalmente e quantitativamente, capacità acquisite nell’arco di un lungo periodo di tempo e non in connessione con alcun campo specifico di studio». Tra il 2001 e il 2004, gli studenti intenzionati a conseguire un Bachelor of Arts in filosofia – titolo di studio paragonabile a una laurea in Italia – hanno ottenuto per il ragionamento verbale e la scrittura analitica i risultati più alti nel GRE rispetto a studenti di altre discipline, e i più alti per il ragionamento quantitativo nelle discipline umanistiche.

Purtroppo, i dati indicano che sono soprattutto gli uomini a trarre vantaggio dallo studio della filosofia. Nei paesi anglosassoni sono più gli uomini che le donne a laurearsi in filosofia; in Italia, invece, dove si laureano in filosofia più donne che uomini, le docenti ordinarie di filosofia – così come in ogni altro campo del sapere – sono davvero rare: sono ancora Socrate e Immanuel, non Cristina e Ipazia a frequentare le più raffinate palestre della mente.

Se lo studio della filosofia ha effetti positivi sulle capacità intellettuali degli esseri umani, costituisce uno svantaggio per le donne e per tutta la nostra cultura che queste non ne traggano beneficio al pari dei loro colleghi maschi. Ma, potrebbe obiettare qualcuno, forse è semplicemente colpa delle donne se non si dedicano alla filosofia; dopo tutto sono loro che scelgono liberamente di non fare filosofia fino ai livelli accademici più elevati, di non diventare professori universitari. Il punto cruciale di questa obiezione sta tutto nel termine liberamente. Per capire cosa diciamo quando affermiamo che la maggioranza delle donne sceglie liberamente, è utile paragonare la questione del perché non ci sono più donne che scelgono di intraprendere una carriera universitaria in filosofia alla questione del perché non ci sono più donne tra i docenti universitari di informatica, di fisica e di molte altre materie scientifiche. Su questo problema si è concentrata una discreta attenzione negli ultimi venti o trent’anni.

Le scienze, così come la filosofia, richiedono grande intelligenza e solide capacità logiche e razionali. Nell’immaginario collettivo, nella cultura popolare, nel senso comune e nei miti, le donne vengono però rappresentate spesso come esseri istintivi, passionali, sensuali, irrazionali, emotivi e perfino illogici. Queste idee sulle donne e sulle loro capacità, sul loro ruolo sociale e sulla loro supposta natura, hanno esercitato un influsso straordinariamente potente sui modi in cui le donne sono state educate e sulle modalità con cui è stato loro permesso o proibito di essere pensatrici e artiste. Non dovrebbe sorprendere che molte donne, nella storia della civiltà occidentale, abbiano liberamente scelto di non diventare scienziate e filosofe; c’è da stupirsi piuttosto che ve ne siano state alcune, nonostante tutto.

Se siamo convinti, come ogni vero filosofo dovrebbe essere, che si valuta meglio una tesi considerandola da molti punti di vista e se accettiamo il fatto che, quando sono persone appartenenti a gruppi sociali diversi a fare ricerca, pensare, sollevare domande, avanzare ipotesi, presentare una risposta, difenderla, obiettare, i risultati finali sono diversi da quelli raggiunti da persone appartenenti tutte al medesimo gruppo, diventa allora indispensabile includere nel dialogo filosofico una grande quantità di punti di vista diversi.

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La musica cambia a seconda di chi la suona. Lo stesso è vero per una conversazione filosofica: i punti di vista considerati sono differenti a seconda di chi ha la voce per intervenire. Per Ipazia e le sue sorelle sarà più interessante un dialogo in cui possano essere protagoniste e che verta su problemi di loro interesse. C’è bisogno di una filosofia delle donne innanzitutto per le donne, per l’altra metà del genere umano. Ma c’è anche bisogno di una filosofia delle donne per la filosofia stessa, perché essa necessita di rappresentare la più ampia varietà possibile di punti di vista e Ipazia è tra coloro che non hanno avuto finora voce nella filosofia tradizionale.

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