Concerti Magazine Mercoledì 14 febbraio 2007

Rava: «jazz, il mio amore più grande»

Magazine - Siamo a New York nella seconda metà degli anni Sessanta. Un giovane trombettista italiano è sulla porta di un locale della Grande Mela, fuma una sigaretta in attesa di esibirsi. Passa un altro musicista, di nome fa Miles Davis, che gli dice: «Sono venuto a dare una controllata».
Oggi Enrico Rava è il più noto jazzista italiano nel mondo. Ma come si fa a suonare - quando si è un novizio - di fronte ad un guru come Davis? Che per di più è venuto a dirti si essere passato di lì per te? «Bisogna prendere un sacco di Valium - dice Rava, che raggiungo al telefono - anche perché lui era il mio idolo assoluto».

Quell'episodio, a suo modo divertente, segna profondamente il musicista: «all'epoca era strano vedere un musicista italiano da quelle parti, a contatto con i migliori, mentre oggi c'è più promiscuità. Oltre all'agitazione, perciò, c'era la gioia di entrare a far parte come co-protagonista di una scenza straordinaria».
La vera svolta nella vita di Rava era avvenuta qualche anno prima. Nel 1962 incontra , che gli apre la strada: «è stato lui a darmi fiducia, io ero un dilettante. Con lui ho affrontato i primi lavori professionali (tra cui la colonna sonora del film di Montaldo Una bella grinta n.d.r.), e ho deciso di lasciare la mia città». Ovvero Torino, dove suo padre possedeva un'azienda di autotrasporti. Sarebbe stato quello il futuro di Enrico se non fosse diventato un mago della tromba. Quando ha capito che il jazz era la strada giusta? «La sera che ho suonato con Gato», risponde. Poi è arrivato il sudamerica, New York - dove ha vissuto otto anni - l'avanguardia free jazz, le tantissime collaborazioni e i riconoscimenti internazionali.

Novanta dischi dopo, all'inizio del 2007, esce il disco The Words and the Days, prodotto con il suo quintetto per l'etichetta ECM. «È la continuazione di Easy Living, l'album che ha segnato il mio ritorno in ECM, e secondo me va anche un po' più in là». Ad accompagnarlo ci sono Gianluca Petrella (trombone), Rosario Bonaccorso (contrabbasso), Roberto Gatto (batteria) e Andrea Pozza (piano). A quest'ultimo il compito gravoso di sostituire quel genio di . «Raramente ho trovato un gruppo così coeso. La presenza di Andrea non ha fatto che perfezionare gli equilibri interni: lui non è per nulla accentratore, suona per il gruppo. La formazione precedente, per certi versi, assomigliava più a una passerella di solisti».
Il quintetto - secondo Rava - rimane la formazione più equilibrata: «ma solo per un fatto pratico: nel quartetto il peso sulle mie spalle diventa eccessivo, mentre nel sestetto ci sono meno spazi».

Oltre che musicista, è anche un gran divoratore di libri (ha letto ben tre volte la Recherche di Proust, tanto per dirne una): c'entra qualcosa con il titolo dell'album? «Sì, è una frase che mi è rimasta in mente di un autore sudamericano. Non sono sicuro ma credo sia di Borges, uno dei miei preferiti».
L'altra passione di Rava è, ancora una volta, il jazz. «Ho iniziato ad ascoltarlo verso gli otto-nove anni, e non ho più smesso. Anche oggi compro tantissimi dischi. In realtà la mia prima attività è quella di jazz fan». Capita anche che, nei frequenti spostamenti, sia costretto ad alleggerire la sua collezione: «scelta crudele ma necessaria». In questo periodo vive a Genova, ma è una sistemazione temporanea: «da parecchi anni vivo in Liguria, prima a Corniglia, poi nel chiavarese». Sempre vicino alla costa: «sarà il fatto che sono nato a Trieste, altro luogo di mare». Frequenta la città? «Molto poco, sono spesso in giro, e quando torno mi piace stare a casa».

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