Concerti Magazine Sabato 10 febbraio 2007

Rockland: i Delirium son tornati

Magazine - 8 Febbraio 2007, data decisamente significativa per gli amanti genovesi del rock. Sul palco del Teatro della Gioventù di via Cesarea - nell’ambito della rassegna Rockland organizzata dall’infaticabile etichetta indipendente Black Widow – si esibiscono i ricostituiti (dal 2002) con Stefano “Lupo” Galifi alla voce (di cui diremo più avanti).

Il gruppo di Martin Grice (flauto e sax), Peppino Di Santo (batteria) ed Ettore Vigo (tastiere) – a cui, nella nuova formazione, si sono aggiunti Roberto Solinas (chitarre) e Fabio Chighini (basso) – ha fatto, a suo modo, la storia del rock genovese. Alternando con sconcertante facilità singoli di grande successo e scarsa rilevanza artistica (Canto di Osanna, Jesahel, Haum! giusto per citarne alcuni) ad album di più ampio respiro e maggiore spessore (specie il terzo ed ultimo: Viaggio negli arcipelaghi del tempo), i Delirium tra 1971 e 1974 hanno lasciato una traccia indelebile nell’immaginario collettivo. Adesso ci riprovano, spalleggiati da una nuova casa discografica (la sopraccitata “Black Widow Records”): un nuovo album è alle porte ed il primo disco live della carriera (Vibrazioni Notturne, registrato durante i concerti della scorsa estate) è stato ufficialmente presentato proprio durante la serata al Teatro della Gioventù.

Di fronte ad una sala entusiasta e stipata all’inverosimile, chi scrive non ha potuto fugare alcune perplessità: se l’ipoplasia creativa che attanaglia Di Santo e soci ogniqualvolta devono stendere un singolo sembra perdurare nel tempo (l’inedita Notte a Baghdad fa il pari, per imbarazzo, con la ripescata È l’ora, B-side del 1972 a firma Mogol/Lavezzi), molto meglio è andata nei momenti strumentali e nel ripasso degli sbocchi creativi proposti da brani come Dio del silenzio, Gioia, disordine, risentimento, Villaggio e Culto disarmonico.
Vera e propria delizia dell’ascoltatore, la straripante personalità di Martin Grice, unita a non comuni doti esecutive, alimenta la sensazione che i Delirium sarebbero poca cosa senza gli ispirati fraseggi del fiatista di Birmingham. Degno di nota (non passa inosservato) l’apporto della new entry Roberto Solinas, chitarrista dal suono corposo e dal grande impatto, divertitosi per tutta la sera a “sporcare” il tipico sound Delirium con inserti decisamente rock: talvolta completamente fuori luogo, nel complesso utili a rinfrancare la vitalità del repertorio e a sollevare dalle poltrone i vecchi amanti dei chitarroni carichi di watt. In limine, anche le cover: particolarmente azzeccate quelle dei Jethro Tull (medley di Bourree e Living in the past, con Martin Grice novello Ian Anderson ancora in bell’evidenza), più pacchiana la celebre With a little help from my friends (nella storica versione di Joe Cocker del 1968) ululata dalla voce roca di Solinas.

Le perplessità, dicevamo: complici alcuni problemi tecnici, il gruppo è parso talvolta slegato, specie nei momenti più impegnativi (potremmo dire progressivi?). Le voci non hanno granché convinto, peccando spesso nell’intonazione e nella tenuta del suono; la scelta poi di usare un artefatto play-back nei momenti corali può definirsi, semplicemente, discutibile. La speranza per il futuro è che la band possa essere rinfrancata da ulteriori esibizioni live, dal calore del pubblico e da un nuovo album (significativamente annunciato come Delirium IV) che riprenda il fil rouge là dove bruscamente è stato interrotto, nel bel mezzo non a caso di in un’ampia riflessione su tempo ed eternità.

Sorprendente la seconda parte della serata: dal palco hanno risuonato nuovamente, a quasi trentacinque anni di distanza, le parole e soprattutto le note dello Zarathustra dei Museo Rosenbach, album storico del rock italiano. Artefici della magia il Tempio delle Clessidre (formazione genovese di recente costituzione al suo emozionatissimo debutto) ed un trascinante “Lupo” Galifi alla voce. Sì, Lupo, proprio lui: il cantante originario ma anche una voce indimenticata, ritenuta da addetti e appassionati tra le più importanti del panorama rock internazionale. Emozioni a non finire: l’esecuzione integrale di Zarathustra (quaranta minuti a spasso con irridente semplicità tra pop e scrittura colta) ha strappato applausi e consensi a scena aperta, ma solo alla fine, come si usava una volta. Seguita in raccolto e sospeso silenzio, la performance ha stupito per perizia e onestà interpretativa; poche e sostanzialmente ingenue le sbavature. Gli occhi lucidi al termine degli ex Museo Rosenbach (presenti in sala) hanno impresso la degna conclusione ad una serata comunque memorabile per Genova ed i suoi bistrattati figli. Si ripeterà presto il miracolo? Da queste pagine ci piace augurarcelo.

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