Concerti Magazine Lunedì 29 gennaio 2007

La prima volta di Allevi a Genova

Magazine - Le dita che scivolano sull’avorio del pianoforte e non sai più se sono loro a creare quelle note o semplicemente a ballarci sopra. Saltano, si muovono, volano sulla tastiera e ti sembra di vederle sorridere, felici. Come felice è lui, seduto lì.
Il teatro risuona delle melodie e la tua mente inizia a vagare, leggera come fa un’ape su prato da un fiore all’altro, tra mille pensieri, a seconda di ciò che la musica ti suggerisce.
A volte il titolo del brano ti porta a visualizzare quasi ciò che aveva davanti quando “una musica è andato a trovarlo”. Sabato 28 gennaio 2007 sono andato a vederlo suonare al Politeama Genovese.

Lui ha un rapporto privilegiato con la musica: come due amanti clandestini, che vivono la loro vita fino al momento in cui uno dei due non riesce a fuggire per un po’ e bussa alla porta dell’altro. È un’immagine stupenda, lui non dice “ho composto questo brano” o “seduto al mio pianoforte ho scritto questo”. No, lui passeggia per strada, guarda per esempio Budapest da un ponte ed il pensiero corre all’Europa e lì, mentre contempla il Danubio, il vento gli sussurra all’orecchio le note di Vento d’Europa.
O ancora, ammirando un quadro, “il bacio” di Klimt, sente di voler rendere in note ciò che quella pittura è stata in grado di regalargli ed ancora una volta la musica è seduta nel salotto della sua mente, rima di uscire e divenire magia per tutti.
Joy: non poteva esistere titolo migliore per l’album di questo artista straordinario.

Gioia è ciò che si prova nel sentirlo suonare dal vivo, nel vederlo.
Presenta con due parole il brano che si appresta ad eseguire e poi, una volta seduto alla tastiera, è come se lo componesse lì, per la prima volta. Nessuno spartito. Nessun foglio davanti. Chiude un secondo gli occhi, forse chiede alla musica di giocare con lui e le sue dita iniziano a danzare.
Lui che quando viveva in un monolocale persino troppo piccolo per far entrare un pianoforte, suonava una tastiera immaginaria sul tavolo in legno dove mangiava.
Lui, così toccato nel profondo dalla musica e da ciò che attraverso di essa era in grado di donare, che ad un certo punto è stato colto da un attacco di panico. Un insieme di emozioni troppo grandi da gestire e persino mentre un’ambulanza lo stava portando in ospedale, la musica era con lui ed ancora una volta “lo è passato a trovare”.
Suggerendogli le note di quel capolavoro che è Panic.

Io non sono un esperto di musica e tanto meno di pianoforte. Non avevo mai assistito ad un concerto di questo tipo e prima dell’inizio, vedere la sala stracolma, di ragazzi e ragazze, di trentenni come me e non come forse ingenuamente avevo temuto di vecchie impellicciate ed incartapecorite, mi ha lasciato sorpreso e piacevolmente colpito. Un compositore in grado di avvicinare a quest’arte chiunque. E la sua presenza scenica ha fatto il resto.
Sorrido pensando che forse mi aspettavo un manichino se non proprio in smoking per lo meno in abito scuro. Esce invece lui con jeans larghi e felpa con cappuccio. Come se fosse appena venuto via da un locale di piazza delle erbe.
Con questa voce un po’ sussurrata, timida. Visibilmente colpito dall’ammirazione che ogni lungo applauso gli manifestava.

Ironico, genuino. Ha tenuto concerti in tutto il mondo e nel suo essere a Genova per la prima volta, non ha dimenticato di ringraziarci per aver inventato il pesto… E poi ancora a rituffarci nelle sue note, ognuno con i suoi pensieri, sempre vedendo danzare quelle sue dita quasi ipnotizzati, facendolo sembrare persino facile.
Come solo i geni assoluti sanno fare.

Sono quasi le tre di notte, sono tornato a casa dopo il suo concerto ed un paio di birre nei vicoli ed ho sentito fortissimo l’impulso di scrivere queste parole, con il suo cd ancora nelle orecchie, ed ora che so come è nata ogni vanzone e cosa significa, trovo tutto ancora più grande.

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