L’arte della Commedia - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Giovedì 8 marzo 2001

L’arte della Commedia

Magazine - di Eduardo De Filippo
con Luca De Filippo, Umberto Orsini, Francesco Piscione, Michele Nani, Giuseppe Rispoli, Carolina Rosi, Nanni Tormen, Roberto Valerio, Greta Zamparini
scene e costumi Enrico Job
regia Luca De Filippo

Con un applauso sulle rispettive prime battute, il pubblico ha accolto De Filippo e Orsini.
Un saluto, un riconoscimento anticipato a due nomi importanti del teatro.
A posteriori l’applauso più meritato andava a Orsini che, sul filo dei nervi e di una voce scattosa e roca, ha costruito il prefetto: un personaggio testualmente di poca sostanza e dal quale, l’attore stesso ha confessato, “mi sento lontano.” De Filippo che, dalla sua, ha un personaggio più complesso, umile ma profondo, povero ma dignitoso, non ha mai variato il tono di una recitazione melliflua, che a tratti diventava difficile da seguire.
Il testo è puro metateatro. Eduardo racconta la storia di un capocomico, Campese, e di un prefetto appena giunto in paese, al quale l’attore chiede di partecipare al suo spettacolo per creare un’occasione ufficiale e richiamare così il pubblico. In realtà il discorso è molto più ampio e complesso, e coinvolge l’intero significato profondo del fare il teatro. Campese, il capocomico, crede nella sua professione, ma soffre di una congenita frustrazione dovuta al fatto che sul suo sillabario di bambino, tra le professioni, per l’appunto, quella del padre, della madre e del nonno (fare l’attore) non fosse contemplata. Fare l’attore dunque che significato ha nella società? A questa domanda esistenziale che infastidisce il prefetto, Campese non trova risposta. Il prefetto lo scaccia e a quel punto Campese non trova altra strada che minacciare il puerile uomo della burocrazia di mandare i suoi guitti al posto di qualcuna di quelle persone che il prefetto deve incontrare secondo una lista che per sbaglio è finita proprio nelle sue mani.
La scenografia parla di una decadenza senza limiti che, ai resti del capannone di Campese, distrutto in un incendio, sovrappone il palazzo della prefettura: una stanza di rappresentanza dalle pareti scrostate e i divani coi buchi. Le luci sono perfettamente dosate e quasi passano inosservate il che è indice di grande efficacia e correttezza d'uso senza abuso.
Il primo tempo è lungo e un po' pedante, l'argomentazione di Campese e il suo monologo d'apertura risultano pesanti, spesso anche a causa della mancanza di ritmo nelle lunghe battute. Molto divertente e brillante il secondo atto, che potrebbe facilmente essere un atto unico privo della prima parte. Carosello di personaggi e di storie di paese delle più truci che si presentano al prefetto come una commedia da palcoscenico, ma smarrito tra finzione e realtà nel gioco ci scapperà il morto.
Eduardo De Filippo scrisse questo lavoro negli anni '50 per denunciare il dialogo tra sordi in atto allora - come oggi - tra politica e teatro.
Nel '76 Natalia Ginzburg scrisse "esiste fra l'Autorità e l'Arte del Teatro o in genere l'Arte, una incompatibilità assoluta. L'Autorità Ufficiale ritiene di essere la realtà. Ma l'arte del teatro o in genere l’Arte sa bene come in verità l'Autorità Ufficiale sia cieca, spesso stolida e irreale."
Il messaggio di questo lavoro è estremamente attuale e la commedia nel secondo atto profondamente godibile, forse bastava qualche ritocco per farne una serata imperdibile.

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