Mostre Magazine Venerdì 12 gennaio 2007

Zerah: provocare con l'autoscatto

© www.etiennezerah.com/hqg/hqg.htm
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A due mesi da The Saint & the Skinhead in me, Etienne Zerah ripropone la mostra in veste rinnovata. La personale inaugura venerdì 6 aprile, alle 22, presso l'Atelier 'A modo mio' (piazza Sarzano, 8r). La mostra sarà visitabile dal martedì al sabato, dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 19.30, fino al 5 maggio 2007. Ingresso libero

Magazine - È il giorno dell’inaugurazione. L’artista non è ancora arrivato, ne approfitto per dare un’occhiata alle opere. Un tizio impugna una pistola, perde sangue, urla. Una serie di scatti decisamente forti e, lo ammetto, difficili da interpretare. Scopro presto che si tratta di autoscatti.
Giovedì 11 gennaio 2007, presso la Galleria 44 (vico Colalanza, 12r) ha inaugurato The Saint and the Skinhead in Me di Etienne Zerah. Genovese di nascita, ma di origine tunisina, Etienne si diploma al Liceo Artistico Paul Klee, ma la sua identità di artista nasce in Accademia, dove si diploma in pittura.

L'arte di Etienne è un continuo studio, una sperimentazione senza fine, che parte dai suoi studi accademici - «fondamentali per me, sono un bagaglio che mi sostiene sempre, stanno alla base del mio lavoro», dice lui - e prosegue attraverso la fotografia: «l’unica espressione artistica che riesce a bloccare ogni istante, la più immediata».
Mi fermo davanti a uno scatto: Eienne è vestito sportivo, prega, tiene il capo abbassato. L’atmosfera è creata da un mix della discomusic di Madonna e il sapore metropolitano alla Eminem. Questa è la devozione del XXI secolo, i simboli di una nuova religione che ha soppiantato quella tradizionale, della quale resta solo un’ombra: qualche croce proiettata sullo sfondo.
In un altro l’artista si fotografa con gli infrarossi, in una stanza buia. Questa volta è un sacerdote cattolico. Il petto nudo permette di vedere i suoi tatuaggi: un hamburger da fast-food – simbolo dell’usa e getta, del mordi e fuggi, che ritorna spesso nelle sue opere – e l’immagine di Cristo. Alle sue spalle si intravedono uomini nudi, un’orgia. Quella che potrebbe sembrare una denuncia bella e buona, non è altro che una provocazione, «voglio che la gente apra gli occhi. Spesso molti non vedono, o non vogliono vedere», continua.

Un’arte, quella di Etienne Zerah, composta da più elementi, anche contraddittori, ma assolutamente complementari. Il gusto per l’estetica, per l’eleganza tipica di Mapplethorpe, i colori decisi, le situazioni bizzarre che trae dall’esperienza di David la Chapelle. L’uso della grafica affiancata alla fotografia, la tecnica del manifesto, frutto dei suoi studi liceali e influenza dell’artista contemporaneo Basilè. Profondo è anche il legame con la Body Art, testimoniato dalla tecnica dell’autoritratto. La realtà, il mondo, spesso corrotto, incoerente, perverso, che sta davanti ai nostri occhi ma che così frequentemente tendiamo a ignorare, passa attraverso l’obiettivo.

Le opere sono introdotte da lunghe didascalie. «Ho scritto il più possibile, per me è molto difficile spiegare il mio lavoro, le mie creazioni. Sono talmente istintive e personali…», mi spiega l’autore. Appesi alle pareti ci sono quasi solo autoritratti, «è un modo per sentire l’opera mia, per esprimere al meglio le sensazioni che provo», dice, e scopro che per realizzarli entra nella parte da rappresentare per mesi, andando in giro magari come uno skinhead, con anfibi in pelle e pantaloni aderenti.

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