Concerti Magazine Mercoledì 10 gennaio 2007

Sirianni, dai Balcani al vecchio west

Magazine - Polvere, camion, chioschi di periferia, deserto: l’orizzonte che si vede Dal basso dei cieli. E anche il nuovo mondo di suoni che ci propone con questo suo secondo album, a quattro anni di distanza da Onde clandestine.
Ancora un viaggio sonoro per un musicista che ama lavorare sulla geografia musicale. E che, a sorpresa, abbandona le suggestioni balcaniche. «Non mi interessa fare un disco uguale all’altro», racconta. «Il primo era legato al racconto di immigrati clandestini dell’est europeo. Era un lavoro quasi di genere, come un’orchestrina tzigana. Stavolta il giro del mondo è un po’ più largo, mi sono spostato nel vecchio west fino al Messico ed i Caraibi».

DeVille, Los Lobos, Ry Cooder e Tom Waits sono i nomi da scomodare questa volta: «ho ripreso ad ascoltare cose che non ascoltavo da anni». E tanto blues: «la mia prima ispirazione, che qui torna in maniera forte».
E forse, per la prima volta da un po’ di tempo, smetteranno di accostarlo a . «Certo, abbiamo un mondo narrativo comune», commenta lui divertito, «leggiamo gli stessi autori, e secondo me Capossela è bravissimo. Ma da qui a dire che siamo simili c’è un oceano». E il cappello? «È vero», ride, «lo portiamo tutti e due, ma io l’usavo prima di lui. Ho prove e testimoni».

Chicco Sirianni ha sempre incantato la critica, e anche stavolta fioccano gli apprezzamenti per il nuovo lavoro. Poi però lo senti dire, tra il serio e il faceto, che i premi gli servono per pagare la bollette. «Se è per questo non ho neanche finito di pagarle: speriamo di vincere altri premi! Comunque è vero. Ho avuto grandi gratificazioni: il Tenco, il Recanati, il Premio Bindi… non so più dove metterli. Ma dovrò venderli, prima o poi, per fare cassa».

Da Onde clandestine a Dal basso dei cieli sono passati quattro anni. «Guarda che non è un periodo molto lungo. Secondo me la sovraesposizione non dà buoni frutti, non mi fido mai di chi deve sfornare un album all’anno». Chi va piano va sano e lontano, secondo Chicco. «Sono lento, metabolizzo. Ho scritto tantissimo, questo sì, ed è importante. Magari sono pezzi che non faccio ascoltare nemmeno a mia madre, ma mi aiutano: arrivo così a sviluppare un nuovo modo di raccontare».

Sul suo sito (www.federicosirianni.com ) si può ascoltare un estratto, . «È un pezzo sui generis, l’ho scritto a Parigi mentre passeggiavo per una lunga strada completamente africana, è un lavoro simile alle sonorità di Negresses Vertes e Zebda».
Il resto del disco è più essenziale. «Il nucleo è formato da chitarra elettrica, percussioni e contrabbasso. Ho cercato un suono crudo, cattivo, scarno. Ci sono anche un paio di canzoni molto vecchie che ho inserito qui per motivi di genere».

Tredici tracce, fra cui Perché la vita, che sta passando in radio, e Liberaci dal male. «Nel primo racconto di come le priorità della mia vita si sono ribaltate quando è nata mia figlia. Il secondo l’ho scritto con e c’è anche una frase di Aldo Padovano, “A Genova, più che la capitale della cultura, c’è la cultura del capitale”, che ritengo una geniale fotografia della città».
Come vedi la città, tu che da genovese sei “emigrato” a Torino? «Torno sempre volentieri. Genova è fantastica per l’ispirazione, vi si trovano personaggi e luoghi incredibili, vivendo nel centro storico ho accumulato quintali di storie. Poi però devi raccontarle altrove, purtroppo. Per essere una città-manifesto della musica d’autore si fa davvero troppo poco».

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