Magazine Martedì 2 gennaio 2007

Baci, abbracci e buon anno

Non so se capita anche a voi, quando leggete un libro, di innamorarvi a tal punto di quello che leggete, da non poter fare a meno di correre in libreria e acquistare qualsiasi cosa quello scrittore o quella scrittrice abbia prodotto. Oppure qualsiasi cosa sia mai stata scritta su di lui/lei. A me succede quasi sempre.
È come se volessi conoscerlo a fondo l’autore di quello che leggo. Scrivere è una cosa molto intima. Chi scrive si mette in gioco e, se è sincero, se crede in quello che scrive e non si limita a costruirlo, anche se abilmente, non si può fare altro che apprezzarlo. Questa sincerità di fondo la trovo, per fortuna, in molti autori (non in tutti però).

E vabbè. Cominciamo l’anno parlando di libri. Perché no. Vorrei dedicare un pensiero a due grandi, una poetessa e scrittrice e uno scrittore, molto diversi tra loro, che mi hanno trasmesso e insegnato cose importanti. Per esempio su come si scrive, tanto per cominciare. Non che siano gli unici, direi una bugia, ma a questi due, per vari motivi e forse perché li ho incontrati in momenti particolari della mia vita, devo moltissimo.

Per esempio Sylvia Plath. Non puoi fermarti alle sue poesie. Sono meravigliose, forti, spietate, soprattutto quelle più vicine alla fine della sua vita. Il fatto è che dopo averle lette vuoi sapere e capire di più. Devi assolutamente leggere i Diari, edito da Adelphi e poi ancora il suo romanzo, La campana di vetro, e allora potrai dire di conoscerla meglio questa autrice tormentata, ma abilissima nel narrare le storie e l’essenza dello spirito umano.
Forse si può capire qualcosa della sua vita, ma soprattutto apprezzarla fino in fondo, perché questa giovane donna, scomparsa purtroppo prematuramente, scriveva in modo divino. È raro trovare scrittori così generosi che rivelino il loro grande talento in questo modo, perché la Plath è una che scrive di pancia, e la sincerità di quello che ci racconta arriva allo stomaco come un’emozione improvvisa. Sì. La Plath è una scrittrice che emoziona, diverte, commuove, addolora, ti scava dentro. E non è poco.

L'11 febbraio 1963, a un mese dalla pubblicazione del romanzo La campana di vetro, Sylvia Plath prepara fette di pane imburrato per i figli, mette al sicuro i piccoli, sigilla porte e finestre con del nastro adesivo, scrive l'ultima poesia Orlo, apre il gas, infila la testa nel forno e si toglie la vita. Straziata dalla sua ansia di vivere e di esprimersi - nei suoi Diari questo conflitto è molto chiaro - che contraddiceva il consueto ruolo di moglie e madre, lacerata dalla contesa tra il suo essere per sé e l'essere per gli altri, la trentenne Sylvia Plath lascia un'infinità di poesie feroci e disperate, ma rinuncia a vivere.
Honorè de Balzac, nei suoi Storia dei tredici scriveva: “Tutti moriamo incompresi: è il destino delle donne e degli scrittori”. La Plath era tutte e due le cose.
Stefania Caracci ha pubblicato con la e/o, Sylvia, un racconto scorrevole e intenso della sua breve vita. Ve lo consiglio.

E ora vorrei parlare di un altro autore che senza dubbio conoscerete bene. Si tratta di un uomo fantastico e affascinante. Un uomo entusiasta e curioso. Un triste, delicato, divertente redattore degli scherzi che la vita ci prepara.
Ricordo il nostro primo incontro. Fu una fredda e oziosa mattina domenicale. Stavo traslocando e tra le mani comparve il suo romanzo, che avevo acquistato da poco in una bancarella. Chiedi alla polvere. Che titolo interessante. Ricordo che preparai un caffè, misi un cd del magnifico piano di Errol Garrel e accesi una sigaretta. Mi appoggiai ad uno scatolone ancora chiuso e pigramente cominciai a sfogliare quel libro. Poi avidamente. Ad ogni pagina la mia sete cresceva ed io mi bevevo tutto, come uno che ha una secchezza tremenda e si trova davanti a un banchetto di bevande fresche dopo tanto vagare in una fumosa strada cittadina il quindici di agosto. Fu subito sera ed io avevo passato una delle più belle giornate della mia vita e volevo dirgli grazie, grazie signor John Fante di essere esistito.
Mi ha fatto urlare di gioia. Un colpo di fulmine. Un orgasmo letterario. E da allora li ho letti tutti i suoi libri, sa signor Fante, e alcuni li ho letti e riletti più volte e me li sono bevuti come quel primo giorno, innamorandomi sempre più di quel suo stile così semplice e diretto ma talvolta incredibilmente lirico, che va a toccare le corde più profonde e ti trascina in quel mondo, dove scrivere è come respirare.
Io la amo, John Fante. Inevitabilmente.

I libri più belli? Chiedi alla polvere, Un anno terribile, La confraternita del Chianti (diventato ora con Einaudi La confraternita dell’uva) A ovest di Roma, Sto sulla riva dell’acqua e sogno (la fondamentale corrispondenza tra Fante e Menken), Full of life.

Basta mi fermo. Ne avete da leggere.
di Claudia Priano

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