Mostre Magazine Museo di Sant'Agostino Mercoledì 7 marzo 2001

Il Museo di Sant'Agostino

Magazine - Siete mai stati in Spianata Castelletto? Uno dei punti panoramici più classici della città. È normale rimanere incantati a guardare i tetti grigi del centro storico. Là c’è il Carlo Felice, quella è la bandiera di Palazzo Ducale, si vede anche il Bigo... poi c’è un campanile un po’ strano.
La cuspide infatti è interamente rivestita di maioliche colorate.
Quel campanile appartiene alla chiesa di Sant’Agostino, gotica facciata a bande bianconere che fa da fondale a tante serate “in piazza delle erbe”. Al complesso di Sant’Agostino appartiene anche un piccolo chiostrino. Silenzioso, verde e... triangolare. Una forma piuttosto originale.
Se siete nel chiostrino vuol dire che avete scoperto dov’è uno dei più interessanti e affascinanti musei di Genova, il museo di Scultura Ligure di Sant’Agostino.

È un museo un po’ particolare, perché si occupa quasi esclusivamente – appunto – di scultura. Non è facile trovare, nel panorama nazionale, tanti e tali spazi dedicati a quest’arte.
La collezione è molto ricca. I pezzi conservati provengono infatti dalle varie distruzioni, soppressioni e sventramenti che hanno interessato il tessuto urbano negli ultimi duecento anni.
È insomma un museo di resti e di segni. Percorrerlo vuol dire scoprire una città che non c’è più: pannelli e didascalie vi stupiranno nello scoprire quanto Genova sia cambiata in due secoli.
Qualche volta vi gireranno anche le palle, a pensare cosa è stato demolito nel corso dell’Ottocento per pura speculazione edilizia.

È un mix di sentimenti contrastanti. Ammirazione per le opere d’arte e tristezza per la città distrutta. Amore e morte. Eros e thanatos.
Un mix che vale soprattutto per i due capolavori del museo, il monumento funebre a di Giovanni Pisano e la Maddalena penitente di Canova.

“Margherita”, come la chiama tra l’affettuoso e l’affascinato Clario di Fabio, curatore di Sant’Agostino, è la più grande opera di scultura in Liguria. La storia di una donna, quella di un amore e la “Grande Storia”: tutto s’intreccia in questo splendido monumento.
Margherita di Brabante, moglie dell’imperatore Enrico VII (ricordate Dante?), morì a Genova il giorno di Santa Lucia del 1311. Il marito la volle celebrare con una monumentale tomba in San Francesco di Castelletto, basilica francescana oggi scomparsa. Chiamò il più famoso scultore del tempo, Giovanni Pisano, che si dedicò all’opera nel 1314.
La soluzione ideata da Giovanni fu rivoluzionaria, anche se oggi non possiamo più apprezzarla al meglio. E tuttavia persino il poco che resta dell’opera è sufficiente per turbare: le labbra morbide, la bocca dischiusa, l’espressione di stupore, sono tutti elementi che emozionano ancora, testimoni dell’eternità della potenza creativa.

La Maddalena è un’altra scultura straordinaria.
Una giovane seminuda, inginocchiata, dalla bellezza tanto cristallina quanto emaciata.
Nonostante Canova non la considerasse la sua opera più riuscita, ha conosciuto un successo senza precedenti: è da sempre un oggetto del desiderio, passata di proprietario in proprietario, ricercata da tutti.
Una scultura contraria alla freddezza neoclassica, fatta per provare un’emozione. Nonostante il soggetto, siamo qui nella sfera segreta dell’erotismo. Forse bisognerebbe toccarle il sedere...

A collegare questi due poli c’è un intero museo.
Una struttura elegante, dominata dal contrasto bianco/nero delle travi in acciaio e del pavimento in marmo. Spazialità vastissima, amplificata dalla luce che prorompe dalle vetrate (il museo di Sant’Agostino è tutto tranne che un museo buio).
Atmosfere rarefatte. Nel silenzio, le mie scarpe da ginnastica fanno un gneke-gneke inquietante.
Il resto del museo, dicevo.
Non sto ad elencarvi la sequenza di capitelli, statue e portali. Vi segnalo, fra tutte, alcune opere ad alto contenuto simbolico per la città, come il rilievo di Porto Pisano, scolpito forse da un prigioniero della battaglia della Meloria; la statua funeraria di Jacopo da Varagine; il crocefisso dei “Caravana” (i “camalli” del porto medievale) e la lunga serie di edicole votive, qui custodite per ragioni di conservazione.
E poi non perdetevi le opere di seicentesche, come il Ratto di Elena di Puget, o altre del Parodi e di Filippo Maria Schiaffino.

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