Concerti Magazine Teatro Carlo Felice Mercoledì 13 dicembre 2006

L'incanto del poeta armeno

Lunedì sera, 11 dicembre, al un poeta armeno di nome Grigory Sokolov ha fatto spegnere le luci in sala e le ha quasi spente anche sul palcoscenico, dove si stagliava la sagoma del suo Steinway nero, quasi invisibile nella penombra che si era creata. Ha aspettato qualche minuto che il pubblico si zittisse, poi è entrato in sala, si è seduto al pianoforte, anzi si è incurvato sopra la tastiera e ha cominciato a interrogare quei tasti e quelle note, che erano tutte pronte sotto le sue mani, in attesa di essere suonate, scoperte, rivelate.
Non se n’è accorto, ma ha anche aspirato l’aria che c’era in sala, creando un’atmosfera sottovuoto surreale, generando una tensione impressionante. Incredibile ma vero, nessun telefonino che squilla, nessuno che osa fiatare, solo qualche colpo di tosse tipico dei sanatori, ma ormai ci abbiamo fatto il callo.

È cominciato così il lungo viaggio che ci ha portato in giro per l’Europa: siamo partiti da Bach, dalla sua terza suite francese: geometrie perfette in una tavolozza di suoni e colori vastissima e soggiogante, cambi di ritmo repentini, momenti estatici e danze scatenate. Un Bach sorretto da un’altissima coscienza costruttiva e formale, che ha trafitto gli spettatori, lasciandoli senza parole.
E poi la Tempesta di Beethoven, in una lettura così personale e lontana da quelle passionali e viscerali cui siamo abituati. Un’analisi lucida della partitura, un’attenzione quasi maniacale ai segni e alle indicazioni di Beethoven, che ha aperto un mondo nuovo all’ascolto, dopo quello bachiano, proiettato verso il futuro e il Romanticismo.

Dopo l’intervallo Skrjabin, con la sua poetica selvaggia, rapsodica, a tratti delirante, in un’unica tirata che comprendeva due sonate, poemi, un notturno e vers la flamme. Una cavalcata sicura, perentoria, che non ha lasciato spazio a tentennamenti, una compenetrazione commovente tra compositore e interprete. Alla fine, tra le ovazioni, è cominciata la terza parte del concerto, quella non scritta, quella che qualcuno ha definito “le olimpiadi” e cioè la serie interminabile di “bis” che Sokolov sempre concede. E, quasi per ricompensare gli spettatori che fedeli fino all’ultimo l’avevano seguito in questo lungo viaggio, il Nostro ha pensato bene di suonare Chopin: e via, uno dopo l’altro, il primo e il secondo Improvviso e la Fantasia op. 66, e come se non bastasse – visto che le ovazioni continuavano – anche il sublime, quasi sussurrato, Valzer in la minore.

Così il fiume che era sembrato esaurirsi sulle ultime note di Skrjabin ha ripreso corso e intensità, con un nuovo mondo, quello di Chopin, così vicino al cuore degli ascoltatori.
Poi, il cerchio si è chiuso: siamo tornati a Skrjabin con un breve preludio e, come sesto e ultimo bis, un corale di Bach.
Poco importa se i concerti della di solito finiscono alle 23 e quando siamo usciti dal teatro era mezzanotte. Cosa di cui, peraltro, ci siamo resi conto solo guardando l’orologio, realizzando così che il tempo che ci sembrava si fosse fermato, in realtà era lì a ricordarci che l’incantesimo era finito e che era ora di andare a nanna.

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