Magazine Lunedì 4 dicembre 2006

Il sogno africano in teatro

Nell’imperversare delle guerre africane, di cui a tratti ci giunge l’eco attutita, alcuni scrittori tentano la loro testimonianza artistica pure vivendo lontano dai paesi d’origine; riconoscendosi segnati dal rinvio del sogno di libertà e democrazia, seguito all’indipendenza coloniale.
Sogno propostosi con una certa idea di “négritude” e involuto purtroppo verso forme nuove di sfruttamento e dipendenza.
L’originalità attuale di alcuni autori d’espressione francofona, che scelgono di preferenza il genere teatrale, consiste nel ripudiare la denuncia e il compianto di condizioni pure evidenti di sottosviluppo, per affermarsi in quanto creatori d’un linguaggio nuovo, sia per l’Africa sia per il resto del mondo, a cui si rivolgono ormai con franchezza.

Alludo ad alcuni autori attivi e apprezzati in Francia, quali Sony Labou Tansi e Moussa Diagana; Caya Makhelé o Kossi Efoui. E in particolare, mi riferisco a (nato ad Abengorou nel 1956, vive a Parigi), autore di una ventina di testi teatrali dagli anni Novanta, appena introdotto in Italia con rappresentazioni a Genova e a Roma. Più recentemente ha pubblicato il primo romanzo presso Gallimard (2006) e ha arricchito la produzione teatrale con e (2005) e Brasserie (2006).
I suoi temi ricorrenti, immersi e come ritmati in suggestioni jazzistiche, sorgono da situazioni anche minime e istantanee di disagio nel rapporto interpersonale. Le solitudini a confronto nei testi del nero ivoriano provano un continuo bisogno di apertura all’Altro, comunione ricercata attraverso un obiettivo che l’autore scorge nella “bellezza”. Una bellezza che fuori dall’estetismo – linguistico e di gusto – pretende verità di riconoscimento delle peculiarità individuali.

In Blue-S-Cat un uomo e una donna si trovano rinchiusi in un ascensore in panne e ne nasce una sequenza di azioni e reazioni, in parte sognate, desiderate o temute soltanto. Esempio di possibile catastrofe o tragedia; di pulsioni che richiedono il controllo razionale e che rischiano la violenza cieca e gratuita. La musica suggerita è ispirata a What a wonderful world di Louis Armstrong.
Misterioso-119 si svolge in una prigione femminile. Fra i personaggi, un’attrice impegnata ad avviare le detenute - trascinate in mondi traumatizzati, abbrutite e travolte da moventi repressi – alla recitazione. Un incrocio caotico di voci, da cui emergono erotismo e paura, ricordi e presenze deliranti; in un linguaggio poetico, neologico e rapsodicamente musicale. Una musica si leva dal violoncello invisibile d’una condannata che suona Misterioso di Thelonious Monk.
Brasserie rappresenta, in un luogo di guerra contemporanea, una strana birreria. Il locale, conquistato da una coppia di guerriglieri che ha concluso la propria campagna di sterminio della fazione avversa, diventa simbolo della rinascita economica e sociale – a favore dei nuovi potenti - del paese in rovina. Dopo i massacri e le torture (si assiste anche a quelle), l’ultimo duello fra i sopravvissuti: i vincitori in armi (Cap’taine e Caporal) e Magiblanche, accompagnata da un cavalierservente insolito. La donna è un’europea, coreografa al Moulin Rouge: viene immediatamente convocata, dando così inizio al finale di questa commedia, straziante e ridicola, sul tema atroce della soluzione violenta dei conflitti. Il drammaturgo usa una sequenza serrata di nove scene per suscitare un misto di giudizi ed emozioni sul colonialismo; l’indipendenza e la democrazia, inseguite a prezzo di tanto sangue e mai raggiunte. Scopo finale dei protagonisti, produrre birra, arricchire e “andare a fare i propri porci comodi a Las Vegas”. Il pubblico, qui indicato come le “ombre” dei popoli, è chiamato ancora alla responsabilità d’un giudizio civile mediante una condivisione d’emozione estetica.

Lo stesso artista aveva tratto materia e ispirazione da due romanzi di Ahmadou Kourouma (n. 1927, Togobala, Africa O. Francese - m. 2003, Lione), Les Soleils des Indépendances e Monné, outrages et défis, per il suo testo intitolato Fama del 1998. Il libro di Kourouma sulle Indipendenze ribaltava la consuetudine africana francofona, poiché proponeva racconti e saghe orali in contaminazioni linguistiche di francese “classico” e di idiomi indigeni. “Ahmadou ha consacrato la vita a credere nell’Africa…” - ricorda Christine Kourouma - “Di fronte ai drammi degli africani, armato delle sue parole, delle sue speranze e della sua ironia, si è obbligato a raccontare e a comprendere le loro sofferenze” (Monné, oltraggi e provocazioni, p. 261). Il racconto scenico di Kwahulé, ora epico ora diretto nello scontro fra i contendenti, è la storia un po’ immaginaria di Fama, sovrano decaduto e di sua moglie, quasi brechtianamente coinvolti nel destino d’un Paese che non trova una propria strada.

Anche in Babyface la narrazione di Kwahulé s’avvale di quel clima e di esperienze complementari a quelle di Kourouma (nonché di Sony Labou Tansi, congolese, n. 1947 – m. 1995). La vicenda si svolge in un Paese dell’Africa Nera, Eburnea, e nella sua Capitale, Little-Manhattan, dopo la conquista dell’indipendenza. Il potere ha concepito una distinzione razziale per favorire gli eburneani “puri”, discriminando gli Stranieri. Il Front Eburnéan du Refus, si oppone appunto all’accoglienza d’ogni impuro. Scoppia la guerra civile fra le fazioni del Nord e del Sud e alcune storie personali si intrecciano, mostrando tensioni violente e attaccamento alla tradizione; sentimenti istintivamente genuini e ingenui, in alcuni e il miraggio del successo e del denaro, in altri.
Babyface è soprannome di Djê Koadjo, colui che si fa passare per studente di economia a Parigi. Di lui si innamora Mozati (figura della fedeltà e sincerità del sentimento, che ha subito violenza dal maestro di scuola). Ella dà resoconto di quel rapporto soprattutto all’amica Mo’ Akissi. Nolivé è l’adolescente dalla sessualità precoce e dal misticismo sconcertante: “folle del villaggio” al femminile, che resta incinta di un adulto profittatore. Ella si esprime in tono oracolare e comportamento “strano”.

Il ruolo di narratore è assunto di volta in volta da Mozati, da Jerôme, autore di un “Diario immaginato”o da una Voce impersonale. Reale e immaginario accostati, in un gioco di rinvii, di specchi, di parabole e di metafore. Attraverso alcuni rapporti di coppia, è mostrato il conflitto radicale fra civiltà indigena e modello occidentale. Jerôme, “poeta” dichiarato, si rivela portavoce di un illusorio, gratuito sogno letterario. Babyface, il più cinico, sfrutta il suo fascino sulle donne, a loro volta soggette a violenza o complici nel meccanismo di alienazione, nell’ambizione al potere.
Il finale usa la forma teatrale diretta, per una scena di violenza e onirico simbolismo, in cui il Presidente spiega la guerra come mezzo di soddisfazione delle esigenze reali autentiche del popolo e viene ucciso da un Capo della guerriglia. Babyface decapita l’amante del Presidente, che si trasforma in avvoltoio. Opera complessa a partire dal linguaggio, con argot e neologismi, con contrasti di immagini, tra proverbi e allegorie. Per l’assenza di psicologia nei personaggi, i loro rapporti restano unicamente funzionali, nella drammaturgia paradossale di questo autore impulsivo e raffinato. Struttura ancor più complicata da sogni e visioni e modalità narrativa ellittica e poetica, per una realtà crudele, diffusa in tanti luoghi del mondo odierno.

Koffi Kwahulé, Brasserie, Éditions Théâtrales, Montreuil-sous-Bois, 2006, pp. 72 ; Misterioso-119 e Blue-S-Cat, Éd. Théâtrales, ivi, 2005, pp. 96; Babyface, Gallimard - Continents Noirs, Paris, 2006, pp. 216; Fama, Éd. Lansman, Carnières/Morlanwelz, 1998, pp. 60. Ahmadou Kourouma, Monnè, oltraggi e provocazioni (trad. coordinata da Egi Volterrani di Monné, outrages et défis, Éd. du Seuil, Paris, 1990), Feltrinelli, Milano, 2006, pp. 264, 8,50 euro; I soli delle Indipendenze (trad. di Monica Amari di Les Soleils des Indépendances), Ed. E/O, Roma, 2005, pp. 184, 15,00 euro. Sony Labou Tansi, Paroles inédites (La Rue des mouches, comédie tragique; Entretien, in CD audio; Lettres à Sony), Éditions Théâtrales, Montreuil-sous-Bois, 2005, pp. 128.
di Gianni Poli

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