Magazine Giovedì 30 novembre 2006

Il Cuore duro a morire di mamma

”...il giudizio universale dei vincoli di sangue...
...la battaglia decisiva per la sua salvezza...
...celebrare le esequie e seppellire i propri sentimenti...”


Una liturgia della salvazione si consuma dentro Cuore di mamma (Adelphi, 9.00 Eu), ultimo romanzo di Rosa Matteucci. Luce, la protagonista della storia, insieme alla “sua madre vecchia” Ada, compie un rito completo verso una soluzione, dove la vita si interpone con i suoi fatti casuali alla serie di modalità di preparazione non tanto a una festa (eppure poi anche a quella) quanto a un improcastinabile confronto con l’origine ultima, la propria genitrice. Con una prosodia breve e secca, la cui unica indulgenza sta nel recupero di antiche parole oggi desuete, la portata religiosa della narrativa è sottile e latente ed emerge dal testo non per artifizio quanto per accumulo.

Luce e Ada (o vedova Giannelli), donne sole e di generazioni diverse, combattono per la loro indipendenza e ognuna a suo modo lotta per proteggere e ribadire la propria identità e autonomia a cui l’altra vorrebbe sottrarla. E se Luce, come il nome indica, vorrebbe essere portatrice di un messaggio luminoso, chiaro e pulito, Ada vorrebbe trascinare la figlia nel vischioso suo quotidiano fradicio di incuria e vischiosamente disperso dappertutto nella sua “casetta inospitale”.
È un narrare doloroso e dolente, è la tragedia umana che si fa anche intrigo giallo con la comparsa sulla nuda scena del paesino dove vive Ada di un gatto e una volpe in versione femminile: "Nella foresta antica e moderna degli umani inganni, dei furbi e dei tonti, dei grassi e dei magri, Lupenga e Cagnetta ... le due ausiliarie del sortilegio e della truffa a domicilio vanno a caccia di vecchi a bordo di una turbo scarburata targata Massa Carrara”.
C’è anche un uomo, “un’apparizione improvvisa, ormai pressoché inaspettata” per Luce, è Gianluca anche lui al villaggetto in visita ai genitori, ma con una missione ben diversa svelare il misfatto di un indebitamento che lo soffoca e a breve metterà a serio rischio la dimora dei buoni progenitori.

Cogliere l’attimo fuggente per fare quattro chiacchiere con uno/a scrittore/trice può non essere sempre semplicissimo, con Matteucci proviamo e riproviamo, poi succede. La voce arriva un po’ roca dal ricevitore le battute inizialmente asciutte, più della narrativa, ma crude allo stesso modo.
Da dove arrivano tutte quelle parole antiche (per es. "covaccio", "sinedrio", "impancata", "roscia") disperse nel racconto? Una ricerca linguistica ben precisa? «No, scrivo come parlo. L’uso delle parole alte deriva da letture infantili di libri dell’800».
Il ghiaccio che cola non mi frena so che Luce arriverà, lo spero. In quale momento della giornata scrive e con che ritmi: «Scrivo molto malvolentieri, ho fastidio a stare seduta. Vengo tormentata da alcuni personaggi a cui tento di resistere, poi mi siedo e scrivo. Non faccio correzioni, non sto molto sulla pagina, mi disturba. Cuore di mamma l’ho scritto in un mese mangiando una scatola di krumiri al giorno».

Curioso e quindi perché farlo, possibile che proprio nessun piacere arrivi? «C’è solo un piacere a posteriori, se le persone che leggono traggono un conforto. Quando me viene me viene così, non penso al lettore. Altrimenti è tutto terribilmente sgradevole: accendo le fantasie di persone orribili, mi arrivano proposte sconce o miserabili, vengo circuita da politici falliti sull’orlo della tomba...» qualcosa comincia ad ammorbidirsi, trattengono a stento il riso lungo questa lunga serie di assillattori orrificanti e trovo Ada ma anche Luce. «Cuore di mamma è il seguito di Lourdes, ma qui Dio c’è e lo si trova nelle sofferenze che invia, anche se spesso sembra assente. Ci sarà una terza parte, sempre sul tema di Dio, forse sul dogma della resurrezione che è poi l’idea del fornaio», “che di nome fa’ Fiore”, «io la penso come lui, ma la critica, in genere laica, tutto questo non l’ha visto». Ricordo appena quello che dice Fiore, ma effettivamente è bellissimo: so che prima o poi verrà un giorno, il giorno ultimo, quello del grande spavento, in cui come per magia tutto il male sofferto mi verrà spiegato, con parole semplici».

La crudeltà e l’ironia che imparo a conoscere appaiate nel parlare di Matteucci sono le stesse scontrate nel leggerla e una ragione c’è. «Alla scrittura ci sono stata costretta per sopravvivere. Facevo un lavoro di grande prestigio, magari un po’ campato in aria, poi un giorno è tutto finito». Rosa Matteucci lavorava al Quirinale, lo ha fatto per 5 anni, occupandosi di “Diritto Costituzionale vivente” nel team di Francesco Cossiga. «Per la delusione a mio padre venne un infarto. Non riuscivo a ricollocarmi, per la società potevo anche morire.
Io però sono sopravvissuta, mio padre si è schiantato con la macchina».
In questa lotta per la sopravvivenza la scrittura per Matteucci è stato un «modo per esistere», contro un rifiuto reiterato della società alla richiesta di reintegrazione. «La società in questi casi te ramazza ai margini più estremi, territori che io ho bazzicato febbrilmente. Quando scrissi Lourdes certe cose non potevo ancora dirle, i fatti erano freschi e allora tutti a dire la principessina che si annoia, studia il sanscrito e scrive. È stato terrificante. Lourdes è stato il racconto del mio pellegrinaggio per litigare con Dio». Oggi Matteucci è giornalista, ha un suo , ed è anche attrice (l’esordio nel cinema è avvenuto con Mobbing di Cristina Comencini) «così ora ce n’ho tre di etichette e sto tranquilla anche se sono inconstistenti».

Sulla scelta di Genova come città di residenza (al posto della città natale Orvieto), Rosa stringe, poi ricorda: «ci sono venuta per scrivere un romanzo sui cani, 7 anni fa». E ora chi bussa alla porta del suo tormento? «Sì c’è uno che me rompe. Si chiama Santos, perché se presentano dsempre col nome i miei personaggi. Già l’anno scorso si era fatto vivo... Loro si presentano poi fanno una gran caciara, vogliono essere tutti protagonisti. Quando comincio a scrivere comincia la lotta per farglie fa' quello che voglio io. Santos è un po’ uno sfigato: la moglie l’ha lasciato, ha perso il lavoro, cerca di reinserirsi e non riesce e qui è territorio mio, ma la psicologia maschile è tutta diversa. Comunque gli ho fatto avere un rapporto sessuale con ‘na vecchia, che dopo lui vorrebbe morta, ma lei invece riacquista forza...».

Potrebbe interessarti anche: , Il Natale del commissario Maugeri, l'ultimo libro di Fulvio Capezzuoli. La recensione , Bonelli: Dylan Dog e Martin Mystere nell'Abisso del male , A mali estremi: nuovo caso per la colf e l'ispettore di Valeria Corciolani , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin

Oggi al cinema

Lontano da qui Di Sara Colangelo Drammatico 2018 Lisa Spinelli è una maestra d'asilo con la passione per la poesia, tanto che i suoi figli ormai quasi adulti la trovano trasformata dalle lezioni che sta seguendo e il marito sente di essere un po' trascurato. Lisa non è di per sé... Guarda la scheda del film