Magazine Martedì 6 marzo 2001

Maurizio Maggiani e l'orizzonte del mare

Maurizio Maggiani è, prima ancora che un grande romanziere (Mauri, Mauri, Il coraggio del pettirosso, La regina disadorna), un formidabile affabulatore. Una di quelle persone che fa della parola detta, del racconto, un’arte.

Per questa sua dote deve ringraziare le sue origini contadine. Era abituato, da piccolo, ad ascoltare i racconti del padre e della zia che riempivano le serate non ancora scandite dallo zapping televisivo. Maggiani è nato a Castelnuovo Magra, “a Km 1,2 dal mare”. Delle sue origini ha parlato nel corso del primo incontro della rassegna Voci del Mediterraneo, seducendo il pubblico del teatro della Corte e portandolo con sé in un cammino affascinante, fatto di parole e suggestioni.

“Io cammino, sono sempre per strada. Cammino, e lo faccio anche un po’ male, perché sono zoppo. Cammino perché sto cercando il mio orizzonte”. L’orizzonte del mare (“che è l’unico possibile, perché è l’unico dove si può tracciare una linea continua oltre la quale bisognerebbe imparare a guardare”) era il tema della serata, che ha visto la partecipazione degli attori Paola Mannoni ed Eros Pagni, che hanno letto da par loro alcuni brani, in un percorso letterario da Pavese a Shelley, da Omero a Montale.

È improbo il compito del cronista, se gli si chiede di rendere l’atmosfera che le parole di Maggiani hanno saputo creare. Si rischia di produrre un verbale freddo, ancorché ricco di contenuti, o di estrapolare qualche frase notevole, di quelle che si stampano sulle magliette. Perché il mare è, per il contadino ligure, per l’uomo che il mare l’ha sempre visto da lontano (la distanza, sempre ribadita, di quel chilometro e duecento metri, che è una distanza mentale e incolmabile), percorso di una vita: “Nel mare non si nasce: sul mare nascono i granchi, le patelle, qualche giglio. Per l’uomo può essere solo la fine del viaggio. Al mare, nell’orizzonte infinito, nella vastità senza punti di riferimento, si può solo arrivare. Finora io sono arrivato all’acqua, sono partito da lontano, a tre anni, e sono arrivato all’acqua. Ma il mare è una fatica, fa male a vedersi. Il color blu oltremare, il colore del mare, l’ho visto solo nei pastelli: non l’ho mai visto dal vero”.

In definitiva non è successo nulla, in questa serata. Come in un film di Kiarostami, del quale è impossibile raccontare la trama, ma che sanno essere emozionanti. Certo, c’è sempre qualcuno che non gradisce, come quel ragazzo che si è pesantemente addormentato sulla poltrona in ultima fila. Magari si aspettava di ascoltare qualche storia di marinai con una donna in ogni porto, risse e bordelli. Sicuramente sarà rimasto deluso: quel che conta è che perlomeno non abbia russato.
di Donald Datti

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