Magazine Martedì 28 novembre 2006

Non siamo seri, per favore



Una tizia assai seriosa ultimamente mi ha detto che l’ironia non è un tema di cui parlare o scrivere, che è semmai un modo di prendere la vita, ma sempre di roba scontata si parla. Scontata una fava, di questi tempi, le avrei risposto volentieri, ma non potevo perché la signora era una importante e nota redattrice di una di quelle riviste di moda che pesano un paio di chili, mentre io sono una scrittrice esordiente per nulla famosa e allora mi pareva consigliabile non contraddirla troppo.

Ma per favore, non siamo seri! Intanto diciamo cosa è l’ironia. Etimologiamo: dal greco eironeìa che significa finzione, derivato da eiron-onos, dissimulatore, finto. Dal buon Devoto-Oli apprendiamo che altro non è che “Alterazione, spesso paradossale, allo scopo di sottolineare la realtà di un fatto mediante l’apparente dissimulazione della sua vera natura o entità”. Capito?

A proposito del paradosso mi viene in mente una storia. Un tale, di nome Alfred Jarry, nato a Naval nel 1873 e defunto nella bella Parigi nel 1907, scrittore francese che condusse una vita eccentrica ancorché sregolata e che ne fece più di Carlo in Francia, inventò, se così possiamo dire, il termine Patafisica, che è “la scienza delle soluzioni immaginarie”.
Molti artisti dell’epoca abbracciarono questa idea di una scuola provocatoria del paradossale. La patafisica non crede nel valore assoluto delle contrapposizioni, del tipo o bianco o nero, o bene o male. Non ha pretese totalitarie. "E inoltre ci aiuta a vivere e a sopravvivere. Con ironia. La inventiamo ogni giorno senza rendercene conto". (Fernando Arrabal)
Era proprio questo argomento che il 21 aprile 2001 alcuni dei più stimati intellettuali europei, tra cui gli italiani Dario Fo, Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, in casa di Fernando Arrabal a Parigi affrontano ancora una volta l’importanza di non prendersi sul serio. (v. Corriere della Sera 21-04-01). Senza scomodare i mostri sacri dell’intelligentia europea, possiamo cavarcela con le nostre risorse, perché no.

Insomma, pare che qui il problema sia farsi prendere sul serio da chi ci circonda. Una volta le donne erano molto poco considerate, lo sappiamo. A parte mia nonna, che comandava lei su tutti, maschi e femmine, ma era un caso particolare. Con il ’68 e gli anni Settanta ecco che le donne negano le differenze con gli uomini. Ma le negano proprio tutte. Ma queste diversità ci sono, caspita! Ci fu anche un periodo in cui le donne dicevano non più di essere diverse, ma di essere meglio. Furono passaggi obbligati, a quel tempo. Ma ora le cose sono cambiate. Però i risultati non sempre sono soddisfacenti per le donne, che continuano ad essere discriminate in diversi ambienti, dalla politica allo spettacolo e via dicendo. Pare sia necessario, adesso più che mai, lavorare proprio su quelle differenze che le donne negli anni si sono costruite come sacrosanta difesa dal maschio imperante in ufficio, che ti sbircia nella camicetta con disinvoltura, in casa quando dalla poltrona ti dice, vuoi mica un aiutino?, in automobile mentre ti frega sotto il naso il posteggio che tu aspettavi da dieci minuti.

Le donne hanno sviluppato naturalmente questa propensione all’autoironia come difesa. La libertà comincia dall’ironia. Lo diceva Victor Hugo. Insomma le donne non si offendono più, non fanno più le permalose o le fragili, non svengono e non si accasciano con la mano sulla fronte. Sono cambiati i tempi. Le donne adesso sorridono. E poi ridono. E quando si lasciano andare ridono pure a crepapelle.

Però ce ne sono alcune, povere diavole, che magari sono cresciute sotto le ali di cinque fratelli maggiori di quelli tosti, che proprio non ci riescono a mollare gli ormeggi e a ridimensionare i fatti. Ce ne sono alcune che il maschio lo imitano (in tutte le peggiori manifestazioni) proprio per essere prese sul serio.
Ma chi lo dice che per avere voce in capitolo sul lavoro, in famiglia, con i figli, a scuola e ovunque occorra per forza girare con la faccia della signorina Rottermayer e gli occhi inviperiti di chi non sa più con chi prendersela? Guardate che in questo modo si incorre in alcuni rischi. Quali?

1. Finire con l’annoiarsi a morte, ma talmente tanto da sbadigliare ogni qualvolta si ci guarda allo specchio. Non trovare più stimoli, non riuscire più a fare una battuta. Soffrire di mal di schiena e cervicale più spesso del solito per la troppa rigidità interiore.
2. Non vedere altre vie d’uscita, se non quella di continuare a testa bassa senza mai lasciarsi andare neanche per un momento. Alla domanda, ti fai una birretta?, rispondere secca, no, sono astemia e poi non berrei mai quando lavoro.
3. Risultare antipatiche perfino a se stesse, al punto di voler cambiare e andare dal parrucchiere chiedendo disperatamente di farvi bionda, con lui che ve lo sconsiglia per via della peluria piuttosto scura che avete sulla faccia e voi giù a insistere acide, fino a che quello vi fa bionde e voi lo coprite di insulti per il risultato.

E allora che fare?

Non è difficile. Il consiglio è quello di rilassarsi, magari sdraiarsi sul sofà o, se siete in ufficio, mettere i piedi sulla scrivania. Stappatevi una birra, una coca, una bottiglietta d’acqua, fumatevi una canna o quello che vi pare. Insomma, mettetevi comode e mollate gli ormeggi. Cominciate a pensare a tutti vostri guai e a tutte le scappatoie, le più paradossali. Costruitevi esilaranti parodie di vita. E vi assicuro che questa fase creativa vi suggerirà, in un modo o nell’ altro, una soluzione insperata.

Insomma, un po’ di serietà. Si parla di donne. E di ironia. Alla faccia di chi ci vuol male.

E a proposito di ironia. Lunedì 27 alle 21.00 alla Libreria Edison di piazza della Repubblica c'era quella matta della Federica Bosco, vulcano di ironia, scrittrice e autrice di due libri di successo Mi piaci da morire e Cercasi amore disperatamente (Newton Compton ed).
Dunque, la Fede, una delle amiche di Matera, ha presentato il mio libro. Ricordate? della sottoscritta Claudia Priano ed. Aliberti. Non l’avete ancora letto? E allora accatatevillo!
di Claudia Priano

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