Concerti Magazine Teatro Carlo Felice Giovedì 16 novembre 2006

Gli archi di Stradivari alla Gog

Magazine - Quando Nicolò Paganini (1782– 1840) aveva un po’ di tempo per sé, naturalmente lo impiegava suonando. Ma non lo faceva nei grandi teatri e nelle sale da concerto dove mandava in visibilio il pubblico, quando si cimentava con i suoi famigerati “capricci” e con i suoi concerti per violino; tutta musica di grande effetto, che egli stesso scriveva per dare sfogo alle sue doti soprannaturali.
Niente di tutto questo.
Paganini si trasformava e suonava per sé stesso e per il piacere intimo che la musica sa dare a chi ha la fortuna di praticarla. E per farlo la scelta cadeva sempre sul quartetto d’archi. Che vuol dire prendere quattro persone che imbracciano due violini, una viola e un violoncello, metterle di fronte, e farle così discorrere, in un linguaggio fatto però di note, anziché di parole.
Per praticare questa nobilissima arte Paganini si serviva –oltre che di tre buoni amici– di quattro strumenti costruiti, poveraccio lui, dal più grande liutaio di tutti i tempi: il cremonese Antonio Stradivari (1644–1737).

Purtroppo ai tempi non esistevano mezzi di registrazione, ma quegli strumenti, che oggi valgono svariati milioni di Euro, sono giunti intatti fino a noi. E lunedì prossimo, 20 novembre nell’ambito della stagione concertistica della , chi andrà al Carlo Felice avrà la possibilità di ascoltarli tutti e quattro insieme: di scena il Quartetto di Tokyo, quattro eccellenti musicisti dei giorni nostri ai quali la Nippon Music Foundation ha affidato la cura del quartetto Stradivari.
Il programma, tra l’altro, accanto agli affascinanti Cinque movimenti per quartetto d’archi op. 5 di Anton Webern (1883 – 1945), prevede come piatto forte due quartetti di Ludwig Van Beethoven (1770 – 1827); ed è noto come Paganini fu tra i primi sostenitori della musica da camera del grande compositore tedesco, in anni in cui i più ritenevano i quartetti beethoveniani (soprattutto gli ultimi) il prodotto di una mente malata di un uomo ormai sordo, in preda al delirio.
Insomma, roba da matti.

Si tratta, nello specifico, del quartetto op. 18 n. 3 e dell’op. 59 n. 2. L’op. 18 è la prima creazione di Beethoven nel genere, e com’è logico guarda ancora a Mozart e Haydn, parla un linguaggio davvero “comune”, scorrevole, conciso: anche se si sente già il “vero” Beethoven, per il momento ci sono solo i semi di quello che poi sarà il linguaggio maturo del compositore. L’op. 59 n. 2, invece, è già un capolavoro compiuto: c’è già tutto l’uomo Beethoven fino al midollo. Basta ascoltate l’incipit in mi minore, così severo e misterioso, oppure il secondo movimento, che riporta in calce un’indicazione molto accurata (e in italiano!) Molto adagio: si tratta questo pezzo con molto sentimento. Un sentimento, aggiungiamo noi, che sembra non finire mai (forse, noi vorremmo che non finisse mai), una melodia ininterrotta che fluisce per centinaia di battute, composta da Beethoven, come rivela egli stesso a un amico, in un raro momento di tranquillità, di notte, mentre nel giardino di casa guardava il cielo stellato. A proposito, lo sapevate che è proprio un cielo stellato, nelle intenzioni di chi l’ha progettata, la volta del nostro Carlo Felice, piena di tante piccole luci?

Giovine Orchestra Genovese
Stagione Concertistica 2006 – 2007
Lunedì 20 novembre 2006, ore 21.00 – Teatro Carlo Felice
Quartetto di Tokyo
Martin Beaver, violino
Kikuei Ikeda, violino
Kazuhide Isomura, viola
Clive Greensmith, violoncello
Ludwig van Beethoven
Quartetto in re magg. op. 18 n. 3
Quartetto in mi minore op. 59 n. 2
Anton Webern
Cinque movimenti per quartetto d’archi op. 5
Biglietti da € 15 € 25, giovani € 10

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