Magazine Giovedì 16 novembre 2006

Elizabeth Chatwin: vita da viaggiatrice

Nella foto: Elizabeth Chatwin a Genova

Magazine - Elegante, soave, molto british. Dietro ai grandi occhiali da vista lo sguardo intenso e dolce di una donna che ha vissuto la propria vita amando un uomo fuori dal comune.
Elizabeth Chanler è la vedova di Bruce Chatwin, uno dei più apprezzati autori di racconti di viaggio, scomparso nel 1989 a meno di 50 anni. L’AIDS se l'è portato via, ma una parte di lui continua a vivere nei racconti di Elizabeth, che oggi si trova a Genova come madrina del , il concorso dedicato a chi vuole raccontare un’esperienza di viaggio attraverso foto, racconti e video-reportage.
Les jeux sont fait: i vincitori sono stati decisi e tutto è pronto per l’inizio della manifestazione. Tutti gli ospiti che animeranno, da giovedì 16 a sabato 18 novembre, le giornate del Premio Chatwin hanno una storia di viaggio da raccontare: da Colin Thubron ad Ettore Mo, fino a Lorenzo Jovanotti e Domenico Procacci.

Elizabeth è seduta accanto a me nella hall di un albergo del centro storico. Ha una gran voglia di conoscere Genova e mi dice che le piacerebbe vedere il Duomo e piazza San Matteo. Parla in un perfetto italiano, «perché mio padre lavorava in un’ambasciata», mi spiega.
Una donna timida ma energica, che ha sempre vissuto in campagna e che oggi non ha abbandonato la casa immersa nella campagna inglese dove ha vissuto insieme al marito Bruce: «sono una pastora. Mi prendo cura di circa 30 pecore nere gallesi, ma mi piacerebbe avere anche altri animali: mucche, cavalli, maiali. L’importante è avere sempre qualcosa da fare». Genova la affascina: «mi piace la sua architettura, le sue vie strette». Le spiego che noi li chiamiamo “caruggi” e lei ripete a voce alta la parola sconosciuta quasi volesse imprimerla meglio nella mente.
«Genova sarebbe piaciuta molto anche a Bruce», osserva infine. Bruce il viaggiatore, il nomade, come lui stesso amava definirsi. «Io invece nomade non lo sono mai stata. Lui partiva senza preavviso. Non sapevo dove andasse e spesso non lo sapeva nemmeno lui. Non dormiva quasi mai in albergo, quindi non era semplice rintracciarlo al telefono, mi chiamava solo di tanto in tanto. Ma era inevitabile: Bruce non pensava senza camminare».

Elizabeth ricorda il giorno in cui il marito è partito per la Patagonia: vi restò quasi quattro mesi. Lei ha voluto ripercorrere la strada tracciata da Bruce 18 anni dopo: «ho cercato di vivere la Patagonia come l’ha vissuta lui», racconta, «anche se il mio viaggio è durato solo un mese. Il paese era ancora quello descritto da Bruce nel suo libro In Patagonia, che ha segnato il suo successo come scrittore di viaggi».
Elizabeth non può dimenticare il suo ultimo viaggio fatto insieme a Bruce: «siamo andati in Guadalupe e in Martinica. Era l’inverno del 1987. L’isola dei Santi sembra fatta in miniatura. Ricordo di aver visto delle pecore sulla spiaggia…». Sorrido pensando che Elizabeth deve amare davvero molto questi animali. Ma il più bel viaggio con Bruce è stato quello in Afghanistan: «era il 1969 e il paese era ancora governato dal re. Non c’erano i problemi che affliggono oggi l’Afghanistan, che all’epoca mi colpì per la sua bellezza. Bruce lo visitava per la terza volta. Seguivamo i nomadi. Ricordo le donne sui cammelli e gli uomini a cavallo». Poi mi suggerisce di guardare gli scatti di Sabrina e Roland Michaud, «che hanno fotografato splendidamente l’Afghanistan attraverso scritti e immagini».

Ad oggi sono davvero pochi i paesi che Elizabeth non ha ancora visitato: «mi piacerebbe volare in Nuova Zelanda. Mi attraggono le sue montagne verdi». La casa della signora Chatwin è ricca di ricordi. Molti degli oggetti che Bruce ha portato dai suoi molti viaggi sono conservati lì, altri si trovano nelle case degli amici più cari: «spesso mio marito regalava ciò che amava di più. Era fatto così». Tra i più curiosi souvenir di viaggio di casa Chatwin c’è «un cuscino in legno. Risale al primo viaggio nell’Africa dell’ovest. Erano gli anni '70». Ma a cosa può servire un cuscino di legno? «Grazie alla sua forma permetteva alle donne che sfoggiavano acconciature importanti di non rovinarle durante il sonno». Elizabeth lo spiega come se fosse la cosa più naturale e intuitiva del mondo. Forse vivere da viaggiatore significa anche questo.
Ma “viaggiatore” non vuol dire “turista”: «il turista ha vita molto semplice. Il viaggiatore, invece, è solo. Non gli interessano l’architettura e i monumenti di un paese straniero, ma vuole parlare con la gente, conoscere le sue abitudini».

Mi chiedo allora cosa può pensare una donna viaggiatrice dei “viaggi virtuali” a cui ci ha abituati internet: conoscere il mondo e incontrare nuove persone attraverso la rete può considerarsi davvero viaggiare? «Sarebbe troppo facile», riflette lei, «un vero viaggiatore vuole scoprire da sé le meraviglie di un paese sconosciuto. Con internet si trova già la pappa fatta… I don’t wanna be envolved!», commenta in inglese. «Non ho tempo da dedicare al computer. Forse tra qualche anno, quando sarò troppo vecchia per viaggiare o per occuparmi delle mie pecore».
Elizabeth è felice di fare da madrina al Premio dedicato a suo marito: «mi piacerebbe che i racconti vincitori di quest’anno e di quelli scorsi venissero pubblicati. Alcuni anni fa una ragazza aveva vinto con un racconto che descriveva la piazza della cittadina in cui abitava. Quel modo di narrare sarebbe piaciuto molto anche a Bruce».

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