Magazine Martedì 14 novembre 2006

Baci e abbracci, Claudia

Nella foto in prima pagina: Brad Mehldau
Nella foto in alto: la copertina di Velvet


Baci e bacilli. Consigli per affrontare la prima ondata di influenza.
Innanzitutto non abbattersi. Leggere, sfogliare riviste, ascoltare buona musica e rivedere un vecchio film. Sono le coccole dell’anima.

Consigli per chi, in questi giorni, come me, si è beccato questa specie di para-influenza che sta girando. Beh, intanto mi sono chiusa in casa, un po’ nel mio guscio. Ogni tanto ci vuole. E in questi casi è assolutamente necessario farsi un mare di coccole. Dunque. Ho divorato buona musica. Per cominciare vi consiglio di ascoltare Brad Mehldau con il suo Songs. E se vi piace anche Elegiac cycle, per continuare.

Ho letto un bel libro, ho sfogliato riviste di moda, ho rivisto un vecchio film che amo molto. Purtroppo mi sono persa una cena con una cara amica che sta per partire per un bel viaggio in Cina, nientepopodimeno. Mi sono persa anche un film al cinema, ieri, al quale tenevo e poi un aperitivo con amici. Insomma, chiusa in casa mi sono persa delle cose. Ma siccome in questi casi mi viene voglia di guardare anche l’altro lato della medaglia, allora ecco che provo a farlo. Bicchiere mezzo pieno, anziché mezzo vuoto. Tutto lì.

Irvine Welsh definisce Il suono della mia voce una delle più grandi opere di narrativa pubblicate in Gran Bretagna. Sono d’accordo. È un libro che mi ha saziata, fino all’ultima pagina. Un percorso avvincente che ha una sua fine naturale e degna di una grande romanzo intimista. La storia è quella di un giovane e rampante dirigente di un’azienda che produce biscotti. Morris Magellan è brillante, ambizioso, sempre presente al suo lavoro. Quello che si dice un vero manager figlio dei nostri tempi. Ma la sua ancora di salvezza per soffocare le urla e il dolore che si agitano nelle sue viscere è il bere. Bere molto. Anzi moltissimo. Smodatamente. Morris Magellan ha anche una famiglia perfetta, una moglie terribilmente comprensiva e dei figli. Lui li chiama “le accuse”. Moglie e figli sono l’incessante senso di colpa che lo sovrasta. Il suo disagio interiore non si placa. Sembra quasi chetarsi tra un sorso e l’altro ma ecco che improvvisamente riemerge nella maniera più cruenta. E nel corso del romanzo le sue sbornie diventano sempre più ingovernabili. Morris Magellan arriva a fare e dire cose di cui poi non ha memoria. La situazione che lui crede avere sempre sotto controllo gli sfugge di mano fino al punto in cui il suo corpo si ribella e fa la cosa più saggia. Si arrende.

È un libro da leggere tutto d’un fiato, perché altrimenti non puoi fare. Una scrittura caustica e coinvolgente per una storia dove c’è tutto. Il dolore, l’euforia, il delirio di onnipotenza, i progetti, la frustrazione, il fallimento, la morte del padre, la morte di un suicida davanti al protagonista. Tutti eventi che si susseguono incalzanti, in un ritmo perfetto che non ha mai cadute. Il suono della mia voce di Ron Butlin, (Socrates, 10 Eu). Lui, l’autore, è nato in Scozia nel 1949 e vive a Edimburgo con la moglie, la scrittrice Regi Claire.

Poi che ho fatto? Ho preso fra le mani il numero UNO di velvet, il nuovo mensile della . Ebbene, l’ho trovato intrigante. Intanto il nome. Azzeccato, in un mondo così ruvido. Certo è un mensile che ancora deve prendere una forma e caratterizzarsi per qualcosa di particolare, se vuole distinguersi. Ma trovo sia sulla buona strada. La copertina. Beh, il viso di una donna incantevole, un viso morbido con due labbra soffici proprio come il velluto. Ovviamente una top top model, dal nome di Bianca Balti. Qualcuno mi faceva notare che come prima copertina è poco aggressiva e poco shock. Forse è vero. La fanciulla ha uno sguardo normale, un po’ acqua e sapone. Ma finalmente che non si debba ricorrere a codici peraltro ormai stereotipati, dove per farsi notare ci si serve di effetti speciali.

I servizi li ho trovati interessanti. In particolare tre fra i tanti. Uno, me lo sono bevuto all’istante. Intervista a un grande. Gore Vidal, nella sua lussuosa casa, cioè casa, diciamo villa, di Hollywood. Il povero inviato, Roberto Croci, ha dovuto sudare sette camicie per entrare in empatia con questo “grande vecchio della letteratura”, come lui lo definisce. Come fai a intervistare uno che ti risponde, “non parlo delle mie idee quando le posso scrivere” e tronca lì? Certo lo scrittore non è un mostro di simpatia. Capisco che quando si arriva a certi livelli di scrittura e di spessore si corra il rischio di chiudersi nella propria torre d’avorio. Peccato però perdere il contatto con noi comuni mortali. Ma a Gore Vidal perdoniamo tutto. O quasi.

E poi. Un paio di pagine sulle contaminazioni della moda. Mischiare, osare, mettere insieme vecchio e nuovo, stili assolutamente diversi con risultati sorprendenti. Perché, e Cristina Dal Ben ce lo ricorda, “la moda è un gioco” . E giocare è una di quelle cose che dovremmo continuare a fare. A qualsiasi età. Pezzo curioso e divertente di chi dirige la rivista. Michela Gattermayer, che fa rima con la signorina Rottermayer, ma io me la immagino del tutto diversa. Ci racconta di shopping. Ci parla di una sua amica di New York che va da , compra un vestito assolutamente glam, ultima moda, stupendo, che forse non si può permettere. Lo esibisce una sera con dovuti accorgimenti. Toglie l’etichetta che rimetterà solo il mattino dopo. Si è pure comprata un’etichettatrice! Una vera professionista. Certamente non andrà a un concerto rock, ma farà qualcosa di più tranquillo, fasciata in un ultimo modello che le amiche le invidieranno. Poi, il giorno seguente, puntuale come un orologio svizzero, si ripresenta con l’abito in perfette condizione e dice, scusate ho cambiato idea. E i signori di Barneys le restituiscono tutto ciò che ha speso, fino all’ultimo cent. Ecco un modo per ovviare le conseguenze di uno shopping compulsivo e la voglia di indossare sempre cose nuove.
Ma qui in Italia col cavolo. Soldi indietro? Non se ne parla. Al massimo un buono. E così la Gattermayer ci parla di shopping e di tutte le solite o insolite situazioni del caso. E lo fa in modo singolare e divertente. E alla fine una serie di citazioni. Una fra tutte? “In fondo fare shopping costa meno che andare dallo psicanalista”, Tammy Faye Bakker, americana, cantante country e telepredicatrice. Se lo dice lei!

Da malaticcia mi viene voglia, non so perché (o forse sì), di rivedere vecchi film. Perciò ho ripescato Julia, del 1977 diretto da Fred Zinnemann. Tratto dal romanzo autobiografico Pentimento di Lillian Hellmann, con la sceneggiatura di Alvin Stargent, è la storia dell'intensa amicizia tra la scrittrice Lillian (Jane Fonda) e Giulia (Vanessa Redgrave) che si trasferisce a Vienna per studiare con Freud ed entra nella resistenza antinazista.
Nel 1937 Giulia chiede all'amica, diventata famosa a Broadway come commediografa, di portare a Berlino denaro da usare per salvare molte vite di perseguitati ebrei e politici. Questo sarà il loro ultimo incontro. Tre Oscar: miglior sceneggiatura, la Redgrave e Jason Robards (nella parte del noto scrittore padre dell’hard-boyled Dashiel Hammett), compagno di Lillian. Una storia vera, intensa e carica di emozioni di due donne coraggiose e dell’amicizia che le lega per tutta la vita. Sullo sfondo, l’Europa che si butta nelle braccia della guerra e del nazifascismo, trascinando e portando alla rovina tutto quello che di buono, dal punto di vista culturale e umano, era andato crescendo in quegli anni.

Sono andata a cercare su Google. Ne so poco di lei e confesso di non avere mai letto nulla. Ma sono molto curiosa e credo che dovrò darmi da fare.

Adesso che sono guarita.
Baci e bacilli.
di Claudia Priano

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