Outdoor Magazine Sabato 3 marzo 2001

Legoland, il paradiso

Magazine - Quando ero piccolo, i due massimi oggetti del desiderio erano il castello del Lego e il vascello dei pirati dei playmobil.
Ma per il Lego impazzivo.

Ricordo diverse evoluzioni degli omini Lego. Quando ho cominciato a giocarci (ricordo perfettamente la mia prima volta, il regalo di Natale rovesciato sul tavolone di marmo con tutti i cugini a bocca aperta, era la confezione dello “zoo”) gli omini avevano la testa sferica, i capelli tridimensionali, le braccia snodabili anche al gomito e il corpo squadrato.

Poi è arrivato tutto il resto. Lego Spazio. Il mio primo Lego Technic (un elicottero). Mattoncini sempre più complessi.

I costruttori di Lego si dividevano in due categorie: chi lavorava in monocromo e chi si abbandonava all’estro coloristico, licenziando palazzi con i colori dell’arcobaleno. Io appartenevo alla prima categoria. Ne avevo soprattutto tantissimi rossi. Una volta partecipai ad un concorso, portando un sottomarino nucleare. Rosso.
Non vinsi. Forse fui tacciato di comunismo, forse la giuria non aveva mai visto “Operazione sottoveste” e non credeva a sommergibili colorati.
Tant’è. Mi fu preferito un megacastello di un bambino evidentemente ricchissimo. Anche se non sapevo ancora nulla della lotta di classe, piccolo com’ero, se c’era una cosa che mi faceva incazzare, era l’invidia per i bambini ricchi pieni di mattoncini.
Poi sono cresciuto. Ho dimenticato il mio compagno di giochi preferito. L’ho sigillato in una scatola piombata. In cantina, attende tempi migliori, chissà.

Ma un giorno si avverò il sogno della mia vita. Andare a Legoland.
Tre amici (io, Matteo e Stefano) un viaggio a Capo Nord abortito a Copehagen, una deviazione di qualche km sulla via verso casa.
Legoland ci apparve in una bella giornata di sole, in tutto il suo splendore.

Fa un po’ impressione andare a Legoland a venticinque anni. Tutti quei mini-bambini, rigorosamente biondissimi e nordici, con i capelli a caschetto, del tipo vecchia pubblicità dell’Orzoro.
Se volete mi dilungo a raccontarvi quanto sono belle le ricostruzioni in Lego dei più incantevoli angoli del Nord Europa: dai castelli della “romantische strasse”, al porticciolo di Copenhagen, fino alle dighe olandesi. Tutto perfetto, immenso e microscopico al tempo stesso. Bellissimo.
Ma ciò che rapisce il cuore sono i padiglioni dedicati all’essenza stessa del Lego: costruire, costruire e costruire.
Dentro, vasconi alti un metro e larghi tanto, pieni di mattoncini.
Decidiamo di entrare nel padiglione Lego Technic. Le nostre strade divergono.

Io mi faccio consegnare un kit di montaggio per avere il diplomino di costruttore Lego. Mi siedo su un tavolinetto attrezzatissimo, con tanto di computer e presa elettrica. Devo costruire una penna-robot telecomandata.

Nel frattempo Stefano e Matteo si dedicano alla costruzione libera.
Dovete sapere che, oltre ai vasconi pieni di ogni bendiddio, il padiglione Technic conserva uno scivolo per macchinine Lego. Una diavoleria tecnologica con una griglia di partenza in cui i semoventi frutto della fantasia vengono allineati e trattenuti da un muretto. Schiacciando un pulsante, il muretto scende e i bolidi partono in discesa. In fondo allo scivolo, una fotocellula fissa il vincitore e il tempo.
Irresistibile.
I miei due compagni iniziano a costruire macchinine, attingendo a piene mani dalle vasche, con quel tintinnio che fanno i mattoncini quando li rimescoli.
Io mi concentro sulla mia penna-robot.
Ogni tanto li controllo con la coda dell’occhio. Sono sempre più infoiati.
Sembra che ci sia un babanetto inglese, un soldo di cacio, con una supermacchina che li batte sempre.

Termino il mio capolavoro, ottengo il dipolma di costruttore Lego. Magna cum laude.
Raggiungo i miei amici. La situazione è precipitata.
Il soldo di cacio è platealmente aiutato dal genitore, evidentemente un ingegnere. Stefano e Matteo hanno dato inizio ad una spietata caccia delle dinamo dei motorini Lego.
Le dinamo sono dei pezzoni di plastica nera pesantissimi, due-tre etti l’uno. Su un telaio di derivazione Ferrrari nasce un mostro a sei ruote, costruito con quattro dinamo. Tutto nero, pesa un chilo: la forza di gravità è dalla nostra parte, la vittoria non ci può sfuggire.
Nel frattempo io faccio ostruzionismo, facendo incetta di tutte le dinamo del padiglione e andandole a nascondere nel padiglione accanto.
Stefano battezza la macchina “der Kommunist”. Il bambinello albionico è spacciato.

Nastri di partenza, nervosisimo palpabile.
Accadde tutto al rallentatore.
Der Kummunist parte bene, taglia la strada al nemico, s’invola verso l’arrivo. Ma il destino è in agguato: un nanerottolo arrivato in ritardo per la partenza, scaglia la sua macchina verso il traguardo.
L’impatto è tremendo.
Der Kummunist si disintegra, la macchina inglese vince.

Trascino via i miei amici prima che scoppi una rissa.
Sipario.

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