Aspettando un Pinot di Virginia Consoli - Magazine

Teatro Magazine Venerdì 2 marzo 2001

Aspettando un Pinot di Virginia Consoli

Magazine - Aspettando un Pinot - una pièce in sala d’attesa
di Virginia Consoli
Sipario Testi – Sipario, Gennaio/Febbraio 2001, pp. 79-83

Come spiega la stessa autrice nella premessa, questo testo drammatico è del marzo 2000 quando – dice lei – “scrivo ... una specie di pastiche che richiama almeno nel titolo, la più famosa delle “attese” teatrali, quella di Vladimiro ed Estragone in Aspettando godot, di Beckett.”
In realtà, a parte la questione dell’attesa e l’assenza di “Lui”, ovvero quello che tutti aspettano, non c’è molto di beckettiano in questo testo. I personaggi sono piuttosto concreti e nessuno tiene la scena per molto tempo. La "Donna delle pulizie", poi, sembra una delle servette furbe ed erudite di Goldoni. Non ci sono clochard o senza tetto in giro, e i dialoghi si alternano veloci e frequenti.
La trama è piuttosto una situazione (nel rispetto della miglior tradizione drammaturgica contemporanea inglese), cioè l’attesa del personaggio principale che non compare mai e a cui tutti si riferiscono dicendo “Lui”. Ognuno lo aspetta con grande emozione, fermento e ansia in quanto essere risolutore capace di aiutare nelle più svariate problematiche: dai compiti della scuola, al trovare marito ad una figlia “un po’ racchia” che “nessuno se la vuole sposare”, eccetera eccetera. Per la verità i problemi dei singoli sono appena abbozzati e legati alle loro figure-stereotipo, rivestite di abiti estremamente indicativi dei caratteri, così come delle loro inclinazioni comportamentali e culturali. A fare da trait d’union in questa strampalata parata di soggetti peculiari, per l’appunto, una “Donna delle pulizie” che come gli altri adora il “Lui” e lo presenta con tutta la sua ammirazione in un breve monologo iniziale. Lei sarà per altro la risolutrice inaspettata dell’assurdo in scena in questa pièce. Un assurdo che somiglia piuttosto a quello della drammaturga inglese di seconda generazione Caryl Churchill, più che ai vecchi capostipiti che a questo nome avevano dato senso.
Nei testi della Churchill i colpi di scena si susseguono in un crescendo, che mira ad un gran finale capace di stupire, ribaltando completamente la prospettiva fino a lì costruita. L’operazione tipica della drammaturga inglese, e che in parte sembra tentare anche la Consoli, è rivolta al coinvolgimento del pubblico senza che questo significhi coinvolgimento fisico. L’idea è di spiazzare la visione, conducendo tuttavia per mano lo sguardo e l’immaginazione, per tradire le attese quando queste si fossero sopite nella “previsione”
Personalmente ho apprezzato moltissimo l’attacco di questo testo, che con tre brevi passaggi, non scontati, mettono in scena l’attesa di tutti e di nessuno e la possibilità di uno svolgimento non prevedibile. Lascia un po’ perplessi, a tratti, il linguaggio negli scambi dialogici, specialmente sul finale. Altro punto debole è la parte centrale in cui sfilano diversi personaggi con le loro attese e speranze, che sarebbe, forse, stato più efficace se invece di due soli attori che “travestendosi” si alternano nei ruoli, fossero veramente apparsi tutti questi umani afflitti da "falsi" problemi, così da creare una specie di “defilé della speranza” dei pellegrini.
A chi piace il teatro consiglio la lettura di questo testo, ché a volte anche il leggerlo il teatro fa bene, specialmente quando è ben architettato, il che, se mi permettete, è raro.

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