Magazine Mercoledì 25 ottobre 2006

Baci e abbracci, dal carcere di Alghero



Voglio avvertirvi di una cosa. Questa puntata di Baci e Abbracci sarà un po’ diversa dalle altre. Anzi, molto diversa. Perché mi è capitata una cosa diversa. E forse sarà anche un po’ lunga. Ma, credetemi, non lo sarà mai abbastanza.

Alghero, 19 ottobre 2006 ore 14:30
Mi trovo davanti alla Casa di Reclusione in via Vittorio Emanuele, 28, Alghero, provincia di Sassari. Sto accompagnando Bruno Morchio che presenterà proprio lì il suo ultimo libro , quello di Garzanti di cui si parla tanto, nella biblioteca del carcere, alla presenza del direttore - il dottor Francesco Gigante - qualche giornalista e circa cinquanta detenuti.

Veniamo accolti dagli educatori che si occupano di questa iniziativa e in modo particolare da Giampaolo Cassitta, responsabile del centro educativo del carcere e scrittore. Giampaolo ci illustra il progetto sostenuto dalla Regione Sardegna, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dall’Istituto per il Libro e dalla Conferenza delle Regioni e Province Autonome e Associazione Nazionale Comuni Italiani. Insomma un sacco di gente e un sacco di teste pensanti. Il progetto si chiama La lettura libera. Ecco. Solo un piccolo appunto. Mi domando, tra tutte queste teste, chi abbia scelto proprio questo titolo e se lo domanda anche Giampaolo. Ma vabbè, badiamo alla sostanza.
E facciamo bene, perché di sostanza ce n’è parecchia, i contenuti e i risultati, per quello che ho potuto vedere, sono importanti. Si tratta di una maratona di lettura negli Istituti penitenziari di Alghero, Sassari, Quartucciu e Isili, istituti dove esistono delle biblioteche fornite e dove i detenuti possono leggere, se vogliono.

Entriamo all’interno del penitenziario, ora restaurato, che era un Bagno Penale dal 1870. La struttura non è a raggera ma a cortile, il quale è molto grande. C’è un campo da calcetto, spazi abbastanza ampi. La prima cosa che noto sono i mosaici. Sono bellissimi e ricoprono tutti i muri di un lato del patio. Giampaolo mi racconta che sono proprio molti detenuti ad averli fatti. E noto che ce ne sono di nuovi in via di lavorazione. Sono bellissimi, colorati, pieni di vita. Pieni di sogni.
Per primo ci accoglie il direttore, che vive con la sua famiglia all’interno dell’edificio. Una persona sorridente e cordiale, per quanto il suo ruolo formale sia inequivocabile. Poi ecco che conosciamo una guardia carceraria, di nome Gigi (il nome è inventato ma il signor X, se leggerà questo pezzo, saprà che sto parlando di lui). Gigi è in gamba. È consapevole di essere un recluso tra i reclusi, proprio come il direttore o altri che lavorano qui. Anzi, Gigi si è fatto trent’anni all’Asinara, come secondino (allora li chiamavano così) e ci racconta un sacco di cose di quegli anni.

L’Asinara ora è solo un Parco Naturale. Allora era un carcere di massima sicurezza. Gigi ci racconta dei tempi dei famosi rapimenti. Ci racconta anche di clamorosi errori giudiziari. Di un tizio che faceva il pastore, un poveraccio che non sapeva né leggere né scrivere, che ebbe la sfortuna di passare nel posto sbagliato al momento sbagliato. E proprio in quel posto rapirono un personaggio famoso e ovviamente molto ricco. E al pastore venne chiesto di dire cosa aveva visto. E lui non disse nulla. Temeva per sua moglie e per i suoi figli. Temeva per la loro vita. Così non parlò. Ma i giudici decisero che, in questo caso, lui era complice.

Lo sapevano tutti, in paese e nei paesi circostanti, che lui non c’entrava niente. Forse conoscevano anche chi invece era colpevole. Questo non possiamo saperlo. Ma fu così che il povero pastore si fece trent’anni ospite all’Asinara ed uscì che era già nonno. Ora dico. Certo che non collaborare in un caso come questo significa andare contro la legge, ma trent’anni non sono un po’ troppi? Chiedo a Gigi che ne pensa. Gigi mi dice, con il suo accento inconfondibile, guardi che in carcere solo i poveracci ci vanno. Voglio dire, aggiunge, mica perché santi sono, anzi, colpevoli sono, ma quelli molto ricchi e potenti, anche se hanno ucciso, anche se hanno rubato cifre folli, dopo un po’ fuori li tirano.
Forse ha ragione Gigi. Mica è demagogia. È realtà.

Gigi ci accompagna a visitare il carcere. Entro nella cella dove, nel 1975, prima di essere trasferito, rimase Curcio per oltre sei mesi. È un posto terribile. Non c’è una finestra, ma una fessura che dà su un’intercapedine e quindi non c’è luce. C’è un letto fatto di pietra e niente altro. È lunga due metri e larga forse uno e mezzo. O giù di lì. Non tanto diverse dalle celle di un monastero che ho visitato a Narni, dove venivano rinchiusi, centinaia di anni fa, gli accusati dalla Santa Inquisizione.
Mi chiedo come possa resistere un uomo in un posto simile. Ma ora quelle celle non vengono più usate. Per fortuna.

Proseguiamo il nostro giro. Arriviamo finalmente nella biblioteca/teatro. La sala è intitolata a Fabrizio De Andrè, che tutti qui amano molto. È grande, molto grande. In fondo alla sala c’è il palco. E ci sono tanti, tantissimi libri. C’è veramente di tutto. Ed ecco che arrivano gli ospiti, sia quelli da fuori che quelli da dentro. Comincia lo spettacolo. Dopo una breve introduzione del direttore, visibilmente emozionato, che infatti esordisce con “signore e signori, oggi va in onda…”, e vabbè signor direttore, in questo modo lei mi è ancora più simpatico, e un’altra introduzione di Giampaolo Cassitta, la presentazione del libro ha inizio. E comincia anche la maratona di lettura, con intermezzi musicali di una brava chitarra e una bella voce. Ed io rimango incantata.

I detenuti si presentano. Ce ne sono molti sardi, ma molti di altre nazionalità.
Sono stata autorizzata a citarli per nome e allora lo faccio con molto piacere. Funziona così. Ognuno legge qualcosa del libro che ha amato di più. E così il primo brano è di Coelho e il ragazzo che legge si scusa in anticipo per eventuali errori, ma viene sostenuto e incoraggiato da un applauso. Alla fine della lettura a ognuno viene regalato un libro, scelto dagli educatori secondo i caratteri e i gusti di ogni detenuto. A lui Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Mario invece legge in catalano. Mario scrive anche poesie e legge i suoi versi dove racconta del tempo che fugge. Riceve in regalo un libro di Pablo Neruda (
Le mani del giorno).
Poi ecco il turno di Francesco, cabarettista nato, con un talento mica da poco. Ci fa morire dal ridere con le sue battute. Legge un brano da Bellas mariposas di Sergio Atzeni. Poi legge una sua poesia. E lo fa in modo irresistibile. E dopo la poesia me la regala. Mi sono fatta aiutare nella traduzione. È bella. Grazie Francesco.

E poi ancora grazie ad Antonio, che legge un brano che parla di speranza di un libro di Alberoni, e ad Antonello, che legge in modo commovente Se questo è un uomo di Primo Levi e a Gavino e ad un altro Gavino (quanti Gavini ci sono!) e a Jariu, un ragazzo di lingua mandingo, che legge in inglese e a Mansour (non so se ho scritto giusto) che legge un pezzo del Corano. Non voglio dimenticare Stefano. Legge un brano di un libro di Morchio. In galera lui si è buttato a capofitto nella lettura, tanto che mi viene da dire che forse la letteratura salverà ancora un’altra persona. Ne ha salvate tante. E Stefano si è anche iscritto all’Università. Studia, dà gli esami e ora è il responsabile della Biblioteca che è per la maggior parte una sua creatura. Gli ho detto, fai un gran lavoro, complimenti Stefano. E lui mi ha risposto, faccio quello che posso, tutto quello che posso.

La maratona finisce. A Bruno Morchio il discorso finale. Anche lui è coinvolto ed emozionato come tutti quelli che hanno partecipato.
E dopo mica è finita. Tutti in un’altra sala a gustare certe cose prelibate che sono una meraviglia, tutte preparate dai detenuti iscritti alla Scuola Alberghiera. Alla fine è stata una festa. Insomma, in mezzo a queste persone sono stata bene. Ho imparato delle cose. Ho riflettuto molto nei giorni successivi. Lungi da me fare considerazioni sul carcere, sulla sua utilità o meno. Non sono la persona adatta. Con tutti i tuttologi che ci sono in giro, in tivù o dappertutto, preferisco tacere. Ho voluto solo raccontarvi ciò che mi è successo, come lo so fare e a modo mio. E solo dire che queste persone che ho conosciuto trovano davvero un senso nel leggere un libro. E non solo perché altrimenti non sanno che fare. Flaubert ha detto “ leggete per vivere”.

Alghero, 19 ottobre 2006 ore 19:00
Quando i cancelli e le porte si sono chiuse dietro le mie spalle ed io sono uscita forse avrei voluto piangere o urlare perché un malloppo di emozioni mi pesava sullo stomaco. La forza di alcuni di quei ragazzi e le risorse che hanno scoperto di avere mi avevano colpito. E, devo dirlo, mi ha colpito anche l’entusiasmo e la passione degli educatori come Giampaolo Cassitta che lavorano in carcere.
Non ho citato tutti coloro che hanno preso parte a questo appuntamento e che ho conosciuto, ma solo alcuni. Vorranno scusarmi gli altri, quelli di cui non ricordo il nome. Ma nel mio cuore tutti quei volti sono rimasti, e li ringrazio dal profondo del cuore per questo indimenticabile pomeriggio.
di Claudia Priano

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