Mandragola: w la passera e la libertà! - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Mercoledì 11 ottobre 2006

Mandragola: w la passera e la libertà!

Magazine - «Questa commedia è ben altro che una storia volgare di chi ha voglia di passera», afferma con soddisfatta convinzione Marco Sciaccaluga a conclusione della presentazione della sua nuova regia: Mandragola, commedia di Niccolò Machiavelli, scritta intorno al 1518, nuova produzione del Teatro Stabile di Genova che apre la stagione, alla Corte, da mercoledì 18 ottobre a domenica 5 novembre.

Partendo come al solito da piuttosto lontano, Sciaccaluga ci tiene a ricordare alcuni stereotipi che hanno da sempre accompagnato questo testo. «La tradizione ce l’ha tramandata come una commedia incentrata sulla beffa, come ritratto di un mondo totalmente degradato, dove il male ha vinto e l’umanità è vittima di una spirale di corruttela. Un’opinione che a mio parere non fa un gran servizio a questo testo, largamente riconosciuto come la più bella commedia del teatro italiano». Da qui parte lo slancio interpretativo che il regista confessa essere un atto di «fede e ragione» al contempo, del tutto dovuto al cospetto di un classico di questa portata.

Diciamo che si tratta di una storia ambientata a Firenze dove due uomini, in modo maschilista, si contendono una donna, la più bella, giudizio insindacabile a cui giunge un consesso di maschi italiani e francesi. L’uno, il fiorentino Messer Nicia (Ugo Pagliai) che è anche il legittimo marito, desidera da lei un figlio; l’altro, il giovane Callimaco (Gianluca Gobbi), quel figlio che tutti vorrebbero, vuole possederla, in preda a un’irrefrenabile follia amorosa, nata esclusivamente sulla scia delle parole degli altri, quindi spirituale, ancora più incontenibile. La sintesi postmoderna potrebbe essere questa: con un’inseminazione eterologa sui generis, l’uno ottiene il figlio, l’altro soddisfazione carnale al suo infuocato desiderio, ma... e qui viene il finale che vi lascio scoprire.

«Se si toglie il velo accademico – continua Sciaccaluga - che chiude la commedia nelle unità di tempo, luogo e azione, si sente pulsare la novità drammaturgica che sta in questo testo, segnale che restò inascoltato nel nostro paese in un’epoca pronta a sbocciare in tutta Europa, di lì a poco con Shakespeare, Marlowe, Calderon de La Barca ecc., e a cui proprio Machiavelli in Italia avrebbe potuto dare impulso». E qui apriamo una parentesi importante che riguarda lo spazio dell’azione e la scenografia. Sciaccaluga ha scelto infatti di andare contro il classico svolgimento all’esterno, in una piazza, optando per l’opposto, trasferendo quindi tutto all’interno. Una trasformazione a cui ha lavorato la scenografa (e costumista) Valeria Manari (già molto applaudita per le scene di e ) creando una macchina leonardesca, che fa trascolorare le scene l’una dentro l’altra, permettendo così anche una suggestione metaforica insita nella commedia che parla in modo blasfemo della morale, ma anche della scienza. «Questa macchina -spiega Sciaccaluga– in tutta la sua semplicità artigianale sconvolge provocatoriamente l’idea di piazza prospettica cinquecentesca».

Per tornare alla profondità del testo, è il messaggio sull’autonomia del pensiero, sull’indipendenza da ogni costrizione morale o sociale, la motivazione che ha spinto al recupero. «Mandragola è un inno alla libertà –va avanti nella sua appassionata arringa Sciaccaluga- in particolare quella della donna, che qui passa da vittima sacrificale a vincitrice. Ferina e furba al contempo, scaltra e nobile, donna Lucrezia è al centro di un inno a una società che sta scoprendo, attraverso il rinascimento, che forse l’umanità non ha bisogno dell’idea di Dio per celebrare il rito della vita».

La trama, ben più intricata e machiavellica di quanto non accennato sopra, comprende un cast molto più nutrito, in cui molti altri sono i personaggi che collaborano all’architettura del progetto e alla risoluzione finale: Siro (Enzo Paci), Ligurio (Pier Luigi Pasino) il personaggio in cui Machiavelli si riconosce forse di più che in qualunque altro, Sostrata (Barbara Moselli), Fra’ Timoteo (Massimo Mesciulam), Donna (Silvia Quattrini), Lucrezia (Alice Arcuri). È Pagliai a prendere la parola a proposito del lavoro d’interpretazione. «Sciaccaluga ha aperto tantissime stanze di questa commedia che riguardano un po’ tutti i personaggi. Messer Nicia è uno che vive di fantasmi e di fantasia e studia il possibile miracolo, accarezza e culla il sogno di avere un figlio». A proposito del toscanaccio Messer Nicia, per sottolineare una sua precoce intuizione, Sciaccaluga ricorda le parole di Sergio Tofano (che ne realizzò una produzione negli anni ’50) ai suoi allievi: «pensate e a tutto ma non pensate che sia stupido». Ne sa qualcosa Pagliai che con accorata sincerità ammette di vivere con tragicità questo ruolo, in particolare per il processo emotivo che lo conduce a consegnare la sua donna a un altro uomo, dopo averla preparata, fino a arrivare a controllare l’erezione dell’altro per non essere beffato, accecato dalla sua ostinatezza e dalla assoluta fede verso la scienza, e come poi alla fine sia durissimo per l’attore gioire con il personaggio per il risultato raggiunto.

Sciaccaluga recupera il toscano per questo personaggio e seppur il resto della compagnia recita in italiano alcune strutture del dialetto-lingua e alcuni modi di dire vengono proposti. Sempre di recupero si tratta rispetto alle canzoni, scritte a parte da Machiavelli per la messa in scena di Forlì e per una cantante in particolare, che qui sono lasciate alle ugole degli attori soli e in coro.

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