Magazine Mercoledì 11 ottobre 2006

Ammaniti torna con 'Come Dio Comanda'

Nella foto in prima pagina: Niccolò Ammaniti
Nella foto in alto: la copertina di 'Come Dio Comanda'
Sono stata molto brava, davvero, e mi sono concessa di leggere le prime dieci pagine del libro ( ) solo giovedì, in serata. Venerdì la nuova creatura di sarebbe stata in libreria.
Ne ero quasi certa (con queste cose non si sa mai, però). È andato tutto secondo i miei calcoli: un fine settimana trascorso fra le pagine spesse e profumate del tomo – un Mondadori di quelli belli - con la copertina più che rigida, un’immagine azzeccata e pulita, ché il titolo sta scritto sulla sovracopertina trasparente (e questa però attira tutti i pelucchi del mondo).

Una cosa però non l’avevo prevista: il libro è molto più bello di quanto avessi immaginato. Ammaniti è cresciuto, ecco. Credo che il punto focale sia questo. Un accenno alla storia: in una pianura triste e problematica che tracima centri commerciali e capannoni industrali, tre amici che vivono ai margini della società decidono di assaltare un bancomat per migliorare le loro vite. Il protagonista è Rino Zena, che vive di espedienti, è violento, alcolizzato e nazista, e terrorizzato dall’idea di perdere il suo amatissimo figlio Cristiano, tredicenne, alle prese con tutte le difficoltà del caso e con il viscerale affetto che lo lega al genitore. Rapporto padre-figlio ed emarginazione.

E poi una carrellata di personaggi pazzeschi e indimenticabili: l’assistente sociale innamorato, che vive la passione in conflitto con la fede religiosa e la sua vigliaccheria, il presidente della Euroedil che utilizza le striscette per sbiancare i denti mentre cerca con scarsi risultati di scaricare una nuova suoneria per il cellulare, le bellissime compagne di scuola di Cristiano, meno invidiabili di quanto vogliano apparire, i ragazzi del centro sociale (il Peace Warrior), e tanti altri. Persino i due cani, che appaiono per pochi attimi, sono memorabili.

In una notte di apocalittico diluvio, che divide i sei giorni della storia in prima e dopo, la vite di tutti cambieranno drasticamente. Non posso dire di più. La vicenda non si può sintentizzare e nemmeno voglio rovinare il gusto di chi la leggerà. Le cose però sono cambiate, e tanto, rispetto all’Ammaniti di qualche anno fa. Intanto qui l’orrore e la violenza angosciano, fanno sentire persi in una valle di lacrime – per continuare il gioco dei riferimenti divini.
Il quadro che si realizza dell’Italia di oggi è terribile. La televisione, l’economia, la mentalità meschina e xenofoba degli italiani sono così vicine alla realtà che lo sguardo cinico e disincantato non lascia scampo. Se in passato il nostro scrittore faceva fuochi d’artificio e giocolerie con le umane miserie, ora non si scherza più. Il mondo troppo brutto in cui viviamo è una realtà grave. Le persone sono "senza passato e senza futuro", dice Ammaniti, ed esorta a parlare di "com’è oggi questo paese". Mentre nella letteratura qualcosa in questo senso si sta muovendo, (io penso ad esempio a Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese... di ), altri settori non si capisce perché non accennino minimamente a cambiare. Il cinema, ad esempio, che per Niccolò sta sempre appresso alle vicende piccolo borghesi.

Questo libro smuoverà qualcosa, credo. Forse un diverso sentire comune, forse un dibattito tra artisti che si sentiranno chiamati in causa. Sui giornali, sulla rete già se ne parla, anche se con le derive antipatiche di certa critica strillona che parla del caso letterario dell’anno (ma sempre a caccia di casi, dobbiamo stare? Hi, che noia, che inutile sensazionalismo e gna gna gna). E c’è pure chi si strugge perché nel libro c’è una trasmissione di Vespa di domenica (sarà possibile? Sì, no, solo se nel periodo pre-elettorale). Come all’epoca in cui Seratina (uno dei primi racconti di Ammaniti) veniva stroncato perché c’era un furgone del latte. E a Roma, si sa, il furgone del latte non passa. Andiamo oltre. Vediamo oltre, per carità. Questo libro molla a tutti un bel calcione, che assicura lo slancio per farlo.
di Daniele Miggino

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