Cipputi è vivo e lotta in mezzo a noi - Magazine

Teatro Magazine Teatro Gustavo Modena Martedì 10 ottobre 2006

Cipputi è vivo e lotta in mezzo a noi

In alto a sinistra Federico Vanni, a destra Giorgio Scaramuzzino. Sotto un momento di una scena corale

Magazine - Sotto un intreccio di tubi, sorge un cumulo di scarti e ferraglie; e poi sedie e praticabili costruiti con quadrelli di ferro, materia prima e grezza anch’essa. È questo l’insieme-struttura, o scenario (di Guido Fiorato, come i costumi), su cui parte cupo e in sordina, a lume di fiamme ossidriche, lo spettacolo musicale del Teatro dell’Archivolto dedicato a Cipputi, , di Francesco Tullio Altan e Giorgio Gallione. Lo spettacolo, dopo un debutto al Festival Astiteatro 28 (ente coproduttore) e due repliche nelle ex-acciaierie di (Genova, 3-4 luglio) arriva alla Sala Mercato del Teatro G. Modena per restarci fino a sabato 14 ottobre.

Ormai nota nella sua formula, la regia a collage di Gallione combina diverse modalità narrative a canzoni e filastrocche, cosicché la memoria, in questo frangente collettiva, sia restituita nelle sue più varie sfaccettature: ora attraverso la satira delle battute ciniche e taglienti che Altan ha creato per il suo personaggio, (per esempio: "Dobbiamo ricostruire la sinistra, se non abbiamo fretta ci viene un monolocale"; "Come ti senti Cipputi? Una nullità militante"; "L'Italia cambiera? Contiamo molto sulle piogge acide"), ora sottoforma di cronaca, tra eventi e dati frutto di indagini o, ancora, attraverso testimonianze dirette, spesso commoventi, per raccontare, descrivere, commentare la realtà del lavoratore alla catena di montaggio; i rischi, le dinamiche interne, la frustrazione, la lotta in occasione dei 100 anni della CGIL.
Completano il quadro alcune canzoni storiche (soprattutto Gaber, ma anche Jannacci e gli Skiantos), qualche slogan e motto popolare, molte sonorità, rumori e tonfi (le musiche e il progetto audio sono di Paolo Silvestri) che restituiscono ai sei personaggi in scena la natura multiforme di quella ‘base’ che seppe costituirsi più o meno compatta in favore di se stessa contro la legge spietata della pura produttività. Un processo osservato in Italia e nel mondo, salvo poi scomparire, in epoca recente almeno dai media, per essere dislocato in un altrove protetto e lontano, quale l'Asia e l'Oriente.

L’andamento è in crescendo e il ritmo funereo d’attacco che liquida il tempo delle grandi battaglie di idee e ideologie in un risultato tanto ovvio quanto annichilente, è forse un tantino qualunquista: non restano né vincitori né vinti. A più voci e secondo più ritmi che alternano il recitato al cantato, si risale la china e si fanno incursioni nel passato più lontano per ricordare per esempio che il primo e l’8 maggio sono entrambi ricorrenze, nate intorno a sacrifici umani dentro la fabbrica (1886 a Chicago in una manifestazione per la riduzione dell’orario di lavoro, 12 lavoratori anarchici perdono la vita; sempre in America, nel marzo del 1908, 130 donne muoiono in seguito a un incendio, perché chiuse a chiave in fabbrica dal datore di lavoro). Accanto alla Storia c’è anche un po’ di teoria del pensiero: “che cos’è l’operaio: un corpo umano che opera per costruire un’altra macchina che lo renderà superfluo”; oppure, “scompare la lavorazione completa di un prodotto, sostituita da una separazione sempre più netta tra la fase di ideazione e quella di realizzazione”; fino al postulato tayloriano che decreta ottimale l’operaio-automa là dove il pensare nuoce alla produttività.

Nel frattempo con una vecchia valigia di cartone da emigrante stretta tra le braccia Orietta Notari ha già fatto il suo ingresso in scena cantando malinconica la Vincenzina di Enzo Jannacci per ricordare la condizione femminile in questa storia. Giorgio Scaramuzzino, chiamato a dare voce e corpo a Cipputi, lo fa con completa e gongolante naturalezza, tanto che la vignetta, sembra aver goduto di questa ingrugnita tridimensionalità da sempre, da cui si origina un paradossale scambio che tramuta l’attore in figurina. Accanto a lui, Federico Vanni gioca il ruolo della spalla Bundazzi, gettando battute in pasto al compagno come giocoliere abile ma con il pilota automatico innescato, salvo poi sentirsi protagonista e recuperare vigore quando chiamato a fare l’Agnelli. Quasi sempre sulla destra del palcoscenico, Eugenio Allegri, contribuisce alla parte teorica della narrazione, ma non si risparmia quando gli tocca fare una lezione sulla TV e lo share a cui i lavoratori dovrebbero aspirare per accaparrarsi la audience e un posto tra i media. È il compagno del reparto "parti meccaniche" alla FIAT, quando recuperando la gestualità da rivista racconta del cameratismo tra lavoratori - fugace gioia e affettuosa utopia - o quando intona, come fece Gaber, quel motivetto sul lavoratore che sull’esperienza del gesto ripetuto guadagnò tic su tic, e come le rime in una filastrocca, diventa marionetta a impulso indotto, che si merita infine il licenziamento in qualità di deficiente - un'originale variante che ricorda proprio il corpo dominato dalla catena di montaggio, un po' marionetta di Chaplin in Tempi Moderni.

Con presenza scenica decisa, a tratti dura - quando in seconda fila persino ironica - o definitivamente tragica Simona Guarino è la donna femminista in fabbrica. Ci ragguaglia insieme a Notari sulle statistiche intorno ai lavoratori di oggi per lo più cinesi, in gran numero minorenni, tutti senza scelta, tutti con un ammontare di ore, tra turni normali e straordinari, da farci impallidire tutti. La cronaca asciutta della malattia di asbestosi - che colpì quelli che lavoravano con l’amianto - è così feroce e impietosa che il pubblico resta impietrito e accanto a me sembra disporsi in un momento di preghiera. Tenuti all’oscuro degli effetti mortali dell'amianto, lavoratori e familiari soffrirono pene inaudite, nonostante la nocività fosse nota fin dagli anni ‘40. C’è anche la generazione giovane, in questo tableaux vivant a volo d'uccello su un ampio capitolo della storia umana, a momenti macabro e quasi surreale. I nuovi lavoratori stanno nell'interpretazione assolutamente intonata con il resto del coro di Aldo Ottobrino: tutto ribellione e destrezza, per far da leader stando in panchina, per non allinearsi con questi morti viventi, attaccandosi con ostinata disperazione alla maglietta del Che, rigorosamente rossa sotto la tuta blu, o il piercing sul naso giusto per chiarire subito d’essere contro, per dire esisto, forse più a se stesso che agli altri, quanto poi a fare cose per dimostrare la rottura... Come a dire che il nuovo lavoratore non sta meglio, al massimo peggio perché è più solo.

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