Concerti Magazine Martedì 10 ottobre 2006

Ligabue no

Prendete Luciano Ligabue. Sedetelo sul palco del Carlo Felice, in fondo, dietro la buca, lontanissimo dal pubblico. Mettetegli una chitarra sulle gambe, la sua band intorno, un musicista di spessore a fianco. Predisponete delle luci d’effetto, selezionate qualche poesia da lui appena pubblicata da declamare prima di un brano. Ci siete?
Adesso prendete la scaletta di un concerto da palazzetto, inserite due brani meno conosciuti per contentare i fan più esigenti, qualche rara e sporadica invenzione arrangiativa, mescolate il tutto e vi sarete fatti un’idea del concerto di ieri sera, lunedì 9 ottobre. Due ore scarse di musica con un paio di domande che vi si agitano dentro: quando viene il bello? E poi… farà anche Happy Hour?

Il concerto inizia puntuale intorno alle 21.00, anticipato dall’esecuzione di un paio di brani da parte di Giovanni Allievi, giovane pianista, che accompagnerà poi Ligabue in Certe Notti e Una Vita da Mediano. Inutile dire che la sua performance solista passa nel totale disinteresse del pubblico che continua ad esibirsi in brusii degni di uno sciame di api assassine.
Finalmente si apre il sipario: come uno dei rapiti in Incontri ravvicinati del terzo tipo compare, proiettata sul pubblico da un occhio di bue, la sagoma di Ligabue, chitarra alla mano, che inizia a suonare. La scaletta prevede una sequela di singoli vincenti (Sogni di Rock ‘n’ Roll, Ho messo via, Ho perso le parole, I Ragazzi sono In Giro, Vivo Morto o X), vecchi e nuovi, con l’inserimento di brani dall’ultimo album, qualche brano sfigato d’altri tempi (Sopravvissuti e Sopravviventi), un paio di arrangiamenti di valore dal precedente tour teatrale (Piccola Stella Senza Cielo, Camera Con Vista Sul Deserto).

Progressivamente iniziano ad aggiungersi gli altri musicisti: chitarra, basso, batteria, tastiere, . Quest’ultimo (chapeau) virtuoseggia come al solito con il suo bagaglio di strumenti, peccato che il pubblico, un po’ troppo indisciplinato, non perda occasione di urlarci e applaudirci sopra. Il concerto si trascina fino alla pausa, la sensazione è di inconcludenza: dove si vuole andare?

Tutte le aspettative caricate sulla seconda parte sfumano velocemente, in un’inevitabile anticlimax: in questo concerto non succederà veramente nulla di particolare. Quando poi, verso la fine, con il pubblico in piedi e la sala illuminata a giorno dai flash delle digitali parte Happy Hour… la gente si scatena, Ligabue si compiace, il teatro freme. Ma la musica? Vale la pena spendere almeno 50 euro per andare a vedere un concerto da palazzetto mascherato da concerto teatrale, una orribile e lofia copia del tour che è finito nel live Giro d’Italia? Anche in quella occasione si saltava, ma per la soddisfazione. Qui soltanto perché non c’è altro da fare. Ma poi, perché farlo? Per darsi un tono?
Le ultime scelte artistiche e commerciali di Ligabue hanno fatto storcere il naso a più di un affezionatissimo fan. Avvicinandomi a questo concerto, speravo di essere stupito piacevolmente da qualcosa che mi spiazzasse, come aveva fatto quel mitico . Invece l’impegno, la qualità degli arrangiamenti, il ritmo, la stessa voglia di suonare, sono stati veramente deludenti. Il coinvolgimento non è andato al di là dell’automatico battere del piede per tenere il tempo.
E la domanda sorge spontanea: quanto costa fare finta di essere una star?
A Ligabue, ormai, proprio pochino.

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