Magazine Lunedì 9 ottobre 2006

Iaia Caputo: sulle tracce della memoria

In alto la copertina del romanzo

Magazine - Sessantotto capitoli brevi che strattonano il tempo, lasciato alla libertà anarchica della memoria, compongono Dimmi ancora una parola, il romanzo di Iaia Caputo da circa un mese in libreria per (euro 13,50). Un bildung roman, ambientato su uno sfondo italiano degli anni ’60, che traccia dentro alcune cornici la storia di una bambina che diventa donna. Per effetto di una cronologia intima e segnata da frequenti cesure, si attraversa una galleria di momenti dell’infanzia tra mamma, papà, sorella e nonni; ci si sofferma sugli anni della scuola e dell’adolescenza dove parallelamente si aprono due cammini: l’incontro con l’altro-maschile e l’ingresso nel mondo delle lettere, di una professione giornalistica. Mentre la storia, quella con la "M" maiuscola scorre a lato come fondale opaco.

Dal primo, fino al quinto capitolo, Lei è al centro di una narrazione in terza persona, quasi priva del tutto di nomi propri per luoghi e persone, come sospesa. Poi però nelle prime righe del sesto capitolo – e da lì in avanti a sorpresa - si chiede al lettore un piccolo sforzo di adattamento con l’affaccio della prima persona, che buca quella distanza dal personaggio, come se l’occhio passasse dal guardare dal buco della serratura a trovarsi d’improvviso dentro la stanza della protagonista e tra le pagine del suo diario.
«Volevo raccontare la storia di una donna già adulta che ricorda tutta una vita», comincia a spiegarmi la scrittrice, «e la prima domanda che mi sono posta è sul come si ricorda una vita. Arrivando alla maturità cosa conta per una donna? L’amore per gli uomini e il lavoro. Questi i due binari principali lungo cui ho proceduto». A dare forma al romanzo ha contribuito, mi spiega ancora Caputo, un’altra riflessione, che ha a che fare con la natura doppia del ricordare, in parte pura invenzione: «La memoria trasforma, scarta, abbellisce e ha pozze di oblio. Per sottolineare il gioco consapevole di una memoria che ci mente, ho sdoppiato il personaggio in Lei e io, per ribadire che lei e io forse non sono la stessa persona e lasciare aperta la domanda circa chi racconta».

Se la struttura a capitoli brevi scorre via in una lettura che è un frenetico divorare parole e frasi, d’altra parte mettendosi nei panni dell’autore viene da domandarsi ma questo capitolo non sarà stato scritto prima dell’altro?. «È un libro che covavo da molti anni», afferma Caputo. «Avevo delle idee in mente, ma non riuscivo a vedere in quale forma calarle. L’ho scritto non compostamente: ci sono cose che sono andate avanti e che poi ho spostato e dilatato. Per esempio l’ultimo è stato il primo capitolo che ho scritto. Il lavoro di montaggio è andato avanti fino alla fine. Ho ordinato e riordinato i capitoli più e più volte, proprio perché seguendo il filo della memoria era opinabile cosa ricordare prima, cosa dopo».
Se affannandosi lungo la scrittura non si cerca altro che carpire al più presto il segreto di questa donna, il segreto dei suoi amori e delle sue passioni, dall’altro frenando la corsa troviamo molti spunti metanarrativi, in cui è lo scrivere il soggetto del discorso, la lingua l'oggetto sui cui si punta l'attenzione (della struttura abbiamo già accennato). «Se la storia è defluita abbastanza velocemente, con la lingua è stato un vero corpo a corpo, alla ricerca di una lingua asciutta e scabra dove ho scelto più spesso l’allusione e il non detto, perché sentivo continuamente in agguato i tanti rischi legati alla materia incandescente del soggetto che trattavo: il rosa, il melò, il melodramma. Persino dare dei nomi a luoghi e personaggi mi sembrava un modo per appesantire la narrazione che volevo invece leggera».

Ma c’è ancora dell’altro in questo romanzo, dove ci si domanda delle proprie origini, del significato e delle declinazioni che ognuno dà al concetto di lingua madre e che può o meno coincidere con quello di lingua materna. «La mia protagonista crede che il mandato di parlare lo abbia ricevuto dal padre per due ragioni. La prima di ordine esistenziale: un padre silente che le chiede di parlare anche per lui. In secondo luogo, il padre rappresenta colui che ha studiato in famiglia, il primo a aver ceduto sulla sua lingua, il dialetto, per l’italiano, il che coincide anche con l’ascesa sociale del padre e col suo potere sulle parole, tanto che Lei sceglierà un mestiere molto maschile che è fare giornalismo. Ci metterà molto, Lei, per capire che per parlare, per potersi esprimere, dovrà riappacificarsi con la madre e con la lingua materna. Perché nessuna donna può parlare al posto di un padre, di un uomo. La lingua materna è anche la lingua madre e nel romanzo corrisponde ad una pacificazione del personaggio anche con il suo femminile».

Innegabile che sia anche un romanzo sugli uomini e le donne, sui loro rapporti. «Tutti noi, uomini e donne cresciamo attraverso l'incontro con l'altro sesso, senza è impossibile definire se stessi. Gli uomini del romanzo sono personaggi ma anche archetipi: il padre, il primo uomo che ogni donna ama; l'amante, figura che rompe la vita della protagonista in due, in un prima e un dopo. È la relazione scabrosa, segreta, ma lui è anche il personaggio che resterà più presente. Sta a raccontare la qualità del primo desiderio, ha in sé l’arroganza e la protervia della giovinezza e cela il mistero del desiderio selvaggio di felicità che sta dentro il primo amore. Altro topos che racchiude questa figura dell’amante è il mito dell’amore perfetto, quello interrotto precocemente. Infine, il marito è colui che accompagna Lei nell’età della maturità. È l’uomo della realtà, del presente, di un rapporto fatto di passioni, scontri e vicinanza.
Volevo scivere la storia di una donna che fosse molte altre donne, la storia di una educazione sentimentale esemplare, dove molte e molti potessero riconoscersi».

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