Magazine Mercoledì 4 ottobre 2006

Baci e abbracci, Claudia

Riflessioni mattutine. Verso le dieci e mezza ero in cucina a ripulire i resti di una bisboccia della sera precedente con un po’ di amici e ascoltavo radio due, precisamente la Barbara Palombelli, che spesso dice cose intelligenti, ma curasse un po’ di più il tono con cui parla, no perché, diciamocelo, fa venire certi attacchi di letargia che levati. Comunque, dicevo, stavo ascoltando la Palombelli tra uno sbadiglio e l’altro mentre intervistava Muccino (il piccolino, il Silvio) e Carla Vangelista, scrittrice e sceneggiatrice. I due, insieme, hanno scritto un libro, che non ho letto e di cui so poco. Parlami d’amore, s’intitola ed è edito da Rizzoli. Ma non è questo di cui volevo parlare.

Mi sono molto interessata ad un argomento introdotto mentre parlava la co-autrice. Raccontava che per lei scrivere questo libro era la fine di un periodo in cui si sentiva reclusa. Diceva che per molto tempo si era sentita chiusa in una gabbia. E diceva anche che spesso le donne vivono vite di questo tipo. Non fanno quello che vorrebbero fare o lo fanno troppo poco, o lo fanno pensando ad altro perché prigioniere delle aspettative degli altri.

Ma è proprio vero che le donne fanno tutto quello che ci si aspetta da loro? Ovvero, le cose sono cambiate oppure no?
Risposte precise a questa domanda non esistono. Io dico che le cose un po’ sono cambiate, che le giovani donne adesso riescono in qualche modo a ritagliarsi i loro spazi, a fatica certo, ma ci riescono. Insomma. Non è più un tabù non avere un marito dopo i trent’anni. Ora non sei più zitella, sei single. Puoi permetterti di dire che non sai cucinare, che non sai rammendare e che i bottoni li attacchi malissimo. Pazienza. Non casca il mondo. Qualcuno storcerà il naso ma finisce lì.

Il fatto che mi fa pensare è che di questi tempi non sono solo le donne, semmai, ad essere prigioniere di aspettative. Lo sono anche gli uomini. Molti di loro.
Un manager rampante di La Spezia qualche tempo fa mi confessò di addormentarsi ogni sera sognando ad occhi aperti di vivere in una fattoria e curare l’orto, la vigna, gli alberi da frutta, di raccogliere le olive. Insomma, il suo desiderio era quello di fare il contadino. Ma la sua implacabile famiglia l’ha voluto laureato in breve tempo, dottore in qualche cosa che a lui faceva schifo e soprattutto l’ha fortemente spinto verso una carriera inesorabile di giovane dirigente. E mica era solo la famiglia.

Ci fu un momento in cui il brillante neolaureato ebbe un colpo di grazia e fu illuminato. Disse a tutti. Io vorrei una vita semplice, perbacco. Forse ha detto cazzo, non perbacco, in quell’occasione. Comunque è sbottato. Vorrei avere tempo per leggere dei libri che mi piacciano, ha detto. Vorrei fare l’agricoltore e magari aprire un agriturismo. Disastro. Ecatombe. Tutti in subbuglio. E anche gli amici, quelli stessi compagni di fughe e merende e bigiate dalla scuola, gli dicevano, ma sei matto, vuoi rinunciare ad una vita agiata per sgobbare dalle sei del mattino e servire gli altri? Vuoi rinunciare ad una bella casa, ad una bella macchina e a tutto il resto? E lui, sfinito, forse non abbastanza determinato, visto che il mondo gli remava contro, ha deciso di rinunciare ai suoi sogni. E sono passati gli anni. Ora si alza alle sette, non alle sei. Ha una bella casa ma non ci sta mai perché lavora anche il sabato e a volte la domenica. Ha una macchina potentissima e la usa nel tragitto casa-lavoro. Ha un sacco di soldi in banca, che non riesce a spendere perché non ha mai tempo di farlo. A questo ci pensa la sua compulsiva signora che si getta in uno sfrenato shopping. E continua a sognare. Ora mi ha detto che vorrebbe fare il falegname. Chissà che prima o poi, un giorno.

Ieri su c’era un’intervista con Sarantis Thanopulos, segretario della . Questo signore di origine greca sostiene che stiamo andando verso una trasformazione e riorganizzazione tendenzialmente fallica delle relazioni, dei rapporti, di tutta la nostra vita. Una società come la nostra non ci permette altrimenti. La Dea Economia è spietata. Bisogna lavorare, produrre più che si può perché arrivano i cinesi, non fermarsi a pensare troppo. Le paturnie non sono ammesse. Quello che ci rimette è la parte femminile che, vivaddio, ognuno ha dentro di sé. Quella più legata all’affettività e al sentire.

Come fare ad uscire dalle gabbie, mi sono chiesta? Poco per volta, secondo me. Siamo un po’ tutti prigionieri di ruoli e rendersi liberi è un percorso molto lungo e difficile. La libertà è qualcosa che bisogna meditare, elaborare e meritarsi. E lo si fa attraverso scelte non facili e spesso dolorose.

Io la mia piccola gabbia ce l’ho, come tutti. Ce l’ho dentro. Ma ogni tanto esco a prendere delle boccate d’aria. E ogni volta mi piace sempre di più. E ogni volta mi permetto di restare fuori un po’ più a lungo. E mi succedono belle cose. E so che un giorno, al momento di rientrare, non troverò più la chiave per chiudermi dentro.

Insomma, scusate questo infinito delirio ma che ci volete fare. È un periodo che rifletto.

Ho visto . Si vede che mi ha ispirato.
di Daniele Miggino

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