Concerti Magazine Martedì 3 ottobre 2006

Springsteen: una notte a Torino

Magazine - Forse nessun altro musicista al mondo ha in mano il suo pubblico come Bruce Springsteen.
L’ennesima riprova se ne è avuta nel concerto torinese del tour autunnale (di sette date), tenutosi ieri sera, lunedì 2 ottobre. Gli oltre 11.000 che hanno esaurito lo splendido Pala Isozaki, una delle belle eredità dei recenti Giochi invernali, lo hanno accolto con l’entusiasmo di sempre, nonostante la particolarità della proposta.
Infatti, lo "We Shall Overcome: The Seeger Sessions Tour”, rappresenta - come d’altronde il nuovo prodotto discografico che gli dà il nome - il viaggio del Boss all’interno del patrimonio musicale, culturale e storico degli Stati Uniti, fissando come punto di riferimento proprio l’ottantasettenne folk singer, in un’ottica di rivalutazione democratica e sociale che tale patrimonio indubbiamente possiede.

In questo itinerario Springsteen si fa accompagnare dalla Seeger Session Band, un supergruppo multietnico che raccoglie diciassette musicisti straordinari che è giusto citarli uno per uno: Sam Bardfeld (violino), Art Baron (tuba), Frank Bruno (chitarra), Jeremy Chatzy (basso), Larry Eagle (drums), Clark Gayton (trombone), Charles Giordano (accordion, tastiere), Greg Listz (banjo), Curtis King (cori), Lisa Lowe (cori), Eddie Manion (sax), Cindy Mizell (cori), Curt Ramm (tromba), Marty Rifkin (Pedal Steel GuitarMark Thompson (cori).
A loro vanno aggiunti Soozie Tyrell (violino), già collaboratrice della E Street Band e Patti Scialfa (cori) che, a dire il vero, qualche coraggioso fischio, sommerso dagli straripanti applausi dei “devoti”, se l'è beccato (e questo conferma che, se non fosse “la donna del boss”, non si sentirebbe la sua eventuale mancanza…).

È una big band in cui hanno grande spazio strumenti come gli ottoni (basso tuba, trombone, tromba e sassofono), i violini, il banjo e il pianoforte.
Nel viaggio springsteeniano alla ricerca delle radici non viene trascurato praticamente nessun ambito. Così possiamo ritrovare echi, accenti, ritmi, melodie Country & Western, Boogie Woogie, Old Time Music, Honky Tonk, Folk, suoni che sanno d’Irlanda o dell’Europa dell’Est. Non mancano evidenti tocchi di Gospel, Ragtime e Swing e, paradossalmente (o, forse, no, volutamente), i generi trascurati finiscono per essere Blues e Rock'n'Roll.

Anche il look dei musicisti rimanda al secolo scorso ed ha un taglio cinematografico: pare quasi di essere sul set di "C’era una volta in America" insieme a Sergio Leone, o de "La Stangata", con Paul Newman. In qualche momento ci si aspetterebbe di veder spuntare l’Harrison Ford de "Il Testimone", con comunità Amish al seguito.
La scenografia ben asseconda il progetto: pare di trovarsi in un saloon bar della Frontiera. I colori sono caldi, il pianoforte sembra uscire da un film western, di quelli in cui proiettili di colt e bottiglie di whisky volano pericolosamente sulla testa del pianista.
Un’annotazione importante da fare è che Springsteen non ha paura di rivalutare praticamente per intero il patrimonio popolare della tradizione nord-americana, anche quello più danzereccio e "meno nobile", cosa che da noi rarissimamente qualcuno ha il coraggio di fare.

Certo, Bruce ha una personalità, uno stile, una voce talmente straordinari (se non unici) nel panorama della musica popolare mondiale, che se lo può permettere. Trasforma in oro tutto quel che tocca, probabilmente gli riuscirebbe anche con un brano di Pupo o di Mino Reitano.
Tra i brani si distinguono “Pay Me My Money Down”, quasi un inno, col ritornello cantato in coro dal pubblico; “Jesse James”, che tratteggia l’epopea del famoso bandito; "When the saints go marcing in", l’arcifamoso traditional jazz di New Orleans che Springsteen asciuga, ridonandogli una dignità - quasi da preghiera - dopo le troppe interpretazioni un po’ “da marcetta”. Irriconoscibili alcuni suoi classici quali “Atlantic City”, ma, soprattutto, “The River” che, probabilmente, perde il suo valore di canzone incendiaria e passionale trasformandosi in un’antica ballata dalle caratteristiche “irish”.
La finale (e nuova) “American Land” è quasi il manifesto di questo progetto, con le esplicite citazioni dei differenti immigrati che hanno fatto la storia e il lavoro degli USA: i polacchi, gli italiani (gli Zirilli della mamma Adele compresi), gli ebrei, gli irlandesi, i neri.

Sicuramente l’intera operazione non avrebbe la resa sonora e l’entusiastico successo di pubblico se non fosse condotta dal Boss, un “Virgilio” che esprime la passione di sempre, dirige magistralmente e ci accompagna in questo viaggio nella tradizione. Non si poteva chieder di meglio.
Pensierino finale: in ogni caso, personalmente spero - e pare sia così - che il cinquantaseienne rocker italo-americano di Ashbury Park ritorni presto a correre, magari con a fianco la Banda della Strada E.

Potrebbe interessarti anche: , Vincenzo Spera: «Serve un programma europeo della musica dal vivo» , Don Ciotti, Bollani e Renzo Piano, esempi per il futuro del Belpaese , Sanremo 2018: Leonardo Monteiro con Bianca. Testo e pagella , Festival di Sanremo 2018, i 20 Big in gara e le Nuove proposte , Umberto Tozzi, 40 anni che Ti Amo Live e il tour

Oggi al cinema

Harry Potter e i doni della morte Parte I Di David Yates Avventura, Fantastico U.S.A., Regno Unito, 2010 Inizia un nuovo anno scolastico ad Hogwarts, per Harry Ron ed Hermione, ma, nonostante l'ultimo si fosse chiuso in malo modo, questo potrebbe andare addirittura peggio. I tre, che sono diventati dei ricercati, specialmente Harry sul quale grava una ricompensa... Guarda la scheda del film