Amerika un musical dai toni cupi - Magazine

Teatro Magazine Mercoledì 28 febbraio 2001

Amerika un musical dai toni cupi

Magazine - Amerika
regia Maurizio Scaparro
musiche Giancarlo Chiaramello
scene Emanuele Luzzati
costumi Roberto Francia
coreografie Mariano Brancaccio
con Max Malatesta, Enzo Turin, Lalla Esposito

Il grande sogno americano nella visione kafkiana non poteva che essere cupo, angusto, stretto tra porte che si aprono e si chiudono senza aprire veri nuovi orizzonti.
Lo spettacolo di Scaparro che intende essere prima di tutto una proposta di lettura del testo incompiuto di Kafka, si proietta in una dimensione tutta onirica che ne fa un musical. In un articolo di presentazione allo spettacolo Fausto Malcovati – che ha collaborato alla stesura del copione – mette in chiara luce le tre linee su cui lo spettacolo si sviluppa : la natura visionaria del testo kafkiano; la questione della diversità e della condizione di emigrante; e quella della musica che lo stesso Malcovati trovava sorprendente: “Mentre leggeva le pagine di Amerika, nel suo cervello pullulavano le associazioni musicali ... Di fronte alla mia stupefatta reticenza professorale con una sicurezza un po’ divertita ..., mi diceva: qui penso a un pezzo di ragtime, qui ci vuole assolutamente una vecchia canzone boema, qui bisogna trovare una nenia ebraica, qui invece una marcia militare.” La forza della musica domina su tutto il resto. La sua dignitosa e riservata presenza ai piedi del palco si mette in moto e diventa spettacolo ad ogni segnale degli attori, che di essa si servono per accompagnare recitazioni cariche di movimento proprio del genere musical.
La scenografia, curata da Emanuele Luzzati, non ha i tipici colori e la fantasia caratteristici del suo lavoro. L’unico tono di colore è concesso ai fondali a strisce, testimoni dello scorrere delle giornate dall’alba al tramonto e viceversa. Le porte scorrevoli che tagliano in due il palco sono il centro della coreografia a cui gli attori sottomettono la loro interpretazione. Porte che si aprono e si chiudono ora verso il proscenio, ora verso le quinte; si può stare di qua o di là, ma alla fine il giovane Karl scopre di essere sempre “fuori”. Escluso per colpa sua o della sua giovinezza, o forse della sua origine e del suo essere emigrante. A tratti sembra veramente che tutto il racconto che Karl narra in prima e in terza persona sia solo una proiezione fantastica del ragazzo che espulso dalla casa dei genitori si sente espulso dalla realtà.
Per un eccesso di zelo da parte di Scaparro nei confronti del testo, l’incompiutezza kafkiana resta attaccata anche a questo spettacolo, che termina senza chiudere nessuno dei discorsi intrapresi e lascia la sensazione di qualcosa di non realmente accaduto.

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