I Reverendi - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Martedì 27 febbraio 2001

I Reverendi

Magazine - Questa volta si era creata davvero una grande attesa: Prima mondiale; Slawomir Mrozek, drammaturgo polacco che si ispira a Ionesco e Pinter; Produzione del Teatro Stabile; Regia di Jerzy Stuhr, attore e regista famoso in Italia per il suo impegno nel cinema, ma anche per le sue prove teatrali (tra cui appunto Ceneri alle ceneri di Pinter). Insomma grande era la curiosità, si provava quasi emozione per un evento che si preannunciava con tali presupposti.
E invece? Invece - è proprio il caso di dirlo - anche se a malincuore, lo spettacolo I Reverendi annoia.
La trama apparentemente semplice, due reverendi assegnati alla stessa parrocchia, si complica nel confronto fra questi (un uomo e una donna) e la parrocchia, o meglio il suo stravagante comitato parrocchiale.
La scena è una grande stanza, una sacrestia o l’appartamento del parroco, tanto ampia da ospitare persino delle scale su cui si erge un tavolo che quasi si offre come altare ma non lo diventa. Alle sue spalle, una finestra da cui emerge un cartello di protesta del giovane satanista Cico, bombarolo viziato dalla presidentessa del comitato della parrocchia, Signora Simpson. Oppure il fumo delle sue stesse deflagrazioni. Una scena spaziosa che fa buon gioco ad una performance di golf del belloccio Tom, ma che poco narra di un mondo nel New England al limite della realtà.
Ci sono molti spunti in questo testo che suscitano interesse: il tema del “diverso”, il parroco ebreo Richard Bloom, il parroco donna Gloria Burton; il tema religioso “a partire da dove si crede? Dalla genesi o dal giudizio universale?” E ancora: religione e progresso, religione e democrazia, religione e follia e perversione perché di questo parleranno i parrocchiani ai loro intimiditi nuovi parroci. Il fatto è che di tutto questo parlare poco viene effettivamente svolto con efficacia e ancora meno si rivolge a noi italiani non troppo avezzi ai parroci donna, e tanto meno a una burocrazia intimidatoria di stampo kafkiano. Sembra di essere di fronte ad una puntata de I Simpson, dove al loro posto hanno sostituito attori in carne ed ossa, che nemmeno lontanamente potrebbero rassomigliare o sostituire la loro carica sarcastico-canagliesca.
Jerzy Stuhr ha parlato molto del suo impegno nei confronti della sua cultura polacca e del suo ruolo di promotore della stessa all’estero, e ha anche sottolineato il suo intenso lavoro per carpire i segreti della cultura italiana in cui ha tanto lavorato. Purtroppo in questa occasione il buon proposito non sembra riuscito. Lo spettacolo non decolla: né con la scala dei pompieri né con l’elicottero e diverte solo ed esclusivamente di fronte alla Zia Rosa venuta direttamente da New York per far rinsavire il nipote ebreo convertito al cattolicesimo. La Zia Rosa di Gianna Piaz è l’unico personaggio in cui viene spontaneo credere, è l’unica a strappare il riso con una recitazione misurata, nonostante il personaggio sia, come gli altri, una caricatura. La fiancheggia la Signora Simpson (Benedetta Buccellato), che, a sua volta, coglie il lato umano della sua figurina bidimensionale da cartoon e si muove sulla scena, e parla in modo credibile.
Forse se fosse stata più breve, questa commedia dai toni assurdi avrebbe avuto un maggior impatto ironico, ma così diluito dai frequenti colpi di scena (forse troppi e scarsamente coordinati), lo spettacolo non decolla. In quanto al lieto fine, con ritorno del figliol prodigo e fuga d’amore annessa, lascia perplessi e francamente delusi.
Peccato.

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