Magazine Martedì 19 settembre 2006

Baci e abbracci, Claudia



Dunque ci ritroviamo. Eh già, è passato un po’ di tempo . Si trattava dell’inizio dell’estate, se non sbaglio. E per un po’ mi sono eclissata. Ma non me ne sono andata da Genova. Sono rimasta qui e ora ripenso a questi mesi con un velo di malinconia.
È stata un’estate un po’ faticosa per me e per i genovesi che sono rimasti a casa, vuoi per il clima torrido e per il fatto che quasi tutti gli amici sono via e tu magari sei imbrigliato in città per via del tuo miserevole conto in banca. Magari succede che ti abbatti, vedi in giro un sacco di disperati, la pressione ti scende per via del caldo e ti viene voglia di scambiare quattro chiacchiere con quelli che sono rimasti. Insomma, ti senti parte di un gruppo, di quelli che resistono in trincea, quelli che si aggirano come randagi anche nelle ore di canicola, che conoscono a memoria le mappe dei panifici aperti e le date di chiusura di tutti gli esercenti del centro.

E allora ti capita di conoscere persone che magari hai già visto nei paraggi, ma che non hai mai salutato prima, e invece adesso le incontri per caso davanti all’unico giornalaio aperto della zona. Prima scambi un sorriso di complicità e poi timidamente qualche parola. Innanzitutto si parla del caldo. È il vero tormentone dell’estate. L’unico oggetto costante di qualsiasi tipo di conversazione. Si dicono le solite ovvietà sul fatto che la notte proprio non si dorme, e hai visto che zanzare?, che quest’anno sono più grosse, e un caldo così non l’ho mai sentito, si vabbè, nel 2003, ma mica così tanto e poi che sfiga, manco al mare si può andare, che ci sono le alghe assassine.

E poi sguardi ammiccanti, frasi di sostegno del tutto inutili come quella mal comune mezzo gaudio.
Fatto sta che nelle spopolate giornate e serate di questa stagione mi è capitato di incontrare persone che durante il lungo e frenetico inverno notavo appena. E allora mi viene in mente G., precaria di anni 36, che lavorava, rigorosamente in nero, in un bar del centro dalle sei di sera alle tre del mattino e di giorno doveva andare a dormire in spiaggia a Sturla perché il padrone del locale le imponeva di essere sempre abbronzata. Ora ha trovato un lavoro migliore e può pure permettersi di essere anche un po’ pallida, se le gira.

Penso a M., un ragazzo che abita da solo in uno scantinato nei vicoli vicino a casa mia, che non ci sta tutto con la testa, o meglio è proprio fuori, ma è sempre gentile. Lui è abituato al chiasso e al casino della movida del centro storico. Ma almeno due mesi all’anno questo rumore che accompagna i giorni e le notti si placa, e lui ci esce di testa. Il silenzio lo fa stare male. E allora urla lui, oppure tiene la radio a tutto volume e parla per ore da solo a ospiti immaginari. Adesso sta molto meglio. Mi saluta sorridente, quando lo incontro. La radio non si sente più. Il casino dei vicoli, di notte e di giorno, gli tiene compagnia.
Penso anche a T., che ha quasi novant’anni ed è sola e tutti i giorni si trascina a fare la spesa, perché i figli sono in vacanza, un po’ al mare e un po’ in montagna. E lei non va mai con loro. Le chiedo, pentendomi dopo un istante di quella stupida e indiscreta domanda, e lei mi fa, ma no, cosa vuole, sa loro sono giovani, e poi hanno i figli a cui badare.

E il vecchio G.? Un tipo simpatico, sui settanta, che incontravo tutte le mattine con il cane di suo nipote, in vacanza a Formentera. Un animale gigantesco. Un alano bellissimo, dal nome inconsueto di Baby. Ed era Baby a portare in giro il nonno, il quale, signore distinto e cittadino dall’alto senso civico, raccoglieva con paletta e sacchetto tutte le enormi cacche mattutine di Baby. Non senza lamentarsi. Ma ou belin, quanto caga questo cane! E di notte russa come un bassotuba. Le giuro signorina, questa è l’ultima volta. Gliel’ho detto a mio nipote. L’anno prossimo se va in vacanza a Torriglia, con il cane. Altro che Formentera.

E l’ultimo pensiero va a una coppia di anziani simpaticissimi che ha lavorato per tutta l’estate, tutti i santi giorni, con il banchetto in una piazza ai limiti del centro storico, dove vendono frutta e verdura. Hanno chiuso solo il giorno di Ferragosto. Il fatto è che hanno l’affitto da pagare e sono soli. Non hanno altra scelta.
Mi è venuta un po’ di malinconia, è vero, ma guardarsi attorno e ascoltare gli altri è sempre una cosa positiva. E non occorre che sia estate e che faccia caldo e che tu ti senta più sfigato del solito. Sarebbe bene farlo tutto l’anno.
di Daniele Miggino

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