Beirut‑Genova, sola andata - Magazine

Attualità Magazine Lunedì 4 settembre 2006

Beirut‑Genova, sola andata



Rieccomi in Italia! Forse avrei dovuto rimanere a Beirut con la mia famiglia, anzi sicuramente avrei dovuto rimanere nella mia martoriata città, ma Josef non può restare fermo a lungo: questo le mie mogli e i miei figli lo sanno e fortunatamente lo accettano.
Nei giorni precedenti la mia partenza l’atmosfera in città si era fatta via via più serena, principalmente per la grande aspettativa che la popolazione ripone nell’intervento delle Nazioni Unite. Tutto questo ottimismo mi perplime, anche perché ancor bene non si capisce quali dovranno essere e quali saranno i compiti dei caschi blu, ma soprattutto vi è ancora molta confusione sulla composizione di questo “esercito di pace”.

Inoltre la memoria mi impedisce di dimenticare l’inettitudine già più volte manifestata dalle truppe di Kofi Annan in analoghe situazioni. Rientro in Italia nel bel mezzo dell’ennesimo allarme immigrazione dovuto al quasi quotidiano sbarco di clandestini in Sicilia, a cui bisogna aggiungere una serie ravvicinata di episodi criminali accaduti nella città di Brescia, di fatto la capitale cultural-economica del ricco nordest italiano.
Una ragazza pachistana uccisa dai familiari, una ragazza italiana uccisa da un aiuto sacrestano cingalese, un artista ucciso da uno dei tanti sbandati magrebini che hanno abbandonato le loro radici per cercare una migliore prospettiva di vita. Condizione analoga a quella dei nigeriani, dei somali, degli arabi senza distinzione di etnia e più in generale di tutti quelli costretti a vagare come profughi fino a diventare apolidi.

Si potrebbe anche discutere per intere settimane sulle logiche che determinano quelli che stanno ormai diventando esodi, tra breve tempo anche biblici, ma sarebbero discussioni asettiche, alimentate da ragionamenti razionali che non prevedono nè l’odore della paura, nè il sapore della fame.
Già, perché i più dimenticano che questa moltitudine di disperati spesso abbandona carestie e conflitti tribali che solo una politica cieca ed egoista può ignorare. Non ci si nutre di retorica e ci si nutre poco con gli aiuti umanitari: è arrivato il momento di comprendere - ma di comprendere veramente - che l’opulento occidente è circondato da una povertà dilagante e che milioni di giovani vittime di questa povertà non intendono più accettarla passivamente.

Io credo che l’occidente potrà rompere questo assedio solo se accetterà di rinunciare ad una consistente fetta della propria ricchezza, anche perché le briciole non sono più sufficienti. In caso contrario l’alternativa ad una convivenza più o meno integrata sarà un conflitto bellico dalle proporzioni devastanti.
Difficile immaginare uno scenario diverso anche se c’è chi, per interessi di bottega o per totale miopia, resta convinto che siano sufficienti norme nazionali ancor più ristrettive per arginare un fenomeno planetario.
Beati loro e beato chi ci crede: nella realtà solo un’evoluzione di pensiero potrà indicare una soluzione soddisfacente, capace di essere condivisa dalla maggioranza della popolazione mondiale.

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