Magazine Venerdì 1 settembre 2006

A Rapallo vince Ballestra

In alto la terna delle scrittrici al Premio Rapallo Carige 2006: da sinistra Silvia Ballestra, la presentatrice Eleonora Daniele, Silvia Di Natale, Isabella Santacroce
Rapallo (GE). Per onor di cronaca è bene che sappiate subito com’è andato lo spoglio del a Villa Tigullio, venerdì 1 settembre. «16 Di Natale, 18 Santacroce, 21 Ballestra, 4 bianche». In una rapida e serrata contesa la terna ha tenuto fino alla fine, quando con scarto risicato è stata annunciata vincitrice Silvia Ballestra con il romanzo La seconda Dora (Rizzoli).

Ma per farvi gustare il sapore della giornata, fatevi condurre con la moviola a ritroso. Perché le due regine della giornata sono state Tina Anselmi e Isabella Santacroce. L’una che, per la sua incredibile coerenza e dedizione alla politica e alla causa delle donne, ha commosso con un messaggio di pace e l’invito alla solidarietà femminile e all’impegno verso le nuove generazioni. L’altra fasciata di nero e mascherata con un look vagamente sado-maso ha salutato tutti così: «Sono il numero 24». Ma lo scandalo si è concretizzato nel finale quando, a giochi fatti, forse delusa, l'autrice si è congedata in un modo tutto suo: «Per me è stato terribile oggi stare qui sotto questo sole. Vorrei commemorare me stessa con voce di un vivo di fronte a questa platea di morti».

Ma torniamo un attimo indietro quando tutto doveva ancora succedere.
Si arriva alla Villa alla spicciolata, ma le protagoniste sono già tutte presenti anche se un po’ nascoste tra le fronde del parco. Se non tutti i visi delle autrici in concorso mi sono perfettamente noti, non posso non riconoscere Isabella Santacroce. Seduta su una panchina di legno davanti alla villa, la donna mascherata, in finale con Zoo ( , 2006) si staglia come macchia indelebile e inevitabile su una cornice ultraclassica. Mi siedo accanto a lei per una brevissima conversazione prima che tutto cominci. Dalle fessure di una maschera nera lucida mi scrutano due occhi scuri e profondi, non so cosa attendermi.
Quest’anno i testi in concorso guardano tutti al passato, alla storia: L'ombra del cerro (Feltrinelli, 2005) di Silvia Di Natale; La seconda Dora (Rizzoli) di Silvia Ballestra; il libro fuori concorso a quattro mani di e su Tina Anselmi Storia di una passione politica (Sperling & Kupfer, 2006), scritto con Anna Vinci; e anche Il paese dove non si muore mai (Einaudi, 2006) della scrittrice albanese Ornela Vorpsi che riceverà il premio opera prima. Zoo di Santacroce è l’unica storia ancorata al nostro tempo.

Senza aspettare una vera domanda, Isabella mi incalza: «Non faccio differenza tra passato e presente, è della realtà che mi occupo. Quello che faccio è prendere in me, scandagliare e distruggere, ma senza realtà non c’è né poesia né arte. Nel presente c’è quello che ricordo io, la memoria di chi incontro. Non racconto mai di cose che non mi appartengono. Il passato è quello che hanno portato gli altri fino a me e che io recupero attraverso l’ascolto».
Se tanto mi da tanto, penso, la prossima domanda la formulo con maggiore immediatezza. Che ne pensa della famiglia?
«E’ importante e come tutte le cose importanti dell’essere umano è terribile. Se ne ha un estremo bisogno, ma la famiglia finisce sempre per non adempiere ai suoi compiti».
Parla quasi tutta d’un fiato, sull’onda del respiro, le parole le incatena in un pensiero denso.
E continua: «La famiglia porta sulla terra chi prima non c’era, ma poi finisce per andare avanti senza chiedersi nulla. Crea una convivenza lunga ma spesso chi ci vive dentro non si conosce tanto bene. Ognuno dentro la famiglia proietta sull’altro quello che vorrebbe che l’altro fosse, così alla fine non resta che un fuggire continuo, l’uno dall’altro, dei partecipanti».
E la sua famiglia? «Ho due fratelli», dice con tono un po’ sorpreso, quasi fosse costretta a uscire fuori dal personaggio.
«Loro sono per me un punto di riferimento in questa vita sempre più veloce e disarmante – è di nuovo lei – ho un bel rapporto con la mia famiglia proprio perché ho capito i meccanismi che la regolano».
E i premi letterari che effetto le fanno?
«Mi fa strano esserci, ma mi affascina. Un premio è la vita stessa, mi sento distante e anche completamente dentro. Studio tutto quello che mi accade, perché la vita è il primo grande libro da leggere, il più importante. Studierò anche questo».

Isabella era imperdibile ma Ornela Vorpsi è tra le priorità di questa giornata. Sono in molti a circondarla per farle mille complimenti e farsi fare un autografo. E’ alta, vestita di nero, con lunghi capelli castani e un muoversi molle e femminile, quasi di bambola. E’ gentile e mescola il suo accento albanese, a tratti un po’ duro, con una cadenza parigina, giovane eredità della sua terra di residenza.
Chissà com’è andata quando dall’Albania è arrivata in Italia?
«E’ stato un impatto duro, difficile», dice senza riflettere, con sguardo eloquente. «Non ero preparata per una società costruita sul capitalismo e la proprietà privata. Siamo cresciuti nel marxismo e nell’utopia che un giorno, quando il comunismo si fosse finalmente consolidato, ognuno avrebbe preso solo ciò di cui aveva bisogno e non ci sarebbe più stato bisogno neanche del denaro.
Appena arrivata, io volevo continuare nell’arte, ma avevo davanti a me il problema della sopravvivenza, quindi l’arte diventava assurda». Oggi Ornella è fotografa, pittrice e videomaker e espone nelle gallerie di tutto il mondo. Ieri la casa editrice ha dato alle stampe un suo racconto Vetri rosa, a febbraio uscirà da Einaudi un suo nuovo romanzo, mentre in Francia nel gennaio 2007 escono il terzo e il quarto romanzo.

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